Una lotta dimenticata: l’industria della Coca Cola in Messico

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Quali sfide future per i cittadini di San Cristóbal de las Casas in lotta contro l’industria della Coca Cola? 

Il consumo di Coca-Cola sulla salute e l’ambiente in Messico

In Messico, la Coca-Cola è la bevanda più consumata a livello nazionale. Negli ultimi decenni, infatti, l’integrazione dei mercati e del commercio con l’estero hanno portato a un maggior consumo di bevande zuccherate e fast-foods in tutta l’America (e l’eccessiva pubblicità di tali prodotti rientra anche tra le cause del loro incremento). L’industria della soda emerse in Messico, però, già a partir dagli anni Ottanta e Noventa del secolo scorso quando ci furono i primi tentativi di liberalizzazione economica portati avanti dall’amministrazione Miguel de la Madrid Hurtado (1982-1988). 

Significativo a tal proposito fu l’entrata in vigore dell’accordo nordamericano di libero scambio (NAFTA) fra Stati Uniti, Canada e Messico nel 1994 (e firmato nel 1992) che vide l’istituzione della più ampia zona di libero scambio al mondo. Nell’immediato, l’accordo provvide all’eliminazione delle tariffe sui beni prodotti dalle parti contraenti oltre che a rafforzarne l’integrazione economica con la creazione di nuovi posti di lavoro. Tuttavia, l’accordo venne sostituito dall’USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement) nel luglio del 2020, che prevede, ad oggi, ulteriori agevolazioni in materia di commercio e di protezione della proprietà intellettuale. 

La presenza messicana nell’accordo NAFTA nel 1994 (anno in cui aprì anche il primo stabilimento di Coca-Cola a San Cristóbal de las Casas) fece sì che aumentassero gli investimenti diretti esteri dagli Stati Uniti nel Paese con l’espansione dell’industria della soda. Attualmente, il mercato della soda è gestito e dominato, in buona parte, dall’impresa multinazionale Coca-Cola FEMSA che ha la sua sede proprio in Messico, a Monterrey, nello Stato di Nuevo León. 

Il consumo pro-capite di Coca-Cola annuale da parte dei messicani ammonta a circa 160 litri. È un risultato sorprendente, ma preoccupante, se si tiene in considerazione che a livello globale il consumo di questa bevanda zuccherata si riduce a circa 25 litri a persona. Ma lo Stato di Chiapas è insuperabile in quanto a consumi all’interno dello stesso Messico: 821 litri di Coca-Cola pro-capite vengono, infatti, consumati annualmente e ciò rende questo stato il massimo consumatore di Coca-Cola al mondo (oltre che a possedere uno degli indici di obesità più alti al mondo con circa il 37,2% degli adulti in sovrappeso). 

Tuttavia, gli effetti di tale consumo sproporzionato si riversano soprattutto sulla salute fisica dei suoi abitanti. Secondo uno studio dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica del Messico, il 7% delle morti annuali tra gli adulti messicani è attribuibile all’eccessivo consumo di bevande zuccherate che provocano, a lungo andare, lo sviluppo di ipertensione, diabete di tipo 2, e obesità (dato ancora più allarmante se si considera che il diabete è la seconda causa di morte in Messico). 

Vari tentativi statali sono stati portati avanti per regolamentare l’industria della soda nel paese: nella seconda metà degli anni Duemila, infatti, varie furono le campagne di sensibilizzazione nelle scuole e le proposte per disciplinare la vendita di bevande zuccherate con l’imposizione delle cosiddette “soda taxes” ma che non vennero mai messe in atto (in parte a causa dell’importante influenza politica ed economica che l’industria della soda ha nel paese latinoamericano). 

Ad ogni modo, dopo vari tentativi falliti di mettere in moto un programma efficace per la riduzione del consumo di bevande zuccherate, nel 2014 il governo dell’allora presidente Enrique Peña Nieto impose una tassa di circa il 10% al loro uso.  Nell’arco di circa un lustro i risultati sono stati soddisfacenti: un calo nei consumi di circa il 10% tra la popolazione adulta. Addirittura, per far fronte all’emergenza obesità del paese, nello Stato di Oaxaca entrò in vigore nel 2020 una riforma che proibisce la vendita e la distribuzione di cibi e bibite spazzatura ai minorenni (nonostante questa legge sia stata parecchie volte violata con un 95% di istituti scolastici che ancora vende cibi processati). 

Perciò, nonostante le varie iniziative di sensibilizzazione, il consumo di bibite zuccherate, in particolar modo della Coca Cola, è ancora un grosso problema, parte ormai della vita quotidiana di tanti cittadini (specialmente della parte più rurale e indigena) dello Stato di Chiapas. Molti lamentano l’eccessiva disponibilità di Coca Cola (a un prezzo molto economico) sugli scaffali delle botteghe locali e la difficoltà, invece, di trovare beni essenziali per la salute o l’igiene personale (attirando l’attenzione anche dell’ONU).

Ancora più allarmante sono le testimonianze che vengono fornite da Cántaro Azul una associazione non-profit con sede a Chiapas impegnata nella promozione dei diritti umani e delle comunità rurali per lo sviluppo di progetti per un equo accesso ad acqua pulita nello stato: il grande problema dell’industria della Coca Cola non è solo il suo impatto sulla salute fisica della popolazione, ma si ritrova anche nel modo in cui l’industria impiega le risorse idriche in un paese già devastato dai cambiamenti climatici (si stima che, entro il 2050, il Messico dovrà far fronte all’emergenza siccità in 20 dei suoi 32 Stati). 

Alcuni dati forniti direttamente da Coca-Cola in collaborazione con l’organizzazione non-profit The Nature Conservancy indicano che la produzione di mezzo litro di Coca-Cola richieda all’incirca 35 litri di acqua: circa 7 litri servono per la produzione delle bottiglie di plastica e 28 litri, invece, per la coltivazione di barbabietole da zucchero per insaporire il prodotto finale. L’industria Femsa, autorizzata a vendere prodotti Coca-Cola, ha un suo impianto di imbottigliamento proprio a San Cristóbal de las Casas dove 1/3 della popolazione nelle aree rurali non ha accesso ad acqua potabile. 

La Femsa ha ottenuto un permesso dalla Commissione Nazionale di Acqua (CONAGUA) che le permette di estrarre circa 1.14 milioni di litri d’acqua al giorno (circa 419.7 milioni di metri cubi d’acqua all’anno) proprio nello stato di Chiapas che risulta, paradossalmente, possedere ingenti quantità di risorse idriche disponibili (quantità, però, di cui non gode la popolazione locale). Questi permessi vengono pagati meno di 150 dollari all’anno, cada uno, da parte di Coca-Cola Femsa e molti di questi resteranno in vigore per un periodo di circa 50 anni. Nonostante le critiche di inoperosità da parte dei cittadini alle autorità dello stato di Chiapas, la popolazione più fragile e povera della società messicana continua a non avere acqua potabile e sicura. 

Inoltre, un ulteriore problema risulta essere, da anni, la presenza di eventi climatici estremi che colpiscono il Messico e che hanno raggiunto il loro picco nell’estate 2023, in particolare, negli stati del Nord (Sinaloa, Chihuahua, Sonora e Durango) ma anche negli stati più al Sud come in Querétaro, Guanajuato, Hidalgo e San Luis Potosí. La siccità sta mettendo in ginocchio l’agricoltura e gli incendi sono sempre più frequenti in tutto il paese. 

A preoccupare molto è anche la diga di Valle de Bravo (che appartiene al sistema Cutzamala, considerato uno dei sistemi di rifornimento idrico più grande al mondo) che provvede a far arrivare alla capitale, Città del Messico, “l’oro blu”. Tale diga, nella primavera del 2024, mostrava come il livello d’acqua fosse drammaticamente sceso al 28% della sua capienza. Dato ancora più allarmante se si tiene conto che tale diga rifornisce la capitale – con i suoi 9 milioni di abitanti – per circa il 25% delle sue necessità idriche, e ciò ha portato a misure drastiche di riduzione della disponibilità d’acqua da parte delle autorità competenti (si ricorda anche che proprio a causa della mancanza d’acqua nel letto del lago e del drenaggio eccessivo degli acquiferi sotterranei, il terreno su cui giace la capitale è instabile con conseguente sprofondamento di circa 50 cm all’anno). 

Prospettive future

Purtroppo, il futuro del Messico non sembra essere roseo. Ad oggi i risultati dei cambiamenti climatici sembrano essere molto chiari: le cose non cambieranno nell’immediato. Come prime misure, l’amministrazione Sheinbaum ha introdotto, a tal proposito, un Piano Nazionale per le Risorse Idriche (PNH) per il periodo 2024-2030, con un investimento di quasi 1 miliardo di dollari, per ridurre l’impatto della siccità e promuovere progetti infrastrutturali idonei a fronteggiare le sfide future per il Paese. Il governo federale è già impegnato a rivedere quei permessi rimasti inutilizzati e concessi a enti privati per l’estrazione d’acqua, in modo tale da trovare un compromesso per destinarli a uso nazionale. 

Come accennato, infine, anche l’industria della soda non contribuisce a rendere le cose semplici. Se le iniziative messe in atto possono aver attutito il consumo di Coca-Cola, esso rimane, però, significativamente alto. Nel medio-lungo periodo, si dovrà limitare, quanto più possibile, la concessione di permessi per la produzione di Coca-Cola nelle aree più colpite di Chiapas (mitigando gli effetti monopolistici di tale azienda) e ridurne i volumi di produzione. Tuttavia, tale soluzione sembra molto improbabile in un Paese dove affari e politica si intrecciano e dove molti personaggi di spicco all’interno di Coca-Cola si sono, in seguito, dedicati alla vita politica messicana (come l’ex amministratore delegato Vicente Fox, divenuto presidente del Messico nel 2000).

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