I Piani Quinquennali sono lo strumento con cui il governo di Beijing imposta le politiche da seguire per gli anni a venire. Con l’arrivo del Quindicesimo Piano Quinquennale, valido per il periodo 2026-2030, si intende migliorare le politiche già impostate durante il precedente Piano Quinquennale in ambito economico, finanziario, energetico, ambientale e persino culturale.
Perché la Cina utilizza i Piani Quinquennali?
Già a partire dalla propria fondazione, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha adottato un modello di sviluppo sul medio periodo simile a quello dell’Unione Sovietica ideato da Stalin a partire dalla fine degli anni ‘20 per lo sviluppo dell’economia industriale. Il primo esempio di Piano Quinquennale cinese non viene varato nel 1949 ovvero l’anno di fondazione della Repubblica Popolare, ma bisogna aspettare il 1953. Infatti, nei primi anni di vita della RPC, Mao Zedong ha dovuto creare una stabilità all’interno del paese in modo da poter iniziare al meglio le sue riforme.
La scelta di optare per un modello simile a quello dell’Unione Sovietica è facile da comprendere: entrambi i paesi sono sotto l’influenza dell’ideologia comunista e il vicino sovietico è l’unico disposto a dare una mano alla neo-formata Repubblica Popolare Cinese. Grazie al loro modello economico, agli aiuti finanziari e al loro know-how, i sovietici nel corso del Primo Piano Quinquennale cinese (1953-1957) hanno aiutato Mao Zedong nello sviluppo di industrie ed infrastrutture. Il rapporto con l’Unione Sovietica, però è destinato ad incrinarsi con la decisione di mettere in atto le politiche del cosiddetto “Grande balzo in avanti” (1958-1960) per favorire un processo di industrializzazione della Cina per avvicinare il paese asiatico ai livelli produttivi dell’Occidente. I risultati delle politiche decise dal Grande Timoniere si rivelano fallimentari poiché la collettivizzazione della produzione agricola e l’applicazione di politiche dalla dubbia validità portano il paese ad affrontare un periodo caratterizzato da un’elevata mortalità e carestie.
Nonostante il fallimento del “Grande balzo in avanti”, il paese asiatico ha proseguito ad utilizzare i Piani Quinquennali come strumento di pianificazione politica. A seguito della morte di Mao Zedong (avvenuta nel 1976) e del tumultuoso periodo della Rivoluzione Culturale appena trascorso, il nuovo leader Deng Xiaoping sceglie di intraprendere riforme per iniziare ad aprire la Cina al mondo. Con il Sesto Piano Quinquennale (1981-1985) l’obiettivo fissato da Deng Xiaoping è quello di rendere la crescita economica della RPC più stabile e seguire i quattro principi di “adattare, riformare, rettificare e migliorare”.
Con l’adesione della Cina al WTO (World Trade Organization) nel 2001, il paese asiatico viene finalmente riconosciuto come un mercato rilevante su scala globale ed è il momento ideale per iniziare a smarcarsi dall’idea di essere soltanto un paradiso per la produzione di beni a basso costo. Il Decimo Piano Quinquennale (2001-2005) è quello che inaugura il nuovo millennio e punta ad un rinnovamento del settore industriale e delle high-tech, al rafforzamento delle infrastrutture per appianare le differenze all’interno del paese e all’attenzione sulle questioni ambientali. Negli anni più recenti la sfida della Cina sotto Xi Jinping è quella di concentrarsi su uno sviluppo di alta qualità. Il Quattordicesimo Piano Quinquennale (2021-2025) ha posto sotto i riflettori nuovi aspetti da considerare: in seguito della pandemia COVID-19, la crescita economica della RPC ha subito una brusca frenata e per ovviare alla situazione il governo di Beijing ha deciso di accelerare sullo sviluppo tecnologico, urbanistico e delle politiche green per ridare slancio alla propria crescita. La Belt and Road Initiative (一带一路) è rimasto un progetto su cui Pechino punta per costruire infrastrutture, investimenti e flussi commerciali tra i paesi dell’area Euroasiatica e dell’Africa.
Cosa prevede il Quindicesimo Piano Quinquennale
Lo scorso 12 marzo si sono concluse le annuali “Due sessioni” (两会) per definire le strategie che il governo deve perseguire. In questa occasione è stata approvata la bozza del Quindicesimo Piano Quinquennale che delinea la strategia di Pechino per i prossimi cinque anni. Il focus della nuova pianificazione non riguarda esclusivamente l’economia cinese, ma deve fare i conti con un contesto nettamente diverso da quello di cinque anni prima, sia in ambito domestico che internazionale. Ad esempio, l’ambito tecnologico sta diventando sempre più un benchmark per misurare la forza di stato; per essere competitivo in questo ambito il paese asiatico sta cercando di concentrarsi sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la trasformazione delle terre rare in componenti utili per le industrie green, della difesa ed elettroniche. Ottenere un vantaggio dal punto di vista dell’innovazione può permettere alla Cina di attirare nuovi investimenti e rendere Pechino come punto di riferimento della modernizzazione dei processi produttivi.
Allo stesso tempo, lo sviluppo tecnologico deve essere accompagnato da una crescita dell’economia interna. Il discorso sull’economia domestica non riguarda solamente la crescita del prodotto interno lordo (PIL) dello stato, si concentra invece su uno spettro più ampio di fattori. Uno di questi è il cosiddetto risk monitoring che serve a comprendere l’andamento dell’economia ed evitare di incorrere in periodi di flessione non previsti. Attraverso queste previsioni è possibile tenere sotto controllo flussi di risorse e monitorare gli investimenti stranieri. Questo controllo sui dati richiede, però un grande sforzo da parte del Partito Comunista Cinese: per rendere efficace questa gestione di informazioni ci deve essere una grande coordinazione tra il centro e le periferie dello stato, in modo tale da permettere una raccolta dati capillare.
Non meno importanti all’interno del 15o Piano Quinquennale risultano essere le questioni legate all’ambiente. La RPC è un paese ancora fortemente legato all’uso di combustibili fossili e per questo motivo è al primo posto per i paesi che generano più CO2 attraverso i combustibili fossili. Già nel 14o Piano Quinquennale il governo si è fissato di raggiungere il picco di emissioni per il 2030 e nel 2060 di arrivare alla carbon neutrality. Nel nuovo Piano formulato gli obiettivi circa il picco di emissioni rimangono immutati poiché si intende arrivare a un approvvigionamento energetico sicuro e basato principalmente su energie pulite. Ottenere questi risultati non è semplice dato che per lungo tempo il paese ha basato la sua provvigione energetica quasi esclusivamente sull’uso del carbone. Nonostante l’utilizzo massiccio di combustibili fossili, in contemporanea la Cina ricopre un ruolo di primo piano nel campo delle rinnovabili; i dati della IEA (International Energy Agency) indicano che il 30.5% dell’energia prodotta da Pechino è da fonti rinnovabili, soprattutto sfruttando le capacità idriche e del vento.

I principali punti in ambito economico e sociale del Piano Quinquennale per il 2030 (https://merics.org/en/comment/deciphering-15th-five-year-plan)
La portata del nuovo Piano Quinquennale non si limita semplicemente a favorire la transizione verso energie più pulite ed una crescita dell’economia statale, bensì tratta tematiche come lo sviluppo culturale, la crescita della natalità e le relazioni con l’isola di Taiwan. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, l’intento del governo centrale è quello di combattere le forze separatiste che vogliono rendere indipendente Taiwan dal Mainland cinese. Sebbene le relazioni tra Beijing e Taipei non siano idilliache, la RPC si impegna nel voler promuovere scambi culturali, flussi commerciali e sicurezza ai cittadini considerati “compatrioti” desiderosi di abbandonare le proprie differenze e riunirsi sotto un’unica Cina.
In che modo si tradurranno gli obiettivi stabiliti dal Piano Quinquennale?
I segnali che traspaiono dal 15o Piano Quinquennale sono quelli di un paese che vuole continuare a crescere, specializzandosi nei propri sistemi di produzione, da essere preso come riferimento in ambito delle politiche green e leader in ambito tecnologico. È evidente che la programmazione per i prossimi cinque anni non può essere confinata “sulla carta”, ma deve fare i conti con gli eventi che hanno ripercussioni su scala globale. Un esempio calzante riguarda la chiusura dello stretto di Hormuz e del conseguente blocco dei flussi marittimi nell’area. Gli interessi commerciali di Pechino nell’area del Golfo (soprattutto per l’importazione di petrolio) sono elevati e la chiusura del chokepoint richiede un cambio di strategia per non subire gli effetti negativi derivanti da questa situazione. I Piani Quinquennali sono dispositivi omnicomprensivi delle scelte politiche che la Cina vuole portare avanti, anche se può risultare rischioso voler fronteggiare tutti gli aspetti salienti di uno stato, soprattutto in una lunghezza a medio termine che può essere caratterizzata da grande incertezza geopolitica.
Best-case scenario: la visione di Pechino si realizza riuscendo a conciliare la crescita economica con la protezione ambientale e la mitigazione dei rischi legati al cambiamento climatico. Se questo tipo di scenario dovesse realizzarsi, la Cina potrebbe essere presa come modello virtuoso a cui ispirarsi e non essere più vista come semplice paese gigante della produzione di beni. In ambito economico, senza una cifra concreta per la crescita del PIL, il governo centrale si è liberato da vincoli che potevano frenare le sue ambizioni, dando importanza allo sviluppo di produzioni innovative e l’attrazione nuovi investimenti esteri.
Lo scoglio più grande resta il raggiungimento di quanto prefissato in campo ambientale con il raggiungimento del picco delle proprie emissioni. Il paese asiatico possiede due anime distinte: la prima è ancora saldamente legata all’utilizzo dei combustibili fossili per garantirsi una sicurezza energetica, mentre la seconda è più incentrata sulle clean tech, ovvero veicoli elettrici e fonti energetiche pulite come quella solare.
Worst-case scenario: le previsioni del governo di Xi Jinping non si compiono e i Piani Quinquennali restano uno strumento prettamente teorico per tracciare la linea da seguire per il paese. Come già sottolineato, per ottenere un successo dal punto di vista economico al governo centrale basta mantenere un segno positivo nella crescita del prodotto interno lordo e nel settore tecnologico. Il discorso cambia, però se si parla di ambiente e di relazioni tra le due anime che sono separate dallo stretto di Formosa. Infatti, fin dal 2015 durante la COP 21 tenutasi a Parigi Xi Jinping ha dichiarato di voler raggiungere entro il 2030 il picco delle emissioni di CO2 cinesi. Se questo intento dovesse fallire risulterà difficile giungere alla desiderata carbon neutrality entro il 2060, nonostante gli ottimi numeri della mobilità NEV (New Energy Vehicles) e delle politiche poste in vigore per rendere il settore industriale sempre più competitivo e pulito. I discorsi di integrazione e cooperazione con i “compatrioti cinesi” a Taiwan dimostrano un’intenzione a collaborare su certi temi, ma di sicuro non smentiscono l’intenzione del governo di Pechino di riunire l’isola (con qualsiasi mezzo a sua disposizione) sotto il proprio controllo.
