Il canale di Panama dalla “Dottrina Monroe” agli Stati Uniti di Trump 2.0

Fonte immagine: https://www.theguardian.com/world/2025/jan/23/donald-trump-panama-canal-operation-china-claims-explainer

Il Canale di Panama è da sempre un’area geografica strategica per le grandi potenze internazionali. Quali sfide e opportunità per la nuova amministrazione Trump?

A gennaio 2025, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno sperimentato una più esacerbata sterzata conservatrice. Rispetto al 2016, infatti, Donald Trump si dimostra essere un leader più agguerrito e disposto a perseguire la famigerata “America First Policy” 2.0 per rimettere al centro gli interessi statunitensi sia sul piano interno sia su quello estero. Dunque, ben lungi dal promuovere una politica di totale disimpegno internazionale, il neoeletto presidente, da uomo d’affari di lunga data, sa bene che le guerre possono essere deleterie specialmente quando si parla di business.

Nel più ampio contesto latinoamericano, Donald Trump ha dato nuovamente vita alla “Dottrina Monroe” concentrandosi, tuttavia, più sulla sicurezza interna che su una vera e propria rinascita imperialista statunitense. Tale rinnovato impegno nell’area è significativo in quanto, dopo la fine della Guerra Fredda e la caduta di vari regimi conservatori e dittatoriali latinoamericani (il più delle volte promossi dagli stessi Stati Uniti), il paese nordamericano ha, progressivamente, allentato la morsa sulla regione volgendo lo sguardo ad altri focolai internazionali a cavallo tra gli anni ’90 e ’00. 

Il nuovo interesse nell’area e, soprattutto, nel “riprendersi” il Canale di Panama, (considerato erroneamente da Trump un “regalo” degli Stati Uniti a Panama) è testimoniato dallo storico viaggio inaugurale del nuovo Segretario di Stato, Marco Rubio, non a caso primo segretario di Stato di ascendenza cubana, in America Centrale e nella Repubblica Dominicana (viaggio inaugurale che non si verificava da oltre un secolo). Il tour di Rubio segna una nuova era nei rapporti di Washington con i vari leader dell’America Latina, specie di quelli centroamericani, rendendo chiare le posizioni statunitensi di fronte ai temi dell’immigrazione irregolare (con dei piani per deportare massicciamente gli immigrati al confine col Messico), dell’emergenza Fentanyl e della sempre più decisiva presenza di nuovi attori, quali la Cina. 

Il ruolo cinese nello scacchiere latinoamericano, che negli ultimi anni si è dimostrato sempre più preponderante, è una questione di politica estera e di sicurezza che gli Stati Uniti cercheranno di arginare e di eliminare a partire proprio dal Canale di Panama. Il Panama è, infatti, accusato dagli Stati Uniti di dare troppa priorità alle operazioni commerciali cinesi nel Canale (cosa smentita molteplici volte dal presidente panamense, Jose Raul Mulino). Tuttavia, rimane poco chiaro come il presidente Trump intenda agire, anche se non va del tutto escluso un intervento militare (sulla scia dell’invasione del Paese nel 1989 sotto gli Stati Uniti di Bush padre che ancora oggi resta una ferita aperta per la popolazione locale). 

L’interesse statunitense verso il Canale di Panama ha una lunga storia che risale al 1914, anno in cui venne inaugurato il Canale, dopo circa dieci anni di lavori, e finanziato e costruito proprio dagli Stati Uniti (dopo un fallito tentativo di costruzione francese). La “diplomazia del Canale”, come venne in seguito chiamata, fu una serie di azioni diplomatiche portata avanti dall’amministrazione Roosevelt, nei primi anni del XX secolo, per cercare una via alternativa alla circumnavigazione del Sud America, proprio cercando un Canale in Centro America che accorciasse i tempi di navigazione. 

L’aiuto statunitense offerto a Panama (occupato a dichiarare la sua indipendenza dalla Colombia nel 1903) venne inquadrato proprio nell’ottica di ottenere vantaggi commerciali in vista della costruzione del Canale: l’accordo Hay-Bunau-Varilla del 1903 ebbe lo scopo di garantire agli Stati Uniti un accesso esclusivo e duraturo al Canale in cambio di assistenza e protezione alla nuova Repubblica di Panama, nonostante l’ostilità dei cittadini che consideravano la presenza del Gigante nordamericano come una violazione alla loro sovranità territoriale. Il trattato divideva il territorio panamense in due zone, lasciando la zona centrale, “Zona del Canale di Panama”, lunga circa 16 km, ad uso perpetuo degli Stati Uniti. 

Tristemente famosa fu la “Big Stick Diplomacy” di Roosevelt con la quale la politica estera statunitense veniva caratterizzata da un aumento dell’attività diplomatica e negoziale supportata, però, da una minaccia all’uso della forza qualora la diplomazia non fosse stata sufficiente. Tale linea di politica estera venne ampiamente messa in atto in America Latina e nei Caraibi anche negli anni a venire. Ad ogni modo, la nuova “Zona del Canale” venne usata quasi esclusivamente per fini militari con qualche centinaia di civili statunitensi ivi stanziati (i cosiddetti “zoneítas”, cittadini statunitensi nati nella Zona del Canale tra il 1904 e il 1979). 

Tuttavia, nel corso degli anni l’insoddisfazione dei cittadini panamensi si fece sempre più evidente. A partire dal 1950, varie organizzazioni studentesche diressero proteste pacifiche per spingere le autorità statali all’attuazione di piani concreti per riprendere possesso su una porzione non indifferente di territorio e per porre fine alla divisione del Paese. Significativa fu l’Operazione Sovranità con la quale diversi studenti, in un’operazione clandestina e pacifica, piantarono varie bandiere del Panama nella Zona del Canale, il 2 maggio del 1958. 

Questo quadro complessivo di forti tensioni raggiunse il suo culmine nel 1959 con l’intervento dell’esercito. Nonostante la firma del nuovo accordo Chiari-Kennedy, nel 1962, che concesse velate libertà economiche e sociali, le cose non cambiarono fino al 1964 anno in cui si ruppero, seppur per pochi mesi, le relazioni diplomatiche tra i due paesi a seguito di una brutale repressione tristemente conosciuta come il “Giorno dei Martiri”, avvenuta il 9 gennaio 1964, da parte dell’esercito statunitense sui manifestanti. Il presidente panamense Roberto Chiari, passato alla storia come “il coraggioso presidente della dignità”, portò avanti enormi pressioni diplomatiche sul presidente statunitense Lyndon Johnson (già occupato con un’altra battaglia in Vietnam) rendendo chiaro che non avrebbe ricucito i rapporti se non prima si fossero rivisti gli accordi del 1903. 

Negli anni a venire, si iniziarono vari negoziati e decisiva fu l’azione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che spostò temporaneamente la sua sede a Città di Panama per discutere la situazione del Canale nel 1973 (una situazione inedita nella diplomazia onusiana che spostò solo un’altra volta la sua sede, nel 1972, in Etiopia). L’intervento dell’ONU e i successivi accordi Tack-Kissinger del 1974, che lasciavano intravedere un progressivo disimpegno statunitense dal Canale e una partecipazione più attiva del governo panamense, furono una sorta di catalizzatore per la firma dei famosi Trattati Torrijos-Carter nel 1977 a Washington D.C. Tali trattati modificarono il precedente accordo del 1903, e previdero sia la dissoluzione della Zona del Canale nel 1979 (e con la conseguente espulsione degli zoneítas) e la restituzione di quest’ultima a Panama a partire dal 31 dicembre del 1999, sia un possibile intervento militare statunitense qualora la neutralità del Canale fosse stata minacciata. Questo “Trattato di Neutralità”, parte degli accordi di Torrijos-Carter, venne pensato sulla base del periodo storico dell’epoca, in vista di una possibile minaccia sovietica. Tale trattato ne disciplina anche il suo corretto funzionamento sia in tempo di pace sia di guerra, ai sensi dell’art. 2 -.

Dunque, prendendo in considerazione questa ricostruzione storica, è evidente come il passaggio di sovranità del Canale sia frutto di un lungo processo negoziale che ben poco ha a che vedere con un mero “regalo” offerto dagli Stati Uniti, così come menzionato dal presidente Trump nel suo discorso a Capitol Hill. Inoltre, le pesanti accuse che Trump continua a lanciare nei confronti della Cina e delle sue possibili operazioni militari nel Canale vengono smentite da Ricaurte Vasquez Morales, direttore del PCA (Panama Canal Authority, un’agenzia governativa federale, che gestisce il Canale dal 1999), dal presidente panamense Mulino e dalla stessa Cina. 

Tuttavia, è importante sottolineare che la Cina, uno dei più importanti partner commerciali dell’America Latina, abbia guadagnato una significativa presenza nel Canale (si stima che dal 2023 al 2024, il volume della merce cinese in transito nel Canale abbia rappresentato circa il 21.4%) e con importanti investimenti in vari terminal e porti del Canale (queste attività economiche hanno spinto, probabilmente, Trump a dover dichiarare che il Canale fosse sotto stretto controllo cinese). Nonostante ciò, non si sono mai segnalate interferenze militari cinesi nella zona. 

Le relazioni diplomatiche tra Panama e Cina sono sempre state positive (anche tenendo conto del fatto che la nazione latinoamericana ha, nel 2017, rotto le sue relazioni con Taiwan). Ad ogni modo, negli ultimi anni, gli ultimi governi allineati ideologicamente con Washington hanno cercato di arginare la presenza cinese nel Paese e, con la nuova amministrazione Trump, la preoccupazione panamense per una brusca reazione statunitense non è poca: il governo Mulino ha già fatto sapere che non rinnoverà i suoi accordi nel quadro della “Via della Seta” con la Cina, firmati nel 2018 (un passo decisivo per affievolire la presenza del Gigante Asiatico nel Canale). 

Prospettive future

Il futuro panamense sembra essere caratterizzato da importanti sfide a livello internazionale. Nel lungo periodo, il presidente Mulino potrebbe cedere del tutto alle pressioni statunitensi, favorendo una più spiccata presenza di Washington nel Canale. Il presidente Trump, da abile negoziatore, giocherà le carte della diplomazia internazionale, aumentando gli investimenti finanziari ed economici nel Paese, scacciando una sempre più decisa presenza cinese nel Canale. Non è da escludere, anche se improbabile nell’immediato, una mossa militare nei confronti di Panama che, seppur vede la sua economia in crescita con un PIL pari al 7.3 % nel 2023, affronta ancora seri problemi legati a una povertà galoppante e a una forte disuguaglianza interna tra popoli indigeni e afrodiscendenti. 

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