ESCALATION NELLA PROVINCIA DI PAPUA. ARIA DI SECESSIONE IN INDONESIA?

Le tensioni tra il governo indonesiano ed i ribelli separatisti della provincia di Papua sono aumentate nell’ultimo mese. Numerosi sono stati gli scontri tra l’esercito indonesiano e l’Esercito di Liberazione Nazionale di West Papua (WPLNA). Un aggravamento del conflitto richiamerebbe alla memoria ciò che successe a Timor Est negli anni Novanta. Qual è il futuro di Papua?

L’escalation del conflitto ed i fantasmi di Timor

All’inizio di aprile la situazione a Papua (o “West Papua”, per non confonderla con lo stato indipendente di Papua Nuova Guinea situato al confine orientale), una delle 34 province dell’Indonesia, si è decisamente aggravata. Quelli che sembravano tutt’al più scontri sporadici (“low-intensity conflicts”) si sono trasformati in azioni militari. I protagonisti della vicenda sono l’esercito indonesiano, affiancato dalla polizia locale, e i ribelli dell’Esercito di Liberazione Nazionale di West Papua (WPLNA), braccio armato del Movimento Papua Libera (Organisasi Papua Merdeka, OPM). 

Secondo l’agenzia di stampa Antara, tra l’8 e l’11 aprile i miliziani del WPLNA hanno organizzato diverse scorrerie nel distretto di Beoga, durante le quali sei soldati e sei civili sono rimasti uccisi, e la scuola locale è stata bruciata. Tuttavia, il colpo più duro il governo indonesiano lo ha incassato il 25 aprile scorso, quando i ribelli sono riusciti nell’impresa di uccidere il capo del servizio d’intelligence indonesiano del distaccamento di Papua, il generale Gusti Putu Danny Karya Nugraha, durante un pattugliamento militare nel villaggio di Dambet. Prima di tale incarico, Gusti ha servito per diversi anni nel Kopassus, le forze speciali indonesiane, e ha lavorato come assistente per l’intelligence per il Comando Militare Regionale di Giakarta.

L’assassinio di un militare di alto rango ha scatenato le ire del governo. Pochi giorni dopo l’agguato, i ribelli sono stati formalmente designati come “terroristi”. “Il governo pensa che le organizzazioni e le persone che a Papua commettono violenze massicce possano essere classificate come terroristi,” ha dichiarato il Ministro per il Coordinamento degli Affari Politici, Legali e di Sicurezza Mahfud MD. Inoltre, il Presidente Widodo ha ordinato di reprimere severamente i separatisti. Gli scontri armati sono dunque aumentati.

A fine aprile la polizia ha ucciso nove “terroristi” papuani mentre, circa una settimana fa, le forze di sicurezza indonesiane hanno eliminato un comandante del WPLNA. La frenesia dell’establishment di Giakarta di adottare il pugno di ferro è testimoniata da una dichiarazione di Bambang Soesatyo, presidente dell’Assemblea consultiva del popolo, che ha esplicitamente chiesto al governo di “distruggerli prima [i ribelli]. Discuteremo più tardi le questioni relative ai diritti umani.”

Questa affermazione è particolarmente significativa, in quanto segnala che il conflitto potrebbe raggiungere un alto grado di violenze indiscriminate. Scorrendo le pagine di storia non ci si può che preoccupare. L’invasione indonesiana di Timor Est e la conseguente occupazione militare (1975-1999) hanno prodotto crimini orrendi e gravi violazioni di diritti umani, provocando una forte crisi umanitaria. In totale, circa 18.600 civili furono uccisi dalle truppe di Giacarta a cui si aggiunsero altre 84.200 vittime a seguito di torture, malattie e malnutrizione.

La recrudescenza del conflitto a Papua potrebbe ripercorrere questa strada. D’altronde, nel 1975 l’Indonesia del dittatore Suharto invase Timor Est, neo-indipendente dopo anni di colonizzazione portoghese, non solo per la scomoda ideologia socialista dei politici timoresi, ma per evitare il formarsi di un “pericoloso precedente alle istanze separatiste di altre popolazioni dell’arcipelago” – afferma Piergiorgio Pescali.

La provincia di Papua tra passato e futuro

In fin dei conti, il generale Suharto aveva correttamente predetto il rischio di nuove aspirazioni secessioniste. I nazionalisti di West Papua affermano il loro diritto all’autodeterminazione e rivendicano l’indipendenza della loro nazione basandosi sulla loro interpretazione della storia. Di contro, il governo indonesiano ha una sua visione sulle vicende passate di Papua e sostiene la sua legittima sovranità sul territorio.

Per comprendere quali siano queste differenti concezioni della storia è utile affidarsi al lavoro di Nino Viartasiwi, ricercatore presso l’Istituto di Relazioni Internazionali e Studi di Area dell’Università di Ritsumeikan di Kyoto, Giappone.[1] D’altronde, come sostenne famosamente Tucidide, per comprendere il presente e per cercare di prevedere il futuro bisogna conoscere il passato. In questo caso, la storia politica di West Papua può aiutare a cogliere non solo le radici del conflitto tra il governo indonesiano e i ribelli papuani, ma anche ad analizzare le prospettive future della provincia.

L’Indonesia dichiarò l’indipendenza il 17 agosto 1945 dai Paesi Bassi, i quali la concedettero nel 1949 dopo qualche anno di trattative. La corona olandese si affacciò in Indonesia per la prima volta agli inizi del 1600 e, nell’anno 1800, colonizzò ufficialmente l’intero territorio al quale diede il nome di Indie orientali olandesi. Ottenuta l’indipendenza, il governo indonesiano si ritrovò immediatamente ad affrontare una disputa territoriale con i Paesi Bassi riguardo la sovranità su West Papua. Alla fine, grazie al referendum del 1969 noto come “Act of Free Choice” (AFC), l’Indonesia acquisì West Papua.

Mentre il governo indonesiano asserisce che West Papua è sempre stata parte del territorio nazionale, anche prima della colonizzazione da parte degli olandesi. I nazionalisti papuani, invece, supportano la tesi per la quale West Papua è un’entità a sé stante per ragioni storiche, culturali, politiche ed etniche.

Viartasiwi afferma che due questioni sono particolarmente contestate sia dagli accademici locali che dai ribelli

1) la storia di West Papua come parte delle Indie orientali olandesi ed il suo rapporto con l’Indonesia;

2), la storia dell’AFC del 1969. Riguardo la prima questione, i papuani sottolineano le differenze culturali e razziali tra essi e la maggioranza degli indonesiani. Inoltre, gli indigeni sostengono che West Papua non era da considerare parte integrante della colonia olandese, e quindi territorio indonesiano, ma un’entità distinta.

Sulla seconda questione, i nazionalisti di Papua asseriscono che il territorio dichiarò la propria indipendenza nel 1961 e, di conseguenza, il referendum del 1969 indetto da Giakarta, e contestato come manipolato, non sarebbe valido. Inoltre, l’AFC fu appoggiato dalle Nazioni Unite e fu basato su un accordo tra Indonesia e Paesi Bassi. Il destino di West Papua, dunque, fu deciso da terze parti senza includere politici locali nella negoziazione.[2]

Viartasiwi conclude che, da un lato, vi sono prove inconfutabili che West Papua fu parte integrante della colonia olandese e, quindi, del territorio indonesiano; dall’altro lato, l’Act of Free Choice del 1969 fu caratterizzato da manipolazioni e trucchi atti a ottenere l’esito sperato dal governo indonesiano, ovvero una prova tangibile che i papuani desideravano unirsi all’Indonesia.

Al referendum non votarono cittadini papuani, ma un comitato rappresentativo delle loro aspirazioni. Tuttavia, i membri del comitato furono scelti proprio dall’Indonesia e ciò alimenta i dubbi sulla validità dell’AFC.[3] In sostanza, la verità sta nel mezzo e le sorti di West Papua dipendono, in parte, da quale interpretazione della storia si sceglie di appoggiare.

D’altra parte, il futuro di Papua dipende dalla gestione del conflitto da parte di Giakarta. L’assassinio del generale Gusti ha provocato una risposta risoluta da parte del governo, il quale ha rinforzato la presenza militare nella provinciaper reprimere i ribelli. Potrebbe essere rilevante la scelta di schierare 400 soldati dell’Infantry Battalion 315, un’unità di élite che partecipò all’invasione di Timor Est.

La maggiore preoccupazione è che il conflitto, sino al mese scorso caratterizzato da scontri sporadici e di bassa intensità, si stia trasformando in una sanguinosa e indiscriminata repressione della popolazione di West Papua. Il Presidente Widodo dovrebbe essere memore di ciò che successe a Timor Est all’inizio degli anni Novanta. Vessare la popolazione indigena e perpetrare gravi violazioni di diritti umani potrebbero porre il conflitto all’attenzione della comunità internazionale, sinora estranea a ciò che sta accadendo.

Ciò significherebbe rischiare che le istanze dei ribelli e della popolazione di West Papua attraggano le simpatie, se non l’appoggio, di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite e di altri stati. Ad esempio, il massacro di Dili(anche noto come massacro di Santa Cruz), ovvero l’uccisione indiscriminata da parte dei soldati indonesiani di almeno 250 timoresi durante una manifestazione pro-indipendenza, risvegliò la comunità internazionale. Numerosi governi, tra cui quelli degli Stati Uniti e dell’Australia, mostrarono la loro solidarietà al popolo timorese ed iniziarono a pressare il governo indonesiano riguardo la concessione dell’indipendenza all’ex colonia portoghese. 

Azioni simili in West Papua potrebbero favorire il processo di secessione della provincia. Chiaramente, bisogna considerare che, mentre Timor Est era uno stato indipendente quando l’Indonesia lo invase, West Papua è a tutti gli effetti terra indonesiana. Contesti diversi, quindi, che però potrebbero portare a un medesimo risultato. I fattori determinanti saranno: 1) quale interpretazione della storia di West Papua si vorrà appoggiare, e 2) come gestirà il progredire del conflitto il governo indonesiano e se, e come, reagirà la comunità internazionale. Al momento non resta che attendere vigili l’evolversi della situazione.


[1] Nino Viartasiwi (2018) The politics of history in West Papua – Indonesia conflict, Asian Journal of Political Science, 26:1, 141-159, DOI: 10.1080/02185377.2018.1445535.

[2] Ibid., p. 142.

[3] Ibid., pp. 152-153.

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