La questione del riarmo è un argomento complesso per quanto riguarda il Giappone; per fronteggiare le sfide legate soprattutto all’ascesa di Cina in Asia, il Primo ministro giapponese Sanae Takaichi intende ampliare la spesa del paese sulla difesa e migliorare il proprio apparato militare. Questa mossa non è stata accolta di buon grado dalla popolazione, ma cosa bisogna aspettarsi per il futuro?
Il contesto dell’Asia pacifica
L’area del Mar Cinese Orientale è una delle rotte più trafficate al mondo, da cui passano importanti rotte commerciali globali. Si stima che queste acque siano percorse da un milione e mezzo di navi all’anno, rendendo il Mar Cinese Orientale una vera e propria autostrada nautica. Per il Giappone questo mare riveste un’importanza strategica poiché consente alle navi di paesi stranieri di attraccare nell’arcipelago giapponese e rifornire il paese di risorse energetiche provenienti dall’estero. Il rafforzamento della presenza militare cinese in quelle acque può significare un controllo maggiore da parte di Beijing a discapito del controllo giapponese.

La mappa mostra l’area di riferimento del Mar Cinese Orientale (https://www.eia.gov/international/analysis/regions-of-interest/East_China_Sea)
Cina e Giappone non si trovano allineati sulla divisione dello spazio nautico nella regione. Ne è un esempio la questione riguardante le isole Senkaku (せんかく) per i giapponesi o Diaoyu (钓鱼) per la Cina: un incidente diplomatico nel 2010 ha colpito i due paesi quando il capitano di un peschereccio cinese è stato detenuto dalla guardia costiera giapponese con l’accusa di aver opposto resistenza all’arresto, in seguito a una richiesta da parte dei giapponesi di allontanarsi dalle acque limitrofe alle isole. A seguito di proteste da parte cinese (e sanzioni commerciali contro il Giappone) il capitano è stato rilasciato dalle autorità giapponesi, ma lasciando la faccenda territoriale irrisolta. Le preoccupazioni giapponesi non si concentrano solo sul controllo delle isole Senkaku, ma sono rivolte allo stesso tempo all’isola di Taiwan.
Il governo di Beijing si è imposto come data ultima il 2049 per riportare Taiwan sotto il proprio controllo con qualsiasi mezzo a sua disposizione. Per mantenere la pressione nei confronti dell’isola, la Cina sta svolgendo esercitazioni militare ed espandendo il ruolo della sua guardia costiera per mantenere alta la presenza cinese nelle acque adiacenti Taiwan. La minaccia cinese non è l’unica sfida che il Giappone teme poiché anche Russia e Corea del Nord rappresentano ulteriori minacce allo status quo giapponese. A mantenere alta la tensione tra Tokyo e Mosca è la questione ancora aperta per le isole Curili; questo arcipelago è collocato nella parte settentrionale dell’arcipelago giapponese che collega l’oceano Pacifico e il mare di Okhotsk. Le dispute territoriali tra Russia e Giappone hanno radici profonde, già a partire dalla seconda metà del XIX secolo quando l’espansione dell’impero zarista intende spingersi sempre più verso sud nel continente asiatico. Nel 1875 con l’accordo di San Pietroburgo l’impero russo lascia al Giappone il controllo dell’arcipelago in cambio dell’isola di Sakhalin. Durante la Seconda Guerra Mondiale, però l’equilibrio che si era formato subisce un nuovo sconvolgimento, infatti nonostante l’annuncio della resa giapponese da parte dell’imperatore Hirohito i russi lanciano un’operazione per occupare le isole Curili.

La posizione strategica delle isole Curili è al centro del contenzioso tra Giappone e Russia (https://formiche.net/2021/07/russia-giappone-isole/#content)
La recente visita di Putin sull’isola di Iturup nell’agosto del 2026 ha riacceso le tensioni tra i due paesi. Queste isole sono interessanti per via delle aree di pesca e la ricchezza di minerali preziosi nel sottosuolo, ma allo stesso tempo fungono da basi militari russe che danno a Mosca una proiezione nella zona dell’Asia Pacifica. Le relazioni diplomatiche tra Tokyo e il Cremlino sono peggiorate nettamente dallo scoppio del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022 e le esercitazioni russe congiunte alle forze militari cinesi non fanno altro che aggravare i rapporti già tesi tra i due stati.
Per quanto riguarda la Corea del Nord, invece le tensioni non sono circoscritte a una particolare sfera di influenza nella regione asiatica, piuttosto si basano sul fatto che il governo di Pyongyang svolge regolarmente lanci missilistici per mantenere alta la tensione con Tokyo e Seul. I recenti missili che la Corea del Nord ha lanciato verso il Mar del Giappone hanno permesso a Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti di mantenere contatti diplomatici aperti, per coordinarsi al meglio in vista di possibili nuove dimostrazioni da parte di Kim Jong Un.
Lo stato dell’esercito giapponese
A seguito delle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti il 6 agosto 1945 a Hiroshima e il 9 agosto a Nagasaki, il 2 settembre 1945 viene firmata a bordo della nave americana USS Missouri la resa giapponese. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, inizia in Giappone il periodo dell’occupazione (1945-1952) che vedrà la realizzazione della Costituzione del Giappone (1946) per portare il paese da uno stato di matrice imperiale, a uno di matrice democratica. L’articolo 9 della Costituzione prevede la rinuncia all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie, vietando al paese del Sol Levante la creazione e mantenimento di forze armate. Quanto scritto nella Costituzione non significa che il paese asiatico non abbia strumenti per la propria difesa: le Jieitai (自衛隊) sono l’insieme delle forze per l’autodifesa del Giappone, nate nel 1954 per la difesa dei confini nazionali e il mantenimento della pace. L’esigenza di creare una forza di difesa giapponese sorge con l’idea di arginare la minaccia comunista in seguito alla guerra di Corea (1950-1953).
A partire dalla fine degli anni ‘50, benché esistessero restrizioni alle funzionalità operative delle forze di autodifesa del Giappone (JSDF), il rapporto con gli Stati Uniti in materia di cooperazione e difesa ha iniziato a rafforzarsi sempre più. Con l’US-Japan Security Treaty del 1960 vengono permesse sul suolo giapponese basi militari statunitensi e l’intenzione di mutua difesa in caso di attacco in territori sotto l’amministrazione giapponese. La collaborazione tra questi due paesi non si limita soltanto alla protezione reciproca, ma allo stesso tempo Giappone e Stati Uniti svolgono esercitazioni militari congiunte come Exercise Keen Sword (1986-2024) e Exercise Malabar per essere pronti ad intervenire in caso di crisi nella regione dell’Indo-pacifico.
Le Jieitai si dividono in tre categorie: Japan Air Self-Defense Force (JASDF), Japan Ground Self-Defense Force (JGSDF) e Japan Maritime Self-Defense Force (JMSDF) che devono operare all’interno del framework indicato dall’articolo 9 della Costituzione. A dispetto delle restrizioni che la Costituzione giapponese applica alle forze armate, lo status delle Jieitai è da non sottovalutare; in una classifica stilata da Global Firepower per il 2026 il Giappone si classifica al settimo posto su un totale di 145 paesi presi in considerazione. Questi dati mettono in luce la volontà di proseguire nell’opera dell’autodifesa, senza però risultare debole agli occhi della comunità internazionale. Altro aspetto da tenere in considerazione è la qualità degli armamenti delle Jieitai: oltre alla produzione domestica, i principali fornitori del paese sono Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Francia e Germania; questo permette allo stato asiatico di avere a disposizione un arsenale al passo con i tempi in fatto di tecnologia ed efficienza.
Per fare fronte alle crescenti pressioni della Cina e dei suoi partner, il governo di Sanae Takaichi sta ripensando il ruolo delle forze del JSDF attraverso il Libro Bianco 2026 della difesa; nel documento si fa riferimento ad una situazione turbolenta in atto nell’Asia orientale con l’asse Beijing-Mosca-Pyongyang che favorisce l’innalzamento dei livelli di stress nella regione attraverso esercitazioni militari congiunte e alla necessità per Tokyo di prendere i corretti provvedimenti per poter affrontare un’eventuale escalation. La scelta di migliorare le proprie difese non è una strategia pensata in maniera astratta, ma è il risultato delle tensioni per il controllo di Taiwan e il conflitto in corso dal 2022 in Ucraina. Il focus del Libro Bianco 2026 va verso un accumulo di materiali bellici, il potenziamento della ricerca, produzione e sviluppo di nuovi armamenti, il tentativo di favorire soluzioni a costo ridotto (UVs – unmanned vehicles) per essere pronti entro l’anno fiscale 2027 a rispondere in prima persona a eventuali invasioni sul proprio territorio. Un’altra novità riguarda l’export di armamenti, che dal 1976 era limitato alle armi non letali e che adesso apre a possibili nuovi accordi con stati come Australia, Nuova Zelanda, Indonesia e Filippine.
Le implicazioni di un rifacimento del JSDF
La questione sicurezza non è al centro dell’agenda politica soltanto per quanto riguarda il Giappone, ma è una tematica che ha un ruolo chiave per molti paesi. A partire dal secondo dopoguerra in Giappone si è rafforzata l’idea di un paese volto alla pace (anche per merito di una Costituzione imposta) che non vuole commettere nuovamente gli errori del Giappone imperiale del XX secolo. Dalla sua elezione nell’ottobre del 2025, la premier Sanae Takaichi non ha mai nascosto il desiderio di ampliare il ruolo dell’esercito e favorire l’export di armi verso altri paesi, causando così malessere nella popolazione che vorrebbe mantenere lo status di nazione pacifica.
Questa nuova postura giapponese su una rinnovata restaurazione militare è vista come una possibile fonte di nuove tensioni per Cina, Russia e Corea del Nord. Infatti i tre paesi,sebbene per motivi differenti, hanno mosso critiche alla scelta di Tokyo di rafforzare la sua presenza militare. Beijing non è d’accordo sul fatto che la Cina venga considerata come il pretesto perfetto per il suo processo di militarizzazione, mentre Putin considera questo rafforzamento una minaccia alla sicurezza globale.
Best-case scenario: il governo di Sanae Takaichi porta avanti delle politiche ridimensionate su export e rinnovamento delle forze militari del JSDF in modo tale da evitare di creare nuove tensioni nell’area dell’Asia pacifica. Per rendere possibile questo scenario è necessario che anche la popolazione accetti una rivoluzione del ruolo delle forze armate giapponesi, che passerebbero da un ruolo puramente difensivo a uno in grado di rispondere efficacemente in caso di tensioni in uno scenario sempre più caratterizzato da instabilità territoriali, come nelle situazioni delle Senkaku, delle isole Curili e Taiwan.
Stability case: lo stato delle Jieitai resta prevalentemente immutato, con un semplice ammodernamento degli armamenti e una forte dipendenza dall’aiuto di alleati come gli Stati Uniti. Il mantenimento dello status quo attuale del Giappone mantiene inalterato il fragile equilibrio all’interno della regione. Beijing, Mosca e Pyongyang possono mostrare criticità sulle scelte del governo Takaichi, ma queste perplessità non si concretizzano in eventuali attacchi.
Worst-case scenario: la rivoluzione delle forze armate giapponese procede come auspicato dal Libro Bianco 2026 per la difesa, aumentando contemporaneamente il rischio dell’inasprimento delle relazioni con i paesi vicini. Le esercitazioni congiunte sia da parte di Tokyo e i suoi alleati, che da parte cinese e russa saranno il banco di prova per vedere se questa nuova corsa agli armamenti possa portare a nuovi conflitti per il controllo delle aree contese presenti nei mari asiatici.
