Il 3 gennaio 2025 il presidente cileno Gabriel Boric, in una storica visita, si è recato in Antartide per riaffermare il ruolo chiave e la vocazione antartica del Paese.
Secondo varie autorità cilene il viaggio del presidente, Gabriel Boric, in territorio antartico, risulta essere la prima visita ufficiale di un Capo di Stato latinoamericano e del mondo al Polo sud. Con questo suo viaggio il 3 gennaio scorso, sotto il nome di “Operazione Pole Star III”, il presidente ha voluto riaffermare non solo il rafforzamento della ricerca scientifica e della protezione ambientale, due fattori di grande importanza per il Cile, ma si è anche impegnato a rilanciare le capacità diplomatiche del Paese in territorio Antartico (ad oggi, il territorio più reclamato della Terra) e la sua presenza nel Trattato di Washington del 1959.
Contesto geografico e storico
L’Antartide è un continente unico nel suo genere. Con una superficie di circa 14 milioni di km2 è il quinto continente per estensione e non possiede né Paesi né popolazione autoctona al suo interno. Tuttavia, ad oggi, molte sono le attività umane di natura scientifica in questo territorio. Esso si trova entro il 60° parallelo in una posizione vicina al Polo sud. Il continente, composto da terre emerse, è quasi completamente ricoperto dalla calotta glaciale antartica.
Inospitale per la vita umana, esso presenta varie catene montuose ed è circondato dalla banchisa antartica (un’imponente massa d’acqua ghiacciata), da varie isole e dalla cosiddetta “Convergenza Antartica”. Essa è un limite oceanografico che circonda il continente per circa 40 km. Tale Convergenza Antartica è il punto dove le acque più calde delle zone al di fuori del continente si incontrano e convergono con quelle più fredde provenienti da Sud, generando una forte corrente marina che ruota in senso orario. Questo fenomeno è importante in quanto risulta essere proprio un limite naturale che separa, come una barriera protettiva, l’Antartide dagli altri spazi naturali.

Nei secoli passati, molti furono gli esploratori di origine europea che arrivarono in Antartide. Uno dei primi ad avvicinarsi al continente fu il portoghese Ferdinando Magellano, nel 1520, durante il suo viaggio di circumnavigazione del globo. Nel corso del XVIII secolo il noto navigante inglese, James Cook, riuscì ad avvicinarsi ancora di più alla regione. Tuttavia, ancora oggi, quale nazionalità abbia avuto l’esploratore che intravide per primo questa remota parte della terra, nel XIX secolo, rimane una questione controversa. Comunque, fu solo a partire dal XX secolo in cui le spedizioni internazionali in Antartide si fecero più intense.
Il primo reclamo cileno avvenne nel 1940 a causa delle pretese di altri paesi di sovranità nei territori adiacenti. L’allora presidente cileno, Pedro Aguirre Cerda, si mosse strategicamente per iniziare a delineare in maniera inequivocabile “l’Antartica Chilena” tenendo in mente non solo i fattori di continuità geografica, ma anche storici. Tuttavia, ci furono evidenti tensioni diplomatiche, specie con l’Argentina, in merito alle zone di spartizione dei territori. Attualmente, la regione che fa capo al Cile è situata tra il 53° e il 90° meridiano, includendo le isole Shetland del Sud, la Terra di O’Higgins (la penisola antartica) e varie isole minori adiacenti (una porzione di territorio equivalente a circa il 60% della superficie totale). Nel 1947, in seguito, ebbe luogo la prima vera spedizione cilena in Antartide che inaugurò, allo stesso tempo, la prima base e la sua definitiva presenza nel territorio.
Ma, a differenza di altri Paesi che reclamano la loro sovranità in Antartide per aver avuto il merito di aver contribuito alla sua scoperta, il reclamo cileno si basa su rivendicazioni storiche e legali: tale reclamo fa capo a un principio di diritto consuetudinario sviluppatosi in America Latina che ha sovente regolato l’ostico problema delle frontiere: uti possidetis iuris (“così come possedete”). Esso proviene da una locuzione latina secondo cui i confini stabiliti dai vecchi imperi coloniali di questa regione dovessero rimanere tali anche dopo l’indipendenza da parte di quei Paesi sotto il loro giogo.
In questo contesto, il Cile ha sempre recitato un ruolo attivo utilizzando questo principio a suo vantaggio (così come fece anche l’Argentina per l’Antartide e per la questione delle isole Malvinas). A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, infatti, l’area che grosso modo oggi corrisponde al Cile, che all’epoca inglobava anche alcuni territori dell’Argentina andina, era conosciuta come “Capitanía General de Chile” territorio appartenente fino al XIX secolo alla Spagna imperiale. Dunque, è sulla base degli ex possedimenti coloniali spagnoli nel sud del mondo che il Cile ha fissato i suoi confini odierni, reclamando di conseguenza una porzione non indifferente di Antartide.
Nel 1942, l’Argentina dichiarò la volontà di affermare i suoi diritti sovrani su una parte di Antartide, tra i meridiani 25° e 68°, parzialmente sovrapponendosi alle aree reclamate dal Cile. Tuttavia, un punto di svolta si ebbe nel 1955 quando il Regno Unito, anch’esso reclamando parte dei territori, avviò un contenzioso dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia contro l’Argentina e il Cile dichiarando non valide le loro pretese in Antartide. La causa non proseguì in quanto la Corte si dichiarò incompetente rationae personae (né il Cile né l’Argentina, difatti, riconobbero la giurisdizione della Corte ai sensi dell’art. 36, comma 2, del suo Statuto).
Nonostante l’insuccesso del caso, nel 1958 ebbe luogo l’anno geofisico internazionale (IGY). Esso fu un evento rilevante per l’epoca, dove si promossero il dialogo e la cooperazione scientifica sullo sfondo della Guerra Fredda, soprattutto in ambito antartico. Fu proprio in questo periodo in cui vennero realizzate circa 50 basi internazionali nel continente bianco. Tale incontro, inoltre, servì da catalizzatore per la firma da parte di 12 Stati del famoso “Trattato Antartico” a Washington D.C. Esso è senz’altro una pietra angolare nelle relazioni internazionali in quanto disciplina lo status legale dell’Antartide, divenendo anche il primo trattato internazionale sul controllo degli armamenti in piena Guerra Fredda. Entrato in vigore nel 1961, esso non nega i diritti sovrani delle nazioni in Antartide, ma semplicemente congela le controversie derivate da tali pretese, e stabilisce l’uso esclusivamente pacifico del continente, promuovendo la cooperazione scientifica e proibendo qualsiasi attività militare, nucleare e l’uso di materiali radioattivi.
In seguito, tra gli anni ’70 e ’80 vennero stilate altre Convenzioni per la Conservazione delle Foche, la Protezione delle Risorse Marine Viventi, e lo Sfruttamento delle Risorse Minerarie. A Madrid, infine, nel 1991, venne stilato un importante protocollo sulla Protezione dell’Ambiente Antartico. Ad ogni modo, ad oggi il Cile possiede 9 basi di ricerca in Antartide, di cui 5 attive tutto l’anno e le restanti solamente d’estate. La base logistica permanente più importante di tutto il continente è quella di Eduardo Frei Montalva istituita nel 1969. A seguire, nel 1995, venne fondata la base Profesor Julio Escudero, la base scientifica dominante. In queste basi, secondo un censo del 2012, risiedono circa 150 abitanti.
Prospettive future
Il Cile è sempre stato un “Paese antartico” che ha sempre difeso e promosso lo sviluppo scientifico e logistico nel continente bianco e lo storico viaggio di Boric, a gennaio del 2025, ha voluto sottolineare, strategicamente, questo interesse. Ci sono stati anche tentativi (falliti) di includere nella Costituzione cilena alcune disposizioni che integrassero l’Antartide. Nel 2021, un punto di svolta fu sicuramente l’emanazione della Legge 21.255 che, in un certo modo, disciplina le attività ittiche e rafforza le posizioni dello Stato nel continente. È significativo sottolineare, infine, come il Cile abbia sempre rispettato i valori del Trattato atlantico, negli ultimi decenni, senza mai cercare rivendicazioni nemmeno di natura militare.
Il rinnovato interesse cileno (ma anche la sua preoccupazione) in Antartide arriva, soprattutto, all’indomani della casuale scoperta da parte di ricercatori russi di circa 511 miliardi di barili di petrolio che giacciono in acque britanniche (l’equivalente di circa 10 volte la quantità stimata del Mar del Nord negli ultimi 50 anni). Nonostante il Trattato di Washington protegga l’Antartide da qualsiasi tipo di sfruttamento ed estrazione, il Cile (ma anche l’Argentina e lo stesso Regno Unito) guarda con sospetto alle mosse presenti e future della Russia che cercherà di giocare un ruolo chiave nel continente (che si stima sia ricco di idrocarburi e risorse minerali preziosi).
Per il Cile le sfide sembrano più vicine che mai: le tensioni geopolitiche mondiali, presenti e future, spingono il Paese a porsi come figura chiave in Antartide; e, la scoperta di ingenti quantità di petrolio (da parte russa) desta scalpore ma anche apprensione. Infatti, il relativo Protocollo di Madrid per la protezione ambientale (ma anche il relativo Trattato Antartico) potrebbe subire delle modifiche o emendamenti allo scadere di 50 anni dalla data della sua entrata in vigore (ai sensi dell’art. 25). Tuttavia, nel medio periodo è improbabile uno sfruttamento russo di queste risorse, sia per lo storico vincolo con il Trattato, sia per una questione di difficoltà nell’estrazione di idrocarburi a causa dell’ambiente poco favorevole. Nel lungo periodo, e nello scenario peggiore, si potrebbe assistere a un peggioramento delle relazioni internazionali che potrebbe favorire condotte di rivendicazione sullo sfruttamento delle preziose risorse antartiche, da parte di Stati parti del trattato, con conseguente erosione dei suddetti vincoli pattizi.
