La diffusione del corona virus ha colpito il mondo intero; non ne risulta escluso lo Yemen.Le conseguenze di un’ampia diffusione del COVID-19 potrebbero essere drastiche per il paese già lacerato da un conflitto civile in corso dal 2013. Tuttavia, le tensioni tra le parti coinvolte aumentano e l’invito a deporre le armi delle Nazioni Unite, seppur accolto unilateralmente dalla coalizione saudita-emiratina, sembra non avere le conseguenze sperate.

CENNI STORICI

La guerra civile in Yemen è sorta sulla scia delle primavere arabe a seguito di una sollevazione popolare che ha portato il presidente Saleh a cedere il potere al vice, Hadi. Quest’ultimo è stato costretto all’esilio quando il gruppo sciita degli Houthi, sfruttando la debolezza del sistema, ha preso il controllo di Sa’ada e successivamente della capitale Sana’a.

L’instabilità di un paese lungo i propri confini ha spinto, dal canto suo, l’Arabia Saudita ad intervenire a capo di una coalizione di paesi arabi. Se da un lato lo scopo era quello di restaurare il governo di Hadi contribuendo alla stabilizzazione dello Yemen, d’altro canto la decisione di intervento saudita si inserisce anche in un’ottica di interessi legati alla Nuova Guerra Fredda in Medio Oriente di cui lo Yemen ne è teatro. Riyad temeva, infatti, che il consolidamento del potere degli Houthi, considerati come i proxy actors iraniani, avrebbe dato all’Iran accesso alla penisola araba e allo stretto di Bab al-Mandeb, porta di ingresso al canale di Suez in Mar rosso e luogo di transito del 10% di tutto il petrolio commerciato nel mondo.

Numerosi sono stati i tentativi di risoluzione del conflitto, ultimo dei quali il cosiddetto Accordo di Riyad che proponeva la formazione di un governo i cui 24 membri sarebbero stati ripartiti in egual misura tra il ROYG, il governo internazionalmente riconosciuto, e il STC, Consiglio di Transizione del Sud. Adottato il 5 novembre 2019, l’accordo è ormai cartastraccia e la sua adozione non è stata seguita da alcun tentativo di implementazione.

L’ARRIVO DEL VIRUS

Alla difficoltà di individuare un’adeguata modalità di risoluzione del conflitto e alle costanti tensioni tra le parti coinvolte, si aggiunge, a partire dal 10 aprile, la minaccia proveniente dal corona virus.

Nonostante sia plausibile la presenza di un numero esiguo di contagi dato l’isolamento internazionale a cui è sottoposto il paese da cinque anni – secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità i casi confermati in Yemen sarebbero 10 –, è dubbia la correttezza delle statistiche data la difficoltà di identificazione dei casi all’interno del territorio yemenita.

Inoltre, le preoccupazioni legate all’impossibilità di fermare la diffusione del virus nel paese, il più povero al mondo, in cui milioni di persone fanno i conti con la fame e la mancanza di assistenza medica, hanno indotto il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a invitare le parti coinvolte nel conflitto alla deposizione delle armi. Al contempo, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen, Martin Griffiths, lavora quotidianamente per avviare una ripresa dei negoziati che coinvolga tutte le parti in conflitto tramite una video conferenza.

Se la coalizione saudita-emiratina il 9 aprile ha risposto positivamente dichiarando un cessate il fuoco unilaterale, l’invito delle Nazioni Unite non è stato accolto dagli Houthi né dal Consiglio di transizione del sud che ha dichiarato l’autogoverno.

GLI INTERESSI IN GIOCO

Gli Houthi tentano di sfruttare la distrazione della comunità internazionale per avanzare delle conquiste militari da poter trasformare in successi politici al tavolo delle negoziazioni.

Quanto alla dichiarazione di un cessate il fuoco unilaterale da parte dell’Arabia Saudita, quest’ultima si inserisce in un complesso quadro di relazioni di potere regionale. Con il quasi pieno controllo degli Houthi nel nord-ovest, e ora con l’autogoverno dei secessionisti nel sud-ovest del paese, ad essere prive di autorità sono proprio le istituzioni internazionalmente riconosciute e sostenute da Riyad. A fronte del mancato raggiungimento degli obiettivi politici e militari, gli alti costi del conflitto, le problematiche attuali relative al mercato del petrolio e la danneggiata immagine del paese agli occhi dell’opinione pubblica internazionale e statunitense, risulta sempre più forte per l’Arabia Saudita la necessità di concludere il conflitto rapidamente.

Infine, non è da sottovalutare la tempistica in cui il STC dichiara il proprio autogoverno nelle regioni del sud. La scelta, motivata dai fallimenti amministrativi del governo nonché dalla mancata applicazione dell’accordo di power sharing del novembre scorso, giunge nel momento in cui l’attenzione della comunità internazionale è focalizzata sulle difficoltà legate alla diffusione del COVID-19 mentre le organizzazioni internazionali umanitarie sono alle prese con le inondazioni che hanno devastato lo Yemen nelle ultime settimane.

CREAZIONE DI UNO STATO FEDERALE: UN POSSIBILE RITORNO ALLE ORIGINI

Alla luce di quanto esposto, una nuova conformazione dello Yemen in termini federali potrebbe finalmente porre fine ai contrasti? Seppure la creazione di uno stato federale potrebbe di primo acchito risultare una soluzione valida, un’accurata analisi consente di metterne in luce le debolezze.

L’idea della creazione di uno Yemen federale non è nuova. La proposta è stata già portata avanti nel 2015 dalla Conferenza nazionale del dialogo sponsorizzata dalle Nazioni Unite che proponeva la ri-conformazione dello Yemen in sei regioni. L’iniziativa riprendeva, a sua volta, il tentativo di formazione di una Federazione Araba del Sud da parte dei colonizzatori britannici negli anni ’50 del secolo scorso, all’epoca della de-colonizzazione. Considerata un’espressione della politica del divide et impera volta ad assicurare alla potenza straniera il proprio controllo sulla regione, la proposta venne rifiutata dai leader locali.

Tuttavia, la possibile federalizzazione del paese continua ad essere considerata una valida opzione per la risoluzione del conflitto yemenita, oggi più che mai vista la polarizzazione del controllo del territorio in due fronti – Houthi nei territori settentrionali, STC al sud – con il governo internazionalmente riconosciuto praticamente escluso dai giochi.

Resta, ad ogni modo, una soluzione difficilmente praticabile.

Da un lato, vista la mancata unità del fronte meridionale e la mancata esistenza di coalizione tra le stesse regioni meridionali, la realizzazione di una regione federale meridionale autonoma, coesa e stabile appare utopica. La dichiarazione di autogoverno, infatti, è stata rigettata dai governatori di Lahj, Abyan, Shabwa, Hadhramaut, Al Mahra e Socotra che hanno denunciato il “colpo di stato” contro il governo. D’altro canto, l’autogoverno del STC non ha obiettivi politici, sostiene Alkhadher Sulaiman, direttore dell’ufficio per gli affari esteri del STC a New York. Si tratta, piuttosto, di una dichiarazione volta a far fronte all’incapacità del governo di fornire alla popolazione del sud i servizi essenziali, come acqua potabile ed elettricità.

Quanto alle regioni settentrionali, gli Houthi non hanno mostrato aspirazioni secessioniste. Basti pensare che le principali risorse, prime tra tutte quelle petrolifere, sono allocate nelle regioni meridionali per comprendere quanto lontana dalle rivendicazioni del gruppo di origine sciita risulterebbe una conformazione nuova del paese in senso federale.

Da non sottovalutare sono, infine, gli interessi delle potenze straniere – in particolare, gli Emirati Arabi Uniti che esercitano la propria influenza militare sulle terre meridionali e l’Arabia Saudita maggiormente influente sui territori yemeniti del nord – che continuano ad influenzare gli esiti interni al territorio yemenita. A tal proposito, fondamentale risulta la dichiarazione di autogoverno del STC, sostenuto e finanziato dagli EAU fin dalla sua fondazione nel 2017, seppur seguita il 2 maggio 2020 dalla “Tregua di Socotra” stipulata tra il STC e il governo yemenita.

In sintesi, l’arrivo del corona virus nel paese non aiuta a calmare le acque. Il grande numero di attori coinvolti nel conflitto, locali e internazionali, con i rispettivi interessi ed obiettivi politici e militari, rendono la risoluzione del conflitto sempre più complicata e lontana. Alla luce di ciò, ci si interroga sull’effettiva possibilità di concretizzare la de-escaltion militare proposta dall’accordo del 2 maggio.

 

 

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Martina Brunelli

Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa pressol’università degli studi di Napoli“L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la miavoglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire imiei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla provae di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa,la macro-areadi cui mi occuponelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre,di confrontarmi con un ambiente giovanilema allo stesso tempo stimolante.
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