Il tacco occidentale della penisola araba è dove si sta consumando una crisi politica, militare e umanitaria. Al dissesto istituzionale e alla disgregazione dello Stato si è aggiunta un’emergenza sanitaria che mai come in questi giorni getto il paese in un preoccupante cono d’ombra

Pochi altri paesi presentano una crisi complessa come quella che oggi attanagli lo Yemen.
Una crisi che da più di un lustro si è fatta di anno in anno più profonda, dapprima politica e militare, poi anche umanitaria e sanitaria.
Prodomo delle ostilità è stato lo scontro fra l’attuale Presidente riconosciuto dalla comunità internazionale Abd Rabbih Mansur Hadi, sunnita, e le forze ribelli Huthi, un gruppo armato prevalentemente di orientamento sciita, che nel gennaio 2015 presero possesso del palazzo presidenziale della capitale Sana’a.
Ne nacque una guerra civile che costrinse Hadi a rifugiarsi a Aden, città che si affaccia sull’omonimo golfo e che è ritenuta dal Presidente la nuova capitale yemenita, che facilitò l’ingresso nel conflitto di player internazionali, Arabia Saudita su tutti, e che portò a una frammentazione dello Stato tale che lo ha reso, oggi, uno dei più fragili al mondo sia sotto il profilo istituzionale, sia sotto il profilo sociale.

Le informazioni e i dati che attualmente divulgano le principali organizzazioni umanitarie dipingono una scenario tanto chiaro quanto drammatico.
La britannica Oxfam segnala che sono in funzione meno della metà delle strutture sanitarie del paese, ripetutamente bombardante assieme a presidi medici e scuole, che circa l’ottanta per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà assoluta, e che gli impietosi standard igienici ha portato alla registrazione di oltre due milioni di casi di colera.
Quella colerica è riconosciuta come la peggiore pandemia nella storia moderna, e che lo Yemen ha dovuto affrontare in condizione particolarmente critiche in conseguenza al blocco delle importazioni e alle sanzioni di firma saudita.
Deferite, morbillo e dengue sono altre piaghe che, solo nell’ultimo anno, hanno aggravato le condizioni della popolazione.

Abd Rabbih Mansur Hadi

Si stima che su circa ventiquattro milioni di abitanti, siano venti quelli che non hanno accesso a assistenza sanitaria e che soffrono di insicurezza alimentare.
Di questi venti milioni circa la metà a rischio carestia, tanto che Save the Children ritiene che solo dal 2015 al 2018, a causa della fame, siano morti non meno di ottantacinquemila bambini di età inferiore di cinque anni.
I report del Comitato Internazionale della Croce Rossa sono, se possibile, ancor più preoccupanti.
Quattro yemeniti su cinque, infatti, vivrebbero in continuativa assenza di beni primari come acqua, cibo, carburante e servizi igienici, condizioni che, ovviamente, li espongono a contrarre malattie che altrove sarebbero facilmente curabili, ma non in una nazione appesantita da anni di guerra.
Alle porte, inoltre, il COVID-19.
Al momento, dalle stime ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, non risultano contagiati a causa del coronavirus in Yemen.
E’ facile ritenere che nel breve periodo, laddove si verifichino dei casi, possa essere ulteriore elemento di complessità e colpo definitivo a un sistema sanitario già allo stremo.   

Ad aumentare la gravità del pericolo gli scontri in atto e gli spostamenti di persone, sia civili che militari.
I movimenti di massa sono stati una tragica costante dall’ingresso nella guerra civile dell’Arabia Saudita, nel marzo 2015.
L’avanzata degli Houthi e scoppio di battaglie in diverse provincie del paese hanno provocato la fuga di chi perdeva via via lavoro e casa.

L’esodo numericamente più massiccio è arrivato in conseguenza al bombardamento della capitale Sana’a, avvenuto per mano della coalizione filogovernativa sempre nel 2015, e lo scenario potrebbe ripetersi a breve.
Sei infatti l’OCHA, l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha segnalato che i flussi di internally displaced people – gli IDP, gli sfollati interni – sono stati nel 2019 in netto calo rispetto agli anni precedenti, l’escalation degli scontri dell’ultimo mese lascia presupporre che, nuovamente, migliaia di persone che abitano quartieri densamente popolati delle zone settentrionali si dovranno preparare per ulteriori muovimenti.

In particolare, il governatorato di al-Jawf, confinante a nord con i territori amministrati da Riyad, è dove ribolle il fronte caldo dello scontro, e dove gli Houthi hanno messo a segno un’importante vittoria a discapito delle forze governative, che permette loro di avere il controllo sui distretti strategici di Nahm e di Hazm, entrambi a est di Sana’a, e sui pozzi di petrolio e le raffinerie di Marib.
Una vittoria come se ne sono susseguite molte in cinque anni di conflitto, ma che lascia trasparire alcuni indizi sul futuro prossimo della guerra.
A monte della sconfitta delle forze governative vi è il graduale disimpegno della componente saudita, prima di allora sicuramente la componente trainante.
Sembrerebbe infatti che l’Arabia Saudita non abbia adeguatamente supportato gli alleati sul terreno, e che sia stato conseguenza sia di scelte politiche che militari.
Sul piano politico prende sempre più spessore l’ipotesi che Riyad cerchi una risoluzione diplomatica al conflitto, e che stia intavolando colloqui di pace con le milizie Houthi.
Sul piano militare a spaventare la monarchia dei Saud è la forte disgregazione che il logorio della guerra civile ha causato nell’esercito nazionale.
Corruzione dilagante e diverse lealtà sia politiche che religiose hanno diviso e indebolito le truppe fedeli al Presidente Hadi. Nel caso il passo indietro dell’Arabia Saudita fosse abbondante, allora l’orizzonte del pantano yemenita potrebbe veramente cambiare. Banco di prova sarà il vertice del G-20 in programma prima della fine dell’anno, dove le Nazioni Unite proveranno un ultimo disperato tentativo di porre fine alle ostilità e salvare dal baratro un paese già profondamente in crisi.

Fonti:

https://reliefweb.int/report/yemen/50-suspected-cholera-cases-every-hour-five-years-yemen

https://www.savethechildren.net/news/yemen-85000-children-may-have-died-starvation-start-war

https://www.icrc.org/en/where-we-work/middle-east/yemen

https://reports.unocha.org/en/country/yemen

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Davide Agresti

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