La demolizione invisibile: come Pechino demolisce Larung Gar evitando i satelliti

A Sertar (Seda) nella prefettura autonoma tibetana di Kardze in Sichuan occidentale, dal 13 luglio le autorità cinesi conducono una nuova campagna di demolizione contro Larung gar, che è il più grande istituto di studi buddisti tibetani al mondo.

Più di 1000 abitazioni monastiche sono destinate ad essere abbattute, con le prime sei demolizioni già confermate entro il 15 di luglio. A più di sette settimane dall’avvio, le immagini satellitari più recenti analizzate da Radio Free Asia(RFA) al 14 agosto con fotografie sul terreno raccolte dall’International Campaign for Tibet (ICT) al 13 agosto, con conferma pubblica del quadro complessivo il 18-20 agosto, mostrano una campagna sempre più in espansione e con variazioni tattiche rispetto alle ipotesi di partenza: le operazioni, cominciate deliberatamente di notte per evitare testimoni e passaggi satellitari, sono da fine luglio proseguite apertamente anche in pieno giorno.

L’inizio della campagna coincide con l’entrata in vigore, il 1° luglio 2026, della nuova “Legge per la Promozione dell’Unità Etnica e del Progresso” (Ethnic Unity and Progress Law, EUPL), che formalizza per la prima volta in un testo legislativo organico l’obiettivo dell’assimilazione delle minoranze etniche nella “nazione cinese unificata”.

Notizie recenti non confermano la sospensione della campagna al contrario, fonti ICT riferiscono di piani per proseguire le demolizioni di ulteriori residenze anche nel 2027.

Corpus

Larung Gar (in tibetano “Larung Five Sciences Buddhist Academy”) fu fondata nel 1980 dal lama nyingma Khenpo Jigme Phuntsok in una valle disabitata di Sertar.

Nel corso di due decenni la comunità crebbe fino ad arrivare a circa 40.000 tra monaci, monache e laici.

La crescita stessa di questa comunità ha reso l’istituto un bersaglio constante delle autorità cinesi.

La prima grande campagna di sgombero iniziò nel 2001, dimezzando la popolazione residente; una seconda campagna iniziò nel 2016-2017 che portò all’espulsione di quasi 5.000 monaci e monache e alla demolizione di altrettante abitazioni, al punto che nel febbraio 2017 sei esperti delle Nazioni Unite definirono questi interventi una violazione internazionale dei diritti umani. Piu recentemente, nel 2025 altri circa 1.000 religiosi erano stati allontanati con la motivazione formale di riportare il numero di abitazioni dal censimento di circa 6.000 unità al tetto fissato dal governo a 5.000.

Le risposte di Pechino che ancora oggi dà, sono sempre le stesse:” eccesso di strutture residenziali, rischio incendi, sovraffollamento oltre i limiti tollerabili”.

Le organizzazioni in esilio come ICT, TCHRD, la Central Tibetan Administration (CTA), la respingono, collocando la campagna nel quadro della “sinizzazione” del buddhismo tibetano voluta da Xi Jinping fin dal 2014, quando il concetto di “coscienza della comunità nazionale cinese” è stato elevato a principio guida della politica etnica del Partito.

Inoltre, gli sviluppi più recenti aggiungono elementi più concreti alla nostra analisi.

Alla fine di luglio il Tibet Times ha riportato che monaci e le monache le cui celle sono state abbattute ricevono l’ordine di lasciare l’istituto: chi proviene da fuori Sertar viene rimandato nella regione d’origine, chi è del posto viene allontanato in monasteri locali, uno smembramento sistematico della comunità, non solo una demolizione edilizia.

Il 9 agosto un monaco ha inscenato una protesta esponendo dalla finestra di una residenza destinata alla demolizione un ritratto del X Panchen Lama, successivamente è stato fermato dalle autorità.

La CTA riferisce che le demolizioni proseguono ogni giorno, sono stati imposti controlli stringenti sul movimento e comunicazione dei residenti, riprese fotografiche e video della distruzione sono formalmente vietate, e i cantieri vengono schermati con getti d’acqua nebulizzata ufficialmente per abbattere la polvere, ma con l’effetto aggiuntivo di ridurre la visibilità delle operazioni dall’esterno.

Le verifiche esterne attraverso immagini satellitari analizzata tra il 24 luglio e il 14 agosto mostra un’area di demolizione ampliata, con sezioni già ripulite dalle macerie e mezzi pesanti (tra cui un grande escavatore SANY) ancora attivi su una superficie di circa un ettaro.

ICT attraverso fotografie del 13 di agosto, mostra lavori sia diurni, operai con caschi rossi e gilet ad alta visibilità tra i cumuli di macerie, sia notturni, con mezzi in funzione sotto fari accesi.

Il passaggio all’operatività anche nel diurno è un dato importante rispetto alla fase iniziale della campagna: la tattica dell’oscurità esplicitamente motivata dalle fonti locali come elusione della sorveglianza satellitare, non è stata abbandonata ma affiancata da un’esecuzione più aperta, quasi a segnalare che l’effetto deterrente della documentazione esterna, pur avendo prodotto condanne diplomatiche diffuse, non ha finora comportato conseguenze concrete tali da giustificare, agli occhi di Pechino, il mantenimento della piena cautela operativa iniziale.

Ipotesi speculativa

L’ipotesi centrale mette in luce non solo il tentativo di eludere la sorveglianza satellitare tramite l’oscurità, ma di una gestione più articolata e flessibile della visibilità: operazioni notturne dove la riservatezza è prioritaria, operazioni diurne dove la produttività prevale e il costo reputazionale è ormai considerato marginale, schermature fisiche (i getti d’acqua) per attenuare comunque la qualità delle immagini dall’esterno indipendentemente dall’ora. La flessibilità tattica di Pechino suggerisce come abbia valutato attentamente le reazioni internazionali nelle prime settimane, condanne verbali senza misura concrete, come un costo politico sostenibile e abbia di conseguenza allentato la disciplina operativa iniziale.

I piani di demolizioni estesi al 2027 unita alla volontà di smembrare la comunità monastica tramite ordini di allontanamento, rafforza l’ipotesi che l’obbiettivo non è una semplice riduzione numerica delle abitazioni, ma la dispersione strutturale e permanente della comunità di Larung Gar come centro autonomo di insegnamento, in coerenza con l’impianto della EUPL, approvata il 12 marzo 2026 con votazioni unanime e primo strumento legislativo cinese ad abbandonare esplicitamente il principio costituzionale del trattamento preferenziale delle minoranze e con la strategia di sinizzazione su scala nazionale segnalata anche dalla visita in Tibet del membro del Politburo Wang Huning in vista del 21° Congresso del Partito.

Best/worst case

La pressione diplomatica e mediatica internazionale, fino ad oggi scarsa, attraverso dichiarazioni e risoluzioni parlamentari, si traduce in misure con un costo politico reale per Pechino (condizionalità su dossier commerciali o diplomatici bilaterali), portando ad un rallentamento della fase 2027 già annunciata, e un parziale allentamento delle restrizioni sui monaci già evacuati.

La documentazione satellitare seriale e le fonti sul terreno, nonostante i rischi personali crescenti per chi le fornisce, continuano a garantire un flusso minimo ma costante di verifica indipendente, impedendo che la vicenda scompaia dall’agenda internazionale.

Lo scenario peggiore ma anche quello che potrebbe facilmente realizzarsi, è che la campagna si completa secondo i piani cinesi, con la fase aggiuntiva del 2027 che si avvia senza soluzione di continuità e il modello sperimentato a Larung Gar con  combinazione di demolizioni fisiche, allontanamento sistematico dei residenti, restrizioni su documentazione e comunicazione, schermatura fisica dei cantieri, viene esteso ad altri siti religiosi sensibili in Tibet e, per estensione del quadro EUPL, in Xinjiang e Mongolia Interna.

L’assenza di azioni concrete a fronte delle sole condanne dichiaratorie occidentali consolida a Pechino la percezione che la gestione flessibile della visibilità (notte quando conviene, giorno quando serve accelerare) sia una soluzione operativa sufficiente, rendendo il caso un precedente per poterlo utilizzare su scale più ampia o in altre parti.

In questo scenario, Larung Gar smetterebbe progressivamente di esistere come centro monastico unitario, sopravvivendo solo come nucleo ridotto e frammentato, privato della massa critica di studenti e insegnanti che ne ha fatto per decenni un punto di riferimento globale per il buddhismo tibetano.

Elementi da monitorare

Tra i segnali da monitorare nelle prossime settimane e mesi ci sono l’eventuale pubblicazione di nuove serie di immagini satellitari (RFA, Planet Labs) che confermino la conclusione della fase attuale o l’avvio anticipato della fase 2027, ulteriori episodi di protesta individuale a Larung Gar e il trattamento riservato ai loro autori, come nel caso del monaco fermato il 9 agosto, poi l’evoluzione delle restrizioni su movimento e comunicazioni imposte ai residenti, che condizionano direttamente la capacità di documentazione indipendente, l’eventuale applicazione di misure analoghe (demolizioni, allontanamenti, restrizioni informative) in altri siti tibetani o in Xinjiang e Mongolia Interna, come test di replicabilità del modello.

Sul piano esterno alla Cina, bisognerà guardare le reazioni formali di UE, Stati Uniti e Nazioni Unite, in particolare eventuali nuove comunicazioni di Relatori Speciali ONU sul modello del precedente del 2017. Infine, la tenuta e la sicurezza personale delle fonti locali che continuano a fornire a ICT, RFA e Tibet Times fotografie e informazioni dal terreno, fattore critico e sempre più esposto man mano che i controlli sui residenti si irrigidiscono.

Se dovessero iniziare queste campagne anche in altre aree tibetane o turcofone dello Xinjiang con l’uso di cantieri schermati, restrizioni improvvise di accesso, sospensione della connettività locale, sarebbe un segnale importante di come abbiamo esteso il modello sperimentato a Sertar anche in queste zone

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