MYANMAR: CI SONO GLI ESTREMI DI UN INTERVENTO DELLE NAZIONI UNITE?

Credits: news.un.org

La situazione in Myanmar è ormai degenerata da giorni. Gli scontri tra l’esercito e la popolazione si fanno sempre più violenti e il contesto assomiglia sempre più a quello di una guerra civile. Mentre l’ASEAN si aggrappa notoriamente al principio di non-interferenza negli affari interni di uno stato, qual è l’approccio adottato dalle Nazioni Unite?

I combattimenti urbani tra i soldati fedeli ai golpisti e la popolazione civile continuano senza sosta dal primo febbraio. Il livello di violenza aumenta e pochi giorni fa il numero di morti ha raggiunto l’apice: in totale almeno 510 civili sono stati uccisi dai militari, i quali sparano ormai indiscriminatamente sulla folla.

Alle vittime si aggiungono anche gli sfollati. Circa 12,000 persone hanno infatti abbandonato le loro case per paura dei raid aerei dell’esercito birmano, autore di bombardamenti contro gli insediamenti di minoranze etniche nello Stato di Kayin. 

Il governo militare guidato da Ming Aung Hlaing sta ignorando tutte le condanne e sanzioni internazionali. D’altronde, la comunità internazionale è divisa e quindi non vi è stata una condanna unanime e risoluta. Ad esempio, Cina e Russia, che hanno significativi legami economici e diplomatici con il Myanmar, avrebbero molto da perdere se abbandonassero la giunta militare. Inoltre, ciò significherebbe legittimare e appoggiare le sanzioni statunitensi e britanniche.

Il 27 marzo scorso, in occasione della Giornata delle Forze Armate, il governo birmano ha organizzato nella capitale Naypyidaw una parata militare alla quale hanno assistito i rappresentanti di otto paesi – Russia, Cina, India, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Laos e Thailandia. Alcuni stati hanno quindi deciso di non tagliare i rapporti diplomatici con il governo golpista. 

A ciò si aggiunga la timida reazione dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN). Il primo febbraio, mentre i militari prendevano il controllo del governo, l’ASEAN ha rilasciato un comunicato chiedendo “l’adesione ai principi della democrazia, dello Stato di diritto e del buon governo, del rispetto e della tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali” e incoraggiando “il perseguimento del dialogo, della riconciliazione e del ritorno alla normalità secondo la volontà e gli interessi del popolo del Myanmar.”

Circa un mese dopo, la Presidenza dell’ASEAN (presieduta dal Brunei nella persona di Lim Jock Hoi) ha prodotto una dichiarazione al termine della Riunione ministeriale informale dell’ASEAN (IAMM). Il Myanmar è citato solo negli ultimi paragrafi, nei quali la Presidenza dell’ASEAN si limita a dirsi “preoccupata” e a invitare le parti in causa a trovare una “soluzione pacifica” attraverso un “dialogo costruttivo,” e una “pratica riconciliazione nell’interesse del popolo.”

La pacata risposta dell’ASEAN sia al colpo di stato birmano sia alla successiva repressione violenta delle proteste non deve stupire. Come ho in parte spiegato in un precedente articolo, l’organizzazione segue pedissequamente il principio di non-interferenza negli affari interni di uno stato e, in ogni caso, le decisioni sono prese tramite consenso (cioè, le risoluzioni non sono vincolanti).

La sacralità attribuita alla sovranità degli stati Membri, alla loro integrità territoriale e agli interessi nazionali porta l’Associazione a non agire in modo risoluto in caso di crisi interne ai paesi. Al non-intervento dell’ASEAN potrebbe però susseguirsi la partecipazione attiva di organizzazioni internazionali, prima fra tutte l’Onu.

Le Nazioni Unite sono spesso intervenute nella storia in vari conflitti intra-statali attraverso missioni di pace. Alcune di esse si sono rivelate un successo (es. UNAMIC e UNTAC in Cambogia, 1991-1993; ONUSAL in El Salvador, 1991-1995), altre un fallimento totale (es. UNPROFOR in Bosnia, 1982-1995; UNAMIR in Rwanda, 1993-1996). Sarebbe curioso capire se le Nazioni Unite istituiranno, nel breve periodo, una missione di pace per ristabilire la sicurezza e il rispetto dei diritti umani in Myanmar.

“VERSO UNO STATO FALLITO”

Sin dall’esecuzione del colpo di stato, le Nazioni Unite hanno seguito con molta attenzione lo svolgersi della situazione in Myanmar. Numerosi comunicati sono stati emessi da varie agenzie, chiedendo la restaurazione della democrazia, la fine delle violenze da parte dei soldati e il rispetto dei diritti umani e civili (le notizie e i comunicati riguardanti il Myanmar si possono trovare sul sito delle Nazioni Unite).

In particolare, l’Inviato Speciale delle Nazioni Unite Christine Schraner Burgener ha esplicitamente richiesto una “rigida, unificata e risoluta risposta internazionale” al fine di interrompere le brute violazioni di diritti umani e per favorire un “ritorno al percorso della democrazia.” 

 La diplomatica svizzera ha anche affermato, allarmisticamente, che il Myanmar si sta trasformando in uno stato fallito, e si è appellata al Consiglio di Sicurezza che dovrà “considerare tutti gli strumenti disponibili per intraprendere azioni collettive e fare ciò che è giusto, ciò che il popolo del Myanmar merita e prevenire una catastrofe multidimensionale nel cuore dell’Asia.”

Lo stesso Consiglio di Sicurezza ha condannato fortemente la violenza nei confronti dei manifestanti e ha richiesto una transizione democratica nel paese, l’interruzione delle violenze ed il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. 

È possibile che dalle parole si passi ai fatti, come richiesto dall’Inviato Speciale Burgener? Il Consiglio di Sicurezza interverrà con un’operazione di pace in Myanmar per ristabilire la sicurezza nel paese?

LE OPERAZIONI DI PACE DELL’ONU: A BREVE IN MYANMAR?

La responsabilità per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale è del Consiglio di Sicurezza, il quale ha a disposizione diverse misure per adempiere a tale compito. Lo strumento più utilizzato è la costituzione di operazioni di pace, che possono essere di vario tipo: conflict prevention, peacemaking, peacekeeping, peacebuilding e peace-enforcement. 

La Carta delle Nazioni Unite non fa riferimento esplicito a questo tipo di missioni ma delinea i principi di intervento nei capitoli VI, VII e VIII. Ad esempio, l’Art. 39 Cap. VII dichiara che il Consiglio di Sicurezza è responsabile di determinare qualsiasi minaccia alla pace, rottura della pace o atto di aggressione e dovrebbe fare raccomandazioni o decidere quali misure prendere al fine di mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Tra le misure adottabili, come già detto, vi è la costituzione di differenti operazioni di pace.

Le operazioni di peacekeeping, condotte con il dispiegamento dei noti “caschi blu,” oltre che da forze di polizia e da personale civile, sono probabilmente le più note. Il peacekeeping si pone l’obiettivo di mantenere la pace in quei contesti dove un conflitto inter- o intra-statale si è concluso e di assistere nell’implementazione degli accordi di pace.

Questa opzione sarebbe valida nel caso in cui il governo militare birmano e la popolazione civile arrivassero a un cessate il fuoco o a un accordo di pace. Quest’ultima opzione sembra essere remota al momento senza una mediazione esterna.

Il peacemaking sarebbe adatto per la situazione attuale del paese. Step precedente del peacekeeping, tale operazione consiste nell’adozione di misure per affrontare un conflitto in corso e solitamente presuppone azioni diplomatiche per portare le parti a una soluzione negoziata.

In questo caso, il Segretario Generale delle Nazioni Unite potrebbe utilizzare i suoi “buoni uffici” per facilitare la realizzazione di un accordo di pace tra la giunta militare, il governo esautorato e la popolazione (che appoggia quest’ultimo).

Il peacebuilding include tutte quelle misure atte a evitare il riaffiorare di un conflitto attraverso il rafforzamento della governance nazionale e dell’apparato politico, economico e giudiziario. Questa operazione pone le basi per una pace e uno sviluppo durevoli e per questo è molto complessa e di lungo periodo.

Tutte le operazioni sopracitate prendono forma previo consenso delle parti in conflitto. Nel caso del Myanmar sorge un problema. Se da un lato la popolazione accoglierebbe un intervento internazionale e/o delle Nazioni Unite per ristabilire la pace e la sicurezza, dall’altro il governo militare non acconsentirebbe a tale soluzione perché una missione di pace si porrebbe l’obiettivo di restituire al paese un governo democratico oltre che garantire il rispetto dei diritti umani e la salvaguardia della sicurezza.

Di conseguenza, se le violenze contro i civili da parte dei soldati continuassero, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu potrebbe comporre una missione di peace-enforcement. Questa prevederebbe l’invio di una forza di pace (“caschi blu”) per “costringere” le parti in conflitto a terminare le ostilità e a giungere a un accordo. 

L’invio di truppe Onu al momento pare difficile. Il governo militare birmano si sta dimostrando intransigente e risoluto. Pur di rimanere al potere ordina ai soldati di sparare sui civili, siano essi uomini, donne e bambini. Le Nazioni Unite sono spesso restìe a inviare truppe durante un conflitto, preferendo dispiegare contingenti quando la situazione si è stabilizzata.

I caschi blu potrebbero proteggere i civili nelle aree più remote del paese, scongiurando (forse) il rischio di violenze di carattere etnico oltre che politico. Tuttavia, interporsi tra i manifestanti e i soldati del regime sarebbe troppo rischioso. Ricordo che i caschi blu sono autorizzati a usare la forza solo per autodifesa.

Un ulteriore problema all’istituzione di una operazione di pace è il potere di veto dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Cina e Russia, che hanno dimostrato una certa acquiescenza nei riguardi dei golpisti birmani, potrebbero opporsi a una risoluzione che decreti la costituzione di una missione di pace.

Sicuramente, più tempo passa e più si rischia che Cina e Russia stabilizzino i loro rapporti con il governo militare, il quale a sua volta potrebbe consolidare la propria posizione se la procrastinazione degli organismi internazionali continuerà. Le Nazioni Unite dovrebbero agire subito prima che la situazione degeneri ulteriormente. Battere il ferro finché è caldo.

O almeno provarci, nonostante le usuali difficoltà che si incontrano nell’istituire una missione di pace. Non è solo ciò che chiede l’Inviato Speciale Burgener in qualità di diplomatico, ma è anche ciò che vorrebbero i civili che muoiono ogni giorno per le strade.

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