ASEAN E CINA: TRENT’ANNI DI RELAZIONE

L’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) e la Cina celebrano trent’anni di relazione in questo 2021. Nonostante le mire egemoniche di Pechino sulla regione, l’ASEAN ha sempre cercato di non rispondere alle provocazioni e attività coercitive cinesi. La Cina è un fondamentale partner economico per la regione e ciò influenza notevolmente il rapporto tra il governo cinese e i paesi nella regione. 

Nel ventiduesimo ASEAN-China Joint Cooperation Committee (JCC) tenutosi il 5 marzo, i rappresentanti degli stati del sudest asiatico e Deng Xijun, ambasciatore cinese presso l’ASEAN, hanno celebrato i trent’anni di relazione tra l’Associazione e la Cina. Durante la conferenza, è stato riaffermato l’impegno a rinforzare la “partnership strategica” e la cooperazione in aree chiave come ambiente, economia e sicurezza.

Inoltre, è stato valutato positivamente il risultato finale dell’ASEAN-China Plan of Action (2016-2020), grazie al quale “significativi progressi” sono stati fatti in vari settori come istruzione, sanità, sicurezza, trasporti, turismo, e altri. Di conseguenza, si è parlato del prossimo Plan of Action (2021-2025) che avrà come obiettivo di rafforzare ulteriormente la partnership nei prossimi cinque anni. Anche la pandemia è rientrata tra i temi principali ed è stata sottolineata l’efficace cooperazione tra la Cina e i paesi del sudest asiatico nel diminuire il suo impatto sull’economia.

La retorica di cooperazione e forte partnership strategica prosegue da anni, nonostante le chiare mire egemoniche cinesi sul Sudest asiatico. In sostanza, la Cina vuole mantenere rapporti cordiali nei riguardi dell’ASEAN per facilitare la penetrazione economica e commerciale nella regione. L’ASEAN riconosce l’importanza di tali investimenti e scambi commerciali, perciò tende a evitare di redarguire o provocare il governo cinese anche quando esso si rende protagonista di attività illecite e aggressive (ad esempio, le numerose scaramucce navali causate nel Mar Cinese Meridionale). Al contrario, i singoli stati membri si comportano ben diversamente nei confronti della Cina. 

Per comprendere questa paradossale differenza, bisogna sapere come funziona l’ASEAN e quali sono i suoi princìpi cardine. Senza scendere in dettagli che possono tediare il lettore, l’organizzazione presenta qualche significativo difetto strutturale. Il Professor Michael Yahuda lo spiega in maniera chiara nel suo libro The International Politics of the Asia-Pacific.[1] Innanzitutto, sin dalla sua creazione (1967), l’ASEAN è stata caratterizzata da una certa disunità, in quanto manca di strumenti per agire come una collettività e come un organismo legislativo.

Infatti, l’organizzazione opera tramite consenso, il che significa che le risoluzioni non sono vincolanti e, quindi, gli stati membri possono seguirle su forma volontaria. Inoltre, il principio cardine è sempre stato quello di rinforzare la sovranità degli stati membri e di rispettarne l’integrità territoriale e gli interessi nazionali. Dunque, al contrario dell’Unione Europea, l’ASEAN non è nata con lo scopo di diluire le varie sovranità nazionali per centralizzare, almeno in parte, il potere in un’organizzazione sovranazionale. Un altro dogma è la non-interferenza negli affari interni degli stati. Questa politica basata su consenso e non-intervento è chiamata “The ASEAN Way” (si potrebbe tradurre con “la via dell’ASEAN”).

I due princìpi fondamentali sui quali si fonda l’ASEAN spiegano perché le nazioni del Sudest asiatico, a livello unilaterale e bilaterale, assumono spesso posture più intransigenti e basate sulla difesa dell’interesse nazionale. Ad esempio, il recente colpo di stato in Myanmar attuato dalla giunta militare non ha provocato che una flebile risposta dal segretario generale dell’ASEAN Lim Jock Hoi. Come afferma il giornalista Sebastian Strangio, esperto di Sudest asiatico, “In termini di azione comune, la cosa più vicina prodotta dall’incontro [tra i nove ministri dell’ASEAN] è stata una dichiarazione rilasciata dall’attuale presidenza bruneiana dell’ASEAN, che non ha menzionato il Myanmar fino all’ottavo dei suoi dieci paragrafi.”

Chiarita questa importante differenza tra l’azione ASEAN come organizzazione multilaterale e l’azione dei suoi stati membri al di fuori di essa, si può passare all’analisi della relazione tra la Cina e l’ASEAN. Come si è evoluto il rapporto negli anni? Come potrà influire la crescente assertività di Pechino?

ASEAN E CINA NELLA STORIA RECENTE

Sin dagli anni della sua fondazione nel 1967, l’ASEAN ha operato nel rispetto del vicino gigante cinese, favorendo un buon grado di cooperazione. A sua volta, la Cina ha sempre ritenuto vantaggiosa la costruzione di una partnership con l’organizzazione regionale, in quanto gli avrebbe permesso di infiltrarsi nel Sudest asiatico più agevolmente. In particolare, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la Cina accelerò il processo di avvicinamento alla regione. Erano gli anni della riforma economica di Deng Xiaoping, il quale aprì l’economia cinese al libero mercato.

La straordinaria crescita economia che ne conseguì permise al paese di trovare sempre nuovi sbocchi commerciali e finanziari. Il Sudest asiatico, anch’esso in forte crescita economica, rappresentava una destinazione rilevante per gli affari cinesi. Basti pensare che la quota dell’ASEAN nel commercio di merci estere della Cina passò dal 5.8% nel 1991 all’8.3% nel 2000. La quota della Cina nel commercio dell’ASEAN crebbe dal 2.1% nel 1994 al 3.9% nel 2000.[2] Cominciò quindi negli anni Novanta la “diplomazia del sorriso” cinese, attraverso la quale Pechino intendeva espandere i propri interessi sulla regione mostrando che le sue intenzioni erano benevole e improntate alla pace e allo sviluppo economico reciproco (“win-win cooperation”).

Un altro momento chiave che rafforzò il rapporto tra la Cina e l’ASEAN fu la crisi economica che colpì la regione nel biennio 1996-1997. Il governo cinese decise infatti di non svalutare la propria valuta, il renminbi, al contrario dei paesi del Sudest asiatico. Questa mossa aiutò la Cina a evitare grossi danni e contribuì a un rapido recupero per le economie della regione. La Cina entrò nelle grazie dell’ASEAN, anche a discapito degli Stati Uniti che non diedero il loro supporto. D’altronde, la politica estera americana aveva messo in disparte la regione sin dalla terribile sconfitta subita in Vietnam durante la Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti sono i protagonisti di un altro evento che, indirettamente, solidificò le relazioni tra Pechino e l’ASEAN: l’11 settembre. L’attacco terroristico alle Torri Gemelle diede inizio alla guerra al terrorismo. L’amministrazione Bush cominciò le note guerre in Afghanistan e Iraq e investì ingenti risorse nella lotta al terrorismo globale. Il focus della politica estera americana, dunque, si spostò nel Medio Oriente, lasciando il Sudest asiatico in balia della Cina. Il governo cinese approfittò della perdita di influenza americana nella regione.

Nel 2002 fu firmata la Dichiarazione di Condotta delle Parti nel Mar Cinese Meridionale (si può trovare qui), con la speranza che avesse sancito il mantenimento dello status quo e la risoluzione pacifica delle dispute territoriali tra la Cina e vari paesi del Sudest asiatico (Brunei, Filippine, Malesia, Myanmar, Singapore, Vietnam). Intanto, gli scambi commerciali tra i membri dell’ASEAN e Pechino continuavano ad aumentare vertiginosamente. Nel 2003 il totale dei beni scambiati ammontava a $64.5 miliardi circa, mentre nel 2019 tale cifra ammonta a $508 miliardi (dati disponibili sul sito dell’ASEAN). 

La crisi finanziaria del 2007-2008 segnalò il continuo declino degli Stati Uniti per il governo cinese, il quale era sempre più convinto di avere mano libera sul Sudest asiatico. Infatti, tale crisi si aggiunse alle già dispendiose guerre al terrorismo che Washington stava combattendo in Medio Oriente. L’ASEAN e i suoi stati membri, sentitisi abbandonati a loro stessi dalla superpotenza americana, accolsero i progetti infrastrutturali e gli investimenti cinesi nella regione. La Cina era ormai diventata il maggior partner economico dell’ASEAN. 

Tuttavia, al peso economico si accompagnava un incremento del suo potere militare e diplomatico. La politica estera cinese si è fatta sempre più risoluta nel corso degli anni, soprattutto riguardo le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. L’affermazione della sovranità cinese sulle varie isole, isolotti, rocce e tratti di mare rientra tra i “core interests” del governo cinese, il quale ha più volte affermato che non sono negoziabili. L’ascesa al potere di Xi Jinping nel 2012 è stato il fattore principale di questa svolta sempre più autoritaria a livello domestico e sempre più risoluta in politica estera.

Xi Jinping, però, ha continuato lavorare per mantenere solide le relazioni con l’ASEAN. Il Presidente cinese ha più volte affermato che la Cina e le nazioni del Sudest asiatico fanno parte di una comunità di “destino comune”, basata su cooperazione, consultazione e dialogo. Ha altresì ribadito che Pechino non ha intenzioni malvagie, anzi quella cinese è una “crescita pacifica” (“peaceful rise”) basata sullo sviluppo economico. A conferma di ciò, Xi Jinping dichiarò nel 2013 l’attuazione di un gigantesco progetto infrastrutturale, noto come la Nuova via della seta (Belt and Road Initiative, BRI). 

Tornando agli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha avuto un impatto negativo sulla politica estera americana in Asia. Il ritiro degli Stati Uniti dal Partenariato Trans-Pacifico nel 2017 fu un chiaro segnale per i paesi del Sudest asiatico. Le aspre critiche di Trump alle politiche economiche asiatiche e le politiche protezioniste americane hanno causato malcontento tra i paesi della regione, i quali si sentirono nuovamente abbandonati a loro stessi con la Cina che imponeva la sua influenza.

Il presidente americano affermò anche che avrebbe sempre messo l’America al primo posto. Agli slogan anti-cinesi e alla guerra commerciale con la Cina non seguirono significativi progetti riguardo gli stati del Sudest asiatico, sempre più preoccupati delle aspirazioni egemoniche di Pechino. La nuova amministrazione Biden è chiamata a ricucire i rapporti sia con i tradizionali alleati regionali (Filippine e Tailandia) e sia con potenziali partner (Indonesia, Malaysia, Vietnam).

L’ASEAN e i suoi stati membri si trovano sempre in una posizione mediana piuttosto scomoda nella competizione tra Cina e Stati Uniti. Da un lato, non vogliono rinunciare ai massicci investimenti cinesi e agli scambi commerciali con il vicino gigante.

Dall’altro, sono sempre più preoccupati delle aspirazioni egemoniche di Pechino e hanno bisogno della presenza americana nella regione come fonte di sicurezza e di deterrenza. Se le tensioni nel Mar Cinese Meridionale si acuissero e nell’eventualità di una guerra, gli stati dell’ASEAN dovranno scegliere da che parte stare. Al momento, “non fateci scegliere” è ciò che piace loro ripetere.


[1] Parte delle considerazioni fatte in questa analisi sono prese da Yahuda, Michael B. The International Politics of the Asia-Pacific. Fourth ed. London, UK: Routledge Taylor & Francis Group, 2019. 

[2] ASEAN-China Expert Group on Economic Cooperation. Rep. FORGING CLOSER ASEAN-CHINA ECONOMIC RELATIONS IN THE TWENTY-FIRST CENTURY, 2001.

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