INTRODUZIONE
Ogni impero storicamente rilevante nasce con un ideale attraverso il quale, più o meno genuinamente, giustifica la propria esistenza e, ancor di più, la propria missione imperiale. Gli Stati Uniti d’America non fanno eccezione; anzi, ne rappresentano una perfetta esemplificazione.
La nascita ideologica e culturale degli Stati Uniti non coincide esclusivamente con la nota Dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 17761, con cui le tredici colonie si affrancano da ogni vincolo di obbedienza alla corona britannica. È indubbio che l’atto formale di emancipazione dal dominio britannico, firmato da Jefferson e co-firmatari, sia rappresentato da questo documento, del quale quest’anno si sono celebrati i 250 anni.
Tuttavia, l’anima di questa nascente «civiltà americana» trova la sua più «profonda spinta propulsiva»2 nel fervente puritanesimo perfettamente rappresentato dal sermone A Model of Christian Charity, pronunciato più di 140 anni prima da John Winthrop. In esso, il leader puritano e primo governatore della Massachusetts Bay Colony imprime in poche parole il destino redentore riservato al popolo statunitense, che assume a tutti gli effetti una veste messianica. Il passaggio più noto ha attraversato pressoché intatto oltre quattro secoli ed è servito a legittimare l’eccezionalismo americano e, di riflesso, la pax americana. Tale passaggio recita: «For wee must consider that wee shall be as a city upon a hill. The eies of all people are upon us.»3
È opportuna una precisazione, tanto storiografica quanto funzionale alla tesi che seguirà: questo sermone rimase per oltre due secoli un testo pressoché sconosciuto, rimanendo inedito nella sua forma integrale fino al 1838, e fu riportato al centro della coscienza nazionale solo nel Novecento: prima dagli storici (Perry Miller, Sacvan Bercovitch4), poi dalla retorica presidenziale della Guerra Fredda, fino alla sua consacrazione definitiva con Ronald Reagan negli anni Ottanta5. La «città sulla collina», dunque, non è soltanto un mito fondativo trasmesso ininterrottamente, bensì un costrutto ideologico riattivato ogni qualvolta l’America ha avuto bisogno di rinnovare la propria missione di fronte a una sfida esterna o a una crisi di fiducia interna. È precisamente questo meccanismo, il ricorso ciclico all’eccezionalismo messianico nei momenti di incertezza sul proprio primato, ad aver accompagnato ogni fase espansiva statunitense: dal Destino Manifesto alla dottrina Monroe, dal wilsonismo al containment, fino all’esportazione della democrazia nel dopo Guerra Fredda. Nel corso dei secoli, gli Stati Uniti d’America si sono così eretti a città sulla collina, faro dell’umanità, esempio tra le nazioni e superpotenza planetaria.
Al di là della retorica della missione divina, l’interrogativo al centro di questa analisi è in che stato versi oggi la potenza americana, e se, di fronte all’ennesima ondata di dubbi sulla propria supremazia, gli Stati Uniti stiano attingendo di nuovo a quel serbatoio ideologico per un motivo strutturale o esclusivamente retorico. L’interrogativo geopolitico più cruciale del XXI secolo non è, banalmente, se l’impero statunitense stia per crollare: il dibattito sul «declino americano» è un tòpos ricorrentedella riflessione geopolitica, riemerso periodicamente dallo shock dello Sputnik del 1957 al trauma del Vietnam, dall’ascesa giapponese degli anni Ottanta alla crisi finanziaria del 2008, ogni volta rivelatosi prematuro. La domanda più utile, e meno ideologica, è dunque un’altra: gli Stati Uniti stanno vivendo un declino relativo, fisiologico per qualunque potenza egemone, e non necessariamente incompatibile con un primato ancora saldo oppure sono all’inizio di un declinosistemicoeirreversibile, capace di produrre nel medio periodo una transizione di potere globale? Domandarsi se gli Stati Uniti d’America rimangono la «città sulla collina», e ancora per quanto tempo, non è un mero esercizio di speculazione teorica, ma il fondamento per comprendere l’evoluzione degli assetti globali e i futuri scenari.
CORPUS
Molti esperti, studiosi e analisti hanno provato a comprendere e spiegare quale fase storica stiano attraversando gli Stati Uniti e, ancor di più, quale ruolo ricopriranno nei prossimi decenni – se non secoli – all’interno del panorama geopolitico mondiale. Sui possibili scenari futuri che coinvolgono la superpotenza americana si è creato un vero e proprio filone di studi. Tra questi, spiccano alcune figure per acume, lucidità analitica e lungimiranza. Ai fini di questa analisi, verranno presi in esame i contributi di Paul Kennedy e i suoi eredi accademici: Stephen Brooks, William Wohlforth, oltre a Joseph Tainter.
Kennedy, nel suo ultimo capitolo The United States: The Problem of Number One
in Relative Decline, sosteneva che, esattamente come per l’Europa in passato [1], il più grande vantaggio degli Stati Uniti fosse quello di avere minori svantaggi rispetto alle altre civiltà.
Questo assunto, seppur con i dovuti distinguo, rimane inequivocabilmente valido.
I dati aggregati tendono ancora a confermare la prospettiva di un impero – quello statunitense – con un notevole distacco rispetto ai propri rivali. Come per qualsiasi questione umana e geopolitica, vale il vecchio adagio reso popolare da Mark Twain: esistono «tre tipi di bugie: le bugie, le sfacciate bugie, e le statistiche» (Lies, damned lies, and statistics). Nonostante ciò, i dati restano lo strumento principe per analizzare la realtà; essi dimostrano che il divario strutturale e geopolitico tra Stati Uniti e competitor si è ridotto sensibilmente, pur non non essendo affatto scomparso né prossimo a farlo.
Una versione aggiornata del lavoro di Kennedy è stata offerta da due suoi eredi accademici: Stephen Brooks e William Wohlforth. L’articolo The Rise and Fall of the Great Powers in the Twenty-first Century. China’s Rise and the Fate of America’s Global Position8 sintetizza le tesi poi sviluppate nel volume America Abroad: The United States’ Global Role in the 21st Century9. In questa sede, tramite un’analisi lucidissima della condizione strutturale dell’egemonia americana, i due studiosi confermano la ritrovata ascesa della Cina dopo il “Secolo dell’umiliazione”, traguardo da non confondere tuttavia con il raggiungimento dello status di superpotenza globale. I dati analizzati dai ricercatori, aggiornati a un decennio di distanza, ribadiscono che la forbice tra il primo e il secondo attore globale è ancora tale da collocarli in due categorie distinte: superpotenza e potenza regionale. Questo non confligge con l’idea di declino relativo che l’egemonia americana sta indubbiamente attraversando. L’idea di governare il mondo palmo a palmo era irrealistica in passato e lo rimarrà in futuro, ma i destini e gli equilibri internazionali continueranno a dipendere più da Washington che da qualunque altra capitale.
L’analisi si arricchisce infine con Joseph Tainter. Nel suo Il collasso delle società complesse, Tainter introduce un elemento olistico fondamentale: la complessità. Al netto dell’eccessiva enfasi letteraria che è stata riservata al termine «collasso», l’opera è una disamina illuminante su come la complessità evolva e decada nelle grandi civiltà. La sfida storica di ogni egemonia è impedire che l’aumento di complessità generi rendimenti marginali decrescenti, trasformandosi da risorsa in un costo insostenibile.
Sebbene la complessità non sia riducibile alla sola innovazione tecnologica, se prendiamo in considerazione quella che è stata definita «la più grande rivoluzione del nostro tempo» – l’Intelligenza Artificiale – agisce di fatto come un formidabile aggregatore e rielaboratore di dati, fungendo da «riduttore» delle esternalità negative della complessità stessa. Non è un caso che l’IA sia una tecnologia di derivazione americana e che i maggiori provider mondiali risiedano negli Stati Uniti, confermando la persistenza di quel divario strutturale rispetto alla Cina.
ANALISI OSINT
In questa sezione esamineremo brevemente i tre elementi fondamentali del potere materiale: (1) capacità militare, (2) capacità economica e (3) capacità tecnologica, utilizzando la tassonomia di Brooks e Wohlforth, oltre ad altre dimensioni.
- Potenza militare
| Paese | US | Cina | Russia | Germania | India | Regno Unito | Francia |
| Spesa per la Difesa (Miliardi di $) | 954.0 | 336.0 | 190.0 | 114.0 | 92.1 | 89.0 | 68.0 |
Source: Database delle spese militari del SIPRI
- Capacità economica
| Economia | PIL Nominale (Stime 2025/2026) | Trend di Crescita del PIL Reale* | Profilo del Mercato Azionario (Capitalizzazione, Aziende Quotate e Cap/PIL) |
| Stati Uniti | $30.77 Trilioni | 2.8% → 2.0% | •Capitalizzazione: ~$76.1 Trilioni •Aziende Nazionali Quotate: ~5,400 (NYSE, NASDAQ) •Cap/PIL: ~247% • Insight: Un’economia iper-finanziarizzata in cui i mercati pubblici sono il motore principale assoluto per la formazione del capitale aziendale, fortemente sbilanciata verso l’alto dalle mega-imprese tecnologiche globali. |
| Cina | $19.63 Trilioni | 4.6% → 4.0% | •Capitalizzazione: ~$15.1 Trilioni •Aziende Nazionali Quotate: ~5,300 (SSE, SZSE, BSE) •Cap/PIL: ~77% • Insight: Nonostante abbia il secondo mercato azionario più grande, l’allocazione del capitale rimane fortemente dipendente dai prestiti delle banche statali piuttosto che dalla determinazione dei prezzi sul mercato azionario pubblico. |
| India | $3.92 Trilioni | 6.5% – 7.0% | •Capitalizzazione: ~$5.15 Trilioni •Aziende Nazionali Quotate: ~5,400 (BSE/NSE) •Cap/PIL: ~131% |
| Regno Unito | $4.00 Trilioni | ~0.8% – 1.0% | •Capitalizzazione: ~$4.1 Trilioni •Aziende Nazionali Quotate: ~1,900 (LSE) •Cap/PIL: ~102% |
| Germania | $5.05 Trilioni | 0.8% → 1.4% | •Capitalizzazione: ~$3.1 Trilioni •Aziende Nazionali Quotate: ~440 (Deutsche Börse) •Cap/PIL: ~61% |
| Francia | $3.37 Trilioni | ~0.9% | •Capitalizzazione: ~$3.5 Trilioni (Euronext Paris portion) •Aziende Nazionali Quotate: ~750 •Cap/PIL: ~104% |
| Russia | $2.59 Trilioni | 4.1% → ~0.6% | •Capitalizzazione: ~$0.6 Trilioni (MOEX) •Aziende Nazionali Quotate: ~220 •Cap/PIL: ~23% |
Fonti Dati Economici:
World Federation of Exchanges (WFE) & MacroMicro (Data Base 2025/2026 ): Utilizzati per la Capitalizzazione del Mercato Azionario Nazionale aggregata (in USD) per garantire la standardizzazione tra i diversi regimi valutari.
World Bank Open Data (World Development Indicators – CM.MKT.LDOM.NO): Ha funto da base principale per il numero di società quotate registrate a livello nazionale, evitando il doppio conteggio delle quotazioni estere (ADR/GDR) che spesso gonfia i dati grezzi delle borse.
Fondo Monetario Internazionale (FMI) World Economic Outlook: Ha fornito il denominatore di base del PIL Nominale per il calcolo del rapporto Cap/PIL. Utilizzato anche come base principale per le valutazioni del PIL nominale, la quota di PIL tra i vari paesi e le proiezioni a breve termine (aggiornamenti di aprile/ottobre 2025 e inizio 2026).
Federal Reserve degli Stati Uniti (Ricerca Economica): Sfruttata per le traiettorie di crescita comparative, in particolare per le divergenze strutturali tra i mercati emergenti e le economie avanzate.
*Stime del PIL Reale e Nominale: Tutte le percentuali di crescita rappresentano gli adeguamenti del PIL Reale anno su anno. Le cifre del PIL Nominale sono misurate in Trilioni di Dollari USA ai tassi di cambio di mercato ufficiali, non corretti per la Parità dei Poteri di Acquisto (PPA).
- Input Tecnologici e Risultati dell’Innovazione
| Paese | Spesa Lorda in R&S su PIL (%) | Punteggio Global Innovation Index 2025 (su 100) | Brevetti Internazionali Registrati (WIPO PCT, 2025) | Premi Nobel per la Scienza (Fisica, Chimica, Medicina) fino al 2026 |
| Stati Uniti | 3.59% | 61.7 | 52,617 | 294 |
| Cina | 2.56% | 56.6 | 73,718 | 5 |
| Giappone | 3.41% | 53.6 | 47,922 | 24 |
| Germania | 3.13% | 55.5 | 16,441 | 74 |
| Russia | 0.94% | 30.3 | Outside Top 15 | 16* |
| Francia | 2.18% | 53.4 | 7,778 | 40 |
| Regno Unito | 2.90% | 59.1 | 5,809 | 94 |
Fonti:Le metriche sopra riportate sono tratte direttamente dai seguenti enti globali standardizzati:
Spesa Lorda in R&S (GERD) come Quota del PIL (%):
Fonte: Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) – Principali Indicatori della Scienza e della Tecnologia (MSTI) e metadati della Banca Mondiale (ultime pubblicazioni di dati definitivi 2022-2024).
Punteggio Global Innovation Index 2025:
Fonte: Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (WIPO/OMPI), Rapporto Global Innovation Index 2025. La Svizzera guida ufficialmente la classifica globale con 66,0, mentre gli Stati Uniti sono al 3° posto (61,7) e la Cina è recentemente entrata nella top 10 (56,6).
Numero di Brevetti Internazionali Registrati:
Fonte: Database Statistico della WIPO, PCT Yearly Review 2025 Executive Summary (Pubblicato nella primavera del 2026). I numeri riflettono strettamente le domande internazionali del Trattato di Cooperazione in materia di Brevetti (PCT) presentate per origine del richiedente nel 2025. La Cina guida il mondo a livello globale per le registrazioni internazionali.
Numero di Premi Nobel per la Scienza (ad agosto 2026):
Fonte: Fondazione Nobel (nobelprize.org) e dati demografici storici aggregati. La metrica riflette il conteggio definitivo totale dei vincitori in Fisiologia/Medicina, Chimica e Fisica dal 1901 fino al 2025, conteggiati in base alla nazionalità principale al momento del premio.
Nota: I dati riflettono l’anno armonizzato più recente disponibile per ogni nazione, poiché gli audit nazionali per il 2025/2026 sono ancora in fase di calcolo.
IPOTESI SPECULATIVA
Esattamente come preconizzato da Kennedy ormai 40 anni fa: il declino degli Stati Uniti rimarrà a lungo relativo e nel medio-lungo periodo geopolitico non si intravede nessun tipo di declino nell’accezione piú classica. Il dominio in campo economico-finanziario, tecnologico, militare, culturale e addirittura spirituale rimane pressoché intatto. Gli Stati Uniti d’America continueranno ad essere la forza predominante della geopolitica mondiale per almeno altri 10 lustri. La fine dell’impero non è alle porte e neanche nelle vicinanze. Il 476 d.C. americano è rinviato a data da destinarsi. Tuttavia quale forma e misura adotterà l’impero nei prossimi anni sarà gravido di conseguenze che modelleranno il sistema internazionale. Vediamo quindi 3 possibili scenari.
SO WHAT
Gli scenari prospettici non delineano traiettorie deterministiche, ma traducono le variabili analitiche in proiezioni operative. Il perno strategico di questa decrittazione risiede nell’equilibrio tra la tenuta del fronte interno, segnato dalla fatica (fatigue) di ampi segmenti della popolazione e da una marcata polarizzazione politica, e la necessità di preservare l’architettura dell’ordine globale. Per Washington, l’imperativo si sposta dalla proiezione ubiquitaria a un ingaggio selettivo (selective engagement), intervenendo nei teatri di crisi esclusivamente a tutela degli interessi vitali e rifuggendo la tentazione di un interventismo indiscriminato.
BEST CASE SCENARIO
Gli Stati Uniti adottano con successo una dottrina di pragmatismo strategico, mitigando le derive interventiste che storicamente li hanno spinti a esternalizzare le tensioni domestiche in teatri periferici. Concentrando il capitale politico ed economico sulla ricomposizione delle faglie interne – senza abdicare al ruolo di garante nei dossier globali primari (come l’Indo-Pacifico e l’Europa) – Washington ottimizza l’allocazione delle proprie risorse. Tale postura rafforza la deterrenza dell’egemone, consolida le alleanze chiave e amplia nuovamente il differenziale di potenza capacitiva e tecnologica rispetto ai competitor sistemici.
STABILITY CASE SCENARIO (Status Quo)
L’apparato imperiale continua a indulgere in un interventismo tattico privo di una stringente cornice strategica, disperdendo asset militari e diplomatici in conflitti di natura secondaria. Questa dinamica di sovraesposizione (imperial overstretch) logora ulteriormente il consenso dell’opinione pubblica nazionale e intacca la credibilità internazionale del Paese. Pur mantenendo il vertice della gerarchia globale, gli Stati Uniti subiscono un’accelerazione del proprio declino relativo: la dispersione strategica in focolai endemici impantana le forze americane, offrendo alle potenze rivali preziose finestre di opportunità asimmetriche per espandere le proprie sfere d’influenza e saturare gli spazi lasciati sguarniti.
WORST CASE SCENARIO (Altamente implausibile)
Le profonde fratture socio-politiche interne paralizzano l’architettura istituzionale di Washington, traducendosi in una politica estera erratica, mossa non dal calcolo strategico ma dall’esigenza tattica di assecondare o arginare le spinte demagogiche domestiche. Il deterioramento della coesione sociale innesca una crisi sistemica e irreversibile del processo decisionale federale, privando gli Stati Uniti della loro capacità di proiezione esterna. Questo cortocircuito provocherebbe un vuoto di potere globale e il rapido collasso delle garanzie di sicurezza americane. Allo stato attuale, in virtù della storica resilienza strutturale degli apparati statunitensi, tale traiettoria resta un’ipotesi speculativa e analiticamente implausibile.
CONCLUSIONI
Gli Stati Uniti costituiscono un unicum nell’evoluzione storica delle relazioni internazionali: rappresentano, infatti, la prima superpotenza di scala planetaria sorta al di fuori del supercontinente eurasiatico. Nella storia documentata, nessun impero con effettive capacità di proiezione globale si era mai sviluppato al di là di tale perimetro geografico. A questa singolarità spaziale si accompagna il mantenimento di un’egemonia militare, economica, tecnologica e culturale che, per magnitudo e capillarità, non ha precedenti.
Eppure, la narrazione che circonda Washington, sia sul piano domestico che nel discorso pubblico internazionale, è sistematicamente imperniata sullo spettro del declino. Tale “sindrome declinista”, tuttavia, agisce paradossalmente come un catalizzatore di sopravvivenza: combinandosi con il sostrato escatologico e messianico che permea storicamente l’identità nazionale americana, genera gli anticorpi stessi che allontanano l’eventualità del collasso.
Il primato statunitense appare destinato a perdurare nel medio-lungo periodo. Tale prospettiva è sostenuta non solo da eccezionali capacità di resilienza interna, ma anche, e specularmente, dalle profonde faglie strutturali e demografiche che affliggono i principali competitor.
L’errore analitico che ha viziato la lettura geopolitica degli ultimi quarant’anni – e che perdura tutt’oggi – consiste nell’aver confuso le fisiologiche fluttuazioni dei cicli di espansione e contrazione dell’influenza americana con una decadenza strutturale e irreversibile. Qualsiasi decrittazione dell’odierno scacchiere globale risulta fallace se mossa dal presupposto dogmatico di un’agonia imminente dell’egemone e di un’inarrestabile, verticale ascesa dei suoi sfidanti. Il sistema internazionale contemporaneo è indubbiamente stratificato e complesso, ma al vertice della sua gerarchia di potenza il peso specifico dell’aquila a testa bianca rimane ineguagliato.
BIBLIOGRAFIA
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- https://www.neh.gov/article/how-america-became-city-upon-hill
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- Bercovitch, Sacvan. The American Jeremiad. University of Wisconsin Press, 2012. https://doi.org/10.2307/jj.36075995.
- Rodgers, Daniel T. As a City on a Hill: The Story of America’s Most Famous Lay Sermon. Princeton University Press, 2018. https://doi.org/10.2307/j.ctvc778b0.
- Kennedy, Paul. The Rise and Fall of the Great Powers: Economic Change and Military Conflict from 1500 to 2000. London: Unwin Hyman, 1988.
- Stephen G. Brooks and William C. Wohlforth, “The Rise and Fall of the Great Powers in the Twenty-first Century: China’s Rise and the Fate of America’s Global Position,” International Security 40, no. 3 (Winter 2015/16): 7–53, https://doi.org/10.1162/ISEC_a_00225.
- Brooks, Stephen G., and William C. Wohlforth. “The Rise and Fall of the Great Powers in the Twenty-First Century: China’s Rise and the Fate of America’s Global Position.” International Security 40, no. 3 (Winter 2015/16): 7–53.
- Brooks, Stephen G., and William C. Wohlforth. America Abroad: The United States’ Global Role in the 21st Century.New York: Oxford University Press, 2016.
- Tainter, Joseph A. The Collapse of Complex Societies. Cambridge: Cambridge University Press, 1988.
