Lo scorso mese di ottobre si è tenuto a Venezia il XXII° Regional Seapower Symposium, evento internazionale organizzato a cadenza biennale dalla Marina Militare Italiana. L’edizione di quest’anno ha visto la partecipazione di 56 delegazioni provenienti da altrettante marine militari mondiali, di cui ben 34 rappresentate direttamente dai rispettivi Capi di Stato Maggiore. A conferma dei numeri record raggiunti nel corso dell’edizione, la partecipazione di 17 tra organizzazioni internazionali, agenzie governative, industrie, think tank e diverse personalità di alto profilo nel settore della sicurezza, della difesa e delle relazioni internazionali.

Il tema del simposio, “Shaping our navies for the blue century”, verteva sull’importanza del dominio marittimo, sia in ambito militare che in ambito civile, per il presente e soprattutto il futuro di tutti gli Stati che si affacciano sul Mar Mediterraneo e sul Mar Nero, ma non solo. Si è discusso, infatti, della centralità dei mari e degli oceani per tutti i principali attori globali, con la presenza di delegazioni provenienti, tra le altre, da Cina, Russia, Brasile, Cile e Stati Uniti.

Nello specifico, l’importanza del mare per gli equilibri economici e politici mondiali è stata ribadita fin dal discorso d’apertura da parte del Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Italiana, Amm. Giuseppe Cavo Dragone, il quale ha sottolineato pochi ma cruciali dati: l’80% del commercio globale avviene via mare, il 90% delle comunicazioni dati e telefoniche passa mediante cavi sottomarini, l’80% circa della popolazione mondiale vive entro 200km dalle coste. Volgendo lo sguardo all’Italia, è stato evidenziato come il settore marittimo rappresenti circa il 3% del PIL italiano, dando lavoro ad oltre 350.000 persone. Pochi ma essenziali numeri, dunque, per far comprendere la cruciale importanza di un dominio, quello marittimo, spesso sottovalutato, di cui si ha scarsa comprensione e consapevolezza della sua centralità.

L’evento ha visto il susseguirsi di tre diverse sessioni di lavoro, ognuna con una tematica specifica sui cui le diverse delegazioni hanno fornito diversi spunti di riflessione.

Una fregata FREMM della Marina Militare Italiana

Il primo panel ha previsto un focus sul diritto del mare, partendo dalla Convenzione di Montego Bay del 1982 per poi analizzare gli scenari attuali e i trend che si stanno delineando in merito a tutto ciò che concerne il diritto del mare. Da più parti è emersa la necessità di rivedere la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, al fine di permettere l’evoluzione e l’adattamento delle norme legali agli scenari attuali e alle dinamiche che si stanno delineando. In particolare, si è discusso di come i mari stiano diventando sempre più luoghi in cui convergono, e spesso si scontrano, gli interessi strategici dei principali attori regionali e globali, e di come questo fenomeno rischi di portare alla territorializzazione e di conseguenza alla militarizzazione di porzioni di mare. Ecco perché da più parti è stata ribadita la necessità di un approccio comune alla questione, per salvaguardare la libertà di navigazione e l’accesso ai mari, principi cardine della Convenzione di Montego Bay.

 

La seconda sessione di lavoro era incentrata sulle caratteristiche delle moderne navi militari e sulle capacità di cui le marine devono dotarsi per affrontare le sfide e le minacce contemporanee. Un focus particolare è stato riservato alle operazioni in ambiente costiero, e di conseguenza ai compiti che le navi militari devono svolgere per poter operare efficacemente in tale contesto, oltre alle tradizionali tipologie d’impiego in ambienti oceanici. Si è discusso anche delle funzionalità della nave da guerra contemporanea, definita come “un insieme di sistemi avanzati di generazione, propulsione, combattimento, sopravvivenza, informazione, di settori cyber che devono essere tutti integrati in un’unica piattaforma” (1). Dunque, la crescente complessità e multi-funzionalità delle navi militari, strumenti tecnologici sempre più sofisticati e all’avanguardia, cui viene richiesto di poter svolgere un vasto spettro di missioni e compiti differenti.

La terza e ultima sessione di lavoro ha visto al centro del dibattito le diverse declinazioni del dominio marittimo, sia nella componente civile che in quella militare, sottolineando la centralità della dimensione marittima per la resilienza e lo sviluppo dei Paesi. In un mondo sempre più integrato e connesso, è emersa la necessità di continuare a lavorare su un approccio alla sicurezza di tipo collettivo, che coinvolga tutti gli attori, e che enfatizzi il dialogo e il confronto fra di essi. Come è stato più volte ribadito, il Mar Mediterraneo rappresenta un’opportunità e una risorsa enorme per tutti i Paesi che vi si affacciano, e non solo (basti pensare alla Cina con le sue nuove vie della seta che abbracciano diversi porti del “Mare Nostrum”).

Tuttavia, spesso si ha scarsa consapevolezza dell’importanza e della complessità del cluster marittimo, discorso cui si è fatto più volte riferimento proprio per l’Italia. Il mare è fonte di traffici e di sviluppo, permette la circolazione di idee e informazioni, ma è anche arena dove confluiscono interessi militari, politici, economici, commerciali, informativi di tutti gli attori. Da questi presupposti è emersa l’importanza del simposio di Venezia quale forum per il dialogo, lo scambio di idee, il confronto di visioni, la condivisione di best practices per affrontare collettivamente il tema cruciale della sicurezza marittima, in quello che sembra destinato ad essere il “blue century”, il secolo blu.

1 Come dichiarato da Giuseppe Bono, Amministratore Delegato di Fincantieri.

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