Una win-win solutions che giova agli interessi delle varie potenze in campo e il cui approccio inclusivo potrebbe condurre alla fine del conflitto yemenita.

Il 5 novembre, dopo più di due mesi di consultazioni, è stato firmato un accordo tra il Governo della Repubblica dello Yemen (ROYG), riconosciuto internazionalmente, e il Consiglio di Transizione del Sud (STC), un movimento politico secessionista istituito nel 2007 a partire dal Movimento Meridionale, al-Hirak al-Janoubi.

L’accordo si distacca dal tradizionale approccio top-down che ha caratterizzato i precedenti tentativi di risoluzione del conflitto attualmente in corso in Yemen, riconoscendo l’importanza della partnership a livello politico, economico e sociale.

SCOPI E OGGETTI DELL’ACCORDO

Con l’obiettivo di porre fine al conflitto sorto nel 2013, domare le aspirazioni secessioniste del movimento meridionale, e soprattutto contrastare i ribelli Houthi, l’accordo comprende disposizioni che riguardano aspetti politici, economici, militari e di sicurezza.

Propone innanzitutto la formazione di un governo inclusivo e di coesione i cui 24 membri saranno ripartiti in egual misura tra il ROYG e il STC. Per la prima volta, dunque, viene legittimata la presenza dei secessionisti del sud, precedentemente esclusi da ogni tentativo di risoluzione del conflitto, tra le istituzioni governative.

Oltre a reinsediare il governo ufficiale presso la città di Aden, occupata nel mese di agosto dai secessionisti, l’accordo prevede la parziale demilitarizzazione delle milizie del STC e la formazione di un’unità militare centralizzata che riunisca le forze secessioniste e il governo centrale.

Infine, ci sono misure volte a diminuire l’alto tasso di corruzione che caratterizza il paese. Si tratta, ad ogni modo, di provvedimenti la cui efficacia sarà dimostrata nel lungo termine e dipenderà dalla volontà delle parti di cooperare.

GLI INTERESSI GEOPOLITICI DI FONDO

L’accordo viene accolto dalle varie forze coinvolte come una win-win solution. L’intesa, insomma, giova agli interessi delle varie parti in gioco.

A trarre benefici dalla locale redistribuzione del potere è in primo luogo l’Arabia Saudita. In effetti, lo Yemen potrebbe essere considerato come il teatro della Nuova Guerra Fredda in Medio Oriente, i cui principali attori, Riyadh e Teheran, sono impegnati in un tentativo di balance of power. Quest’ultimo si concretizza nello sforzo di aumentare la propria sfera di influenza in ambito regionale, piuttosto che in un contrasto militare diretto. L’accordo, frenando un’ulteriore ascesa dei ribelli Houthi, molto spesso presentati come i proxy actors iraniani, consente di contrastare indirettamente l’Iran e favorire la posizione saudita.

Anche il ROYG sembra beneficiare dall’intesa raggiunta riuscendo a riacquisire un controllo effettivo della zona meridionale del paese e a contrastare i tentativi secessionisti del sud. In terzo luogo, l’accordo è una vittoria per il STC. Come anticipato, per la prima volta le autorità del Consiglio di Transizione del Sud vedono legittimate la propria presenza nel governo del Paese. Ottengono, in questo modo, la possibilità di avere un ruolo effettivo nel governo del sud del paese e nello sviluppo locale.

Infine, gli Emirati Arabi Uniti, nonostante il ritiro delle proprie truppe dal sud del Paese, continuano a considerare lo Yemen utile al raggiungimento dei propri obiettivi nella regione medio-orientale. In particolare, risulta strategico il parziale controllo del porto di Aden che viene garantito loro dall’accordo del 5 novembre. In quanto principali sostenitori del STC, l’intesa consente agli Emirati di preservare il proprio dominio sulle rotte commerciali della regione.

mappa del settembre 2019 – in viola le milizie Houthi

PROBLEMATICHE ED EFFETTIVA IMPLEMENTAZIONE DELL ACCORDO

La concreta realizzazione dell’accordo non sarà priva di ostacoli.Permangono dubbi circa l’effettiva volontà dei leader del STC di rispettare gli impegni presi e stipulati tramite l’accordo. Seppure l’intesa conferisca loro un maggiore peso politico, la riduzione della propria militarizzazione potrebbe inficiare l’autonomia militare del movimento. D’altro canto, le aspirazioni secessioniste potrebbero tornare a galla qualora le aspettative popolari siano disattese.

Inoltre, l’integrazione militare prevista poggia su una situazione economica disastrosa rendendo incerta la possibilità dello stato yemenita di affrontarla con successo. Infine, la difficoltà di dialogo tra parti antagoniste non è da sottovalutare in quanto ciò potrebbe condurre ad un’inefficienza burocratica e rivalità intergovernativa.

VERSO LA RISOLUZIONE DEFINITIVA DEL CONFLITTO

La complessità del conflitto in corso in Yemen e il grande numero di attori coinvolti celano le vere problematiche alla base del conflitto stesso. Dunque, risulta difficile individuare la giusta modalità di risoluzione.

La retorica sostenuta dai leader sauditi e iraniani fa leva sulla dicotomia sunniti-sciiti per presentare la guerra civile yemenita come un conflitto settario. L’obiettivo è quello di giustificare il proprio intervento nel conflitto rispettivamente a sostegno del governo centrale e dei ribelli Houthi.

Alla luce di ciò, molti considerano la fine delle ostilità esistenti tra il governo saudita e i ribelli Houthi come la miglior strada da percorrere per la risoluzione del conflitto yemenita.

Malgrado ciò, porre fine alle offensive tra i due attori non sarebbe sufficiente. In primo luogo, non ci sarebbe una riduzione delle violenze in toto come dimostrano gli eventi del settembre scorso. Pochi giorni dopo l’annuncio effettuato da Mahdi al-Mashat, portavoce del movimento, in cui ha dichiarato l’intenzione dei Partigiani di Dio di porre fine agli attacchi contro Riyadh, invitando il governo saudita ad impegnarsi in una simile azione, gli Houthi si sono resi protagonisti di attacchi ai danni degli yemeniti.

In secondo luogo, tale opzione, potrebbe facilmente rafforzare la posizione degli Houthi che, liberi da ogni tipo di pressione militare, nel tentativo di aumentare il proprio controllo in territorio yemenita, provvederebbero a un riarmo delle proprie milizie e a una ridistribuzione delle proprie truppe nel paese.

Pertanto, è evidente che tale modalità risolutiva, piuttosto che garantire la fine del conflitto yemenita, potrebbe contribuire a una escalation militare. Si tratta, inoltre, di un’opzione che non tiene conto delle radici interne del conflitto.

La guerra in Yemen sorge sulla scia delle primavere arabe del 2011 a causa di problematiche legate al mancato sviluppo politico economico del paese, ineguale distribuzione della ricchezza e una profonda marginalizzazione geografica e sociopolitica degli Houthi.

Seppure l’accordo potrebbe incontrare difficoltà significative tali da ostacolarne l’effettività, si prospetta come il miglior tentativo di risoluzione del conflitto attuato fino ad ora. Si tratta di un’intesa che, tramite il suo approccio inclusivo, riesce ad incontrare gli interessi dei vari attori coinvolti nel conflitto stesso proponendosi, allo stesso tempo, di agire sulle cause della guerra civile attraverso disposizioni di carattere economico e sociale.

FONTI:

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Martina Brunelli

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa pressol’università degli studi di Napoli“L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la miavoglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire imiei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla provae di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa,la macro-areadi cui mi occuponelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre,di confrontarmi con un ambiente giovanilema allo stesso tempo stimolante.
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