Intervista a Ferkat Jawdat, attivista uiguro, riguardo alle rivelazioni del The New York Times e il ruolo della comunità internazionale

Lo scorso 16 novembre i giornalisti Austin Ramzy e Chris Buckley hanno pubblicato sul New York Times documenti riservati riguardanti la condizione degli Uiguri nella Regione Autonoma dello Xinjiang in Cina.

La regione, situata nel nord-est della Cina, occupa un territorio cinque volte più grande dell’Italia ed è ricca di risorse naturali, ma versa in una difficile situazione economica: nel 2017 lo Xinjiang è stato classificato al settimo posto tra le regioni cinesi con il più basso reddito pro capite.

Gli Uiguri, che seguono la fede islamica e parlano una lingua turca, rappresentano una minoranza etnica nel territorio cinese a fronte dell’etnia maggioritaria Han. Nello Xinjiang, tuttavia, i ruoli sono invertiti: la popolazione uigura di circa 10 milioni, sommata ai 2 milioni di altre etnie minoritarie, costituisce la maggioranza rispetto ai 10 milioni di cinesi Han.

La storia delle aspirazioni separatiste inizia nel 1949 quando la Repubblica Popolare Cinese ha ripreso il controllo sulla regione, ponendo fine all’esperienza della seconda Repubblica del Turkestan. Da allora, il governo cinese ha promosso un discorso politico di 民族团结 minzu tuanjie (unità etnica), in cui il concetto di riunificazione incentrato sull’etnia Han ha promosso atti di nazionalismo estremo e ha rappresentato gli Uiguri come una minaccia alla sicurezza della nazione.

La nascita del terrorismo e del fondamentalismo in Medio Oriente all’inizio di questo secolo è stata una scusa utilizzata dal governo cinese per accelerare il processo di unità etnica. Gli incidenti mortali durante le proteste del luglio 2009 in Xinjiang hanno esacerbato il discorso Han-centrico e sono stati usati come giustificazioni per il bisogno di “modernizzare” la popolazione uigura. Dal 2016 sono stati diffusi sui media internazionali report relativi alla detenzione di circa un milione di Uiguri in campi di rieducazione sparsi sul territorio della regione.

Secondo le testimonianze dei familiari, i cittadini sono portati in “campi d rieducazione”, obbligati ad imparare il cinese mandarino e i valori chiave del Partito Comunista Cinese, sottoposti a indottrinamento politico, soggetti a tortura fisica e psicologica e infine privati della comunicazione con il mondo esterno.

Il supervisore di questo sistema “educativo” è il Segretario del Partito Comunista in Xinjiang Chen Quanguo, un ufficiale esperto nel tenere le regioni autonome sotto controllo del Partito. Infatti, dopo cinque anni in Tibet, nel 2016 è stato trasferito nello Xinjiang. Durante il suo mandato, la regione dello Xinjiang ha pubblicato 100,680 mila offerte di lavoro in ambito di sicurezza, con un incremento di 13 volte rispetto al numero medio di annunci tra il 2009 e il 2015. In particolare sono stati assunti numerosi assistenti di polizia: un ruolo che non richiede elevati livelli di istruzione, ma che offre uno stipendio relativamente alto. Attraverso questi incentivi, il Partito-Stato ha attratto i giovani delle minoranze, riuscendo a cooptarli nel sistema e nello stesso tempo ad aumentare l’apparato di sicurezza nella regione.

 

Il New York Times ha pubblicato 400 pagine di documenti rilasciati da una “talpa” all’interno del governo: circa 200 pagine di discorsi classificati, 161 pagine di direttive e relazioni a fruizione interna e 44 pagine di inchieste sulla condotta di funzionari a livello locale. La rivelazione più inquietante riguarda un documento indirizzato ai funzionari, pensato per rispondere alle domande che gli studenti Uiguri avrebbero posto riguardo i propri familiari. Il modello domanda-risposta include una dozzina di domande ipotetiche seguite dalla risposta pianificata.

Ecco un breve schema riassuntivo:

 

Domanda dello studente

Risposta del funzionario

Dove sono i miei familiari?

In una scuola del governo

Perché sono lì ?

Perché hanno subito l’influenza negativa dei tre mali: terrorismo, separatismo ed estremismo

Quando lasceranno la scuola?

Il sistema è simile agli esami scolastici, usciranno non appena gli standard previsti saranno raggiunti

I miei familiari sono brutte persone?

No, ma potrebbero diventarlo se non venissero educate nelle scuole

I miei familiari hanno infranto la legge?

No, ma hanno ricevuto influenze negative che potrebbero danneggiare la loro famiglia e la società intera

Visto che i miei familiari sono nelle scuole, chi coltiverà la terra?

Il Partito e il governo ti aiuteranno a risolvere il problema.

 

Il documento descrive le condizioni di vita dei detenuti come migliori rispetto ai cittadini che risiedono fuori dai campi: infatti, viene garantito loro vitto e alloggio per un valore di 21 Yuan al giorno. Per questo motivo i familiari non dovrebbero preoccuparsi delle condizioni dei detenuti: nel caso in cui lo fossero, verrebbe garantita la possibilità di concordare una videochiamata per rassicurarli. Nel documento pubblicato dal New York Times è menzionata la necessita da parte dei familiari di supportare i detenuti, agire nel rispetto della legge e allontanare ogni falsità sulla condizione dei campi. Nelle pagine successive emerge un paragone alquanto preoccupante tra i tossicodipendenti e gli Uiguri detenuti nei campi: le scuole di rieducazione ricoprono la funzione delle cliniche di riabilitazione, in cui i soggetti malati vengono curati attraverso un metodo scientificamente provato. In entrambi i casi, la guarigione sarà lunga e i risultati visibili solo nel lungo termine.

Il governo cinese ha risposto alle rivelazioni del New York Times accusando il quotidiano, censurato nella Cina Continentale, di inventare fake news. Il portavoce incaricato ha sottolineato come la Cina abbia adottato efficaci misure anti-terrorismo e abbia ricevuto l’apprezzamento della comunità internazionale per questi tentativi.

Solo alcune settimane prima della dichiarazione del governo cinese, Karen Pierce rappresentante per il Regno Unito al Comitato sull’Eliminazione della Discriminazione Razziale delle Nazioni Unite, ha letto una dichiarazione in rappresentanza di 23 paesi, tra i quali Australia, Canada. Germania, Francia e USA, chiedendo al governo cinese di rispondere ad accuse credibili riguardo un detenzioni di massa nello Xinjiang. Nella stessa occasione, la Bielorussia ha espresso sostegno alle misure anti-terrorismo adottate in Cina a nome di 54 paesi. Tra i firmatari di questa dichiarazione: Pakistan, Federazione Russa, Egitto, Bolivia, Repubblica Democratica del Congo e Serbia.

Alle rivelazioni del New York Times ha fatto seguito la pubblicazione, il 25 novembre, dell’inchiesta chiamata “China Cables” condotta dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi. Gli autori hanno pubblicato un manuale datato novembre 2017 sulla gestione delle operazioni nei campi e quattro bollettini riguardanti l’uso di software di sorveglianza. Il manuale firmato da Zhou Hailun, Vice Segretario del Partito Comunista in Xinjiang, stabilisce: rigido controllo dei detenuti per prevenire eventuali fughe, ma allo stesso tempo la necessità di mantenere alti standard di sicurezza e di salute, al fine di evitare possibili lamentele da parte dei familiari. I documenti pubblicati dal Consorzio sono il primo resoconto dettagliato del funzionamento e dei sistemi di sicurezza utilizzati dei campi.

L’ambasciata cinese nel Regno Unito ha risposto alle accuse di China Cables ribadendo che non esistono “campi di detenzione”, che gli “apprendisti” godono di piena libertà e che non esistono documenti riguardo “campi di detenzione”.

In seguito a queste inchieste i media internazionali hanno dato ampio spazio alla questione facendo emergere anche la voce degli Uiguri emigrati dalla Cina, riuniti nel World Uyghur Congress, nel tentativo di muovere i politici di tutto il mondo contro gli abusi commessi dalla grande potenza cinese. Ad emergere come uno degli attivisti più prominenti è Ferkat Jawdat, che nel marzo 2019, ha incontrato il Segretario di Stato americano Mike Pompeo per discutere degli abusi nello Xinjiang. Ferkat, 27, è nato nello Xinjiang e si è trasferito negli Stati Uniti nel 2011 insieme al padre e ai fratelli; alla madre, invece, è stato negato il passaporto per seguirli. Dal febbraio 2018 al maggio 2019 la madre di Ferkat è stata detenuta in uno dei “campi di rieducazione”, isolata dalla famiglia e privata delle cure mediche necessarie. Rilasciata dagli arresti domiciliari, non è stata ancora autorizzata a viaggiare negli Stati Uniti. Ho contatto Ferkat per avere la sua opinioni riguardo le recenti rivelazioni.

Le risposte alle ipotetiche domande degli studenti sono state chiaramente indicate dal Partito: ho posto le stesse domande a Ferkat. La scelta della tabella non è casuale e rimanda a quella utilizzata nella pagina precedente, in cui domande e risposte erano fornite dallo stato. In questa tabella le domande non sono cambiate; diverse invece le risposte.

 

Dov’era tua mamma? Dov’è ora?

Mia mamma è stata detenuta nei campi due volte: la prima volta, per 22 giorni, nel 2016, la seconda dal 2018 al 2019 per 15 mesi. Mia mamma ha passato tre di questi 15 mesi in prigione. Ora vive nella nostra casa nello Xinjiang ma le sue condizioni di salute continuano a peggiorare.

Perché era lì?

Non lo so.

Il governo non ha fornito nessun documento legale per spiegare la sua detenzione. Probabilmente è stata detenuta perché molti dei suoi familiari si trovano fuori dalla Cina, negli Stati Uniti.

Tua mamma è una brutta persona?

No, non la è. È solo una madre che desidera ricongiungersi con i familiari. Siamo musulmani ma non pratichiamo assiduamente. Mia mamma non pratica il digiuno da anni, non porta il velo e non va in moschea a pregare.

Tua mamma ha infranto la legge?

No. Il 17 novembre 2019 il Global TImes ha pubblicato una dichiarazione del governo dello Xinjiang in cui si afferma che mia mamma vive una vita normale, non sotto arresto ed è assistita dalla comunità.  Questo non è vero.

 

Oltre a raccontare sua storia personale ho chiesto a Ferkat una previsione su ciò che accadrà dopo le rivelazioni del NYT.

 

  1. Ferkat, pensi che le rivelazioni porteranno ad ulteriori restrizioni da parte Partito o ad una maggiore tolleranza?

Dopo l’inchiesta del NYT il governo cinese ha incaricato alcuni funzionari di eliminare i documenti riguardanti l’esistenza e la gestione dei campi. Il governo ha deciso di bruciare e distruggere le prove per prevenire future pubblicazioni di documenti riservati. Una rivelazione come quella del NYT probabilmente non capiterà più. Per quanto riguarda i detenuti, non ci sono state concessioni. Il governo afferma di aver rilasciato gran parte di loro, ma in realtà molti Uiguri sono ancora nei campi.

 

  1.   Pensi che la comunità internazionale eserciterà pressioni affinché il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Uniti apra un procedimento formale?

Noi, in qualità di World Uyghur Congress speravamo che le Nazioni Unite inviassero un gruppo di inquirenti nella regione. Finora non è accaduto.

 

  1.   Pensi che ci siano paese disposti a mettere a rischio i propri scambi economici con la Cina pur di sostenere i diritti degli Uiguri?

Molti governi hanno scelto di restare in silenzio ma gli Stati Uniti stanno assumendo il ruolo di guida nel movimento di sostegno agli Uiguri. Nel gennaio 2019 il Congresso ha promulgato l’Atto di Difesa dei Diritti degli Uiguri in cui sono previste sanzioni per funzionari del governo cinese e aziende coinvolte nella detenzione degli Uiguri. La questione dello Xinjiang dovrebbe portare la comunità internazionale a prendere le difese di altre minoranze etniche perseguitate in Cina e dei manifestanti di Hong Kong.

 

  1.   Cosa pensano i cittadini cinesi di etnia Han delle misure di detenzione messe in atto dal Partito?

La risposta è complessa. Il governo controlla i media quindi molti cinesi Han non sono a conoscenza della realtà dei campi. Inoltre, il dipartimento di propaganda ha etichettato i detenuti come separatisti ed estremisti e lo ha fatto pubblicamente nel documentario “Combattendo il terrorismo nello Xinjiang” realizzato dalla CGTN. Un piccolo gruppo di cittadini cinesi è a conoscenza dei “campi di rieducazione” e approva la politica del governo. Un altro gruppo è di diversa opinione: il governo cinese sta cercando di spostare molti cinesi Han nello Xinjiang, ma spesso, appena verificate le condizioni di vita nella regione, questi vorrebbero tornare indietro. Tuttavia, il governo non concede loro questa opzione e trattiene il loro documento per evitare fughe.

 

  1.  Cosa possono fare cittadini come me e i nostri lettori per famiglie come la tua nello Xinjiang?

Potete parlare della questione con parenti e amici. Potete scrivere alla ambasciata cinese nel vostro paese chiedendo la chiusura dei campi e il rilascio dei detenuti. Potreste anche fare dialogare con il governo dei vostro paese affinché eserciti pressioni sul governo cinese. Infine, potete sostenere le Organizzazioni Non Governative che lottano per la libertà degli Uiguri.

 

La questione dello Xinjiang ha attirato ulteriore attenzione internazionale dopo i commenti pubblicati il 14 dicembre su Instagram da Mesut Özil, giocatore dell’Arsenal, a sostegno della popolazione uigura. Il club ha preso le distanze dai commenti di Özil per non danneggiare i propri interessi economici in Cina.

 

È difficile prevedere se lo Xinjiang riceverà l’attenzione che merita e sopratutto se l’etica prevarrà su meri interessi economici. La certezza è che il governo cinese ha vissuto un “annus horribilis”, segnato dalle proteste di Hong Kong e l’internazionalizzazione della questione dello Xinjiang.

Fonti:

Tobin, D. (n.d.). A “Struggle of Life or Death”: Han and Uyghur Insecurities on China’s North-West Frontier. The China Quarterly, 1-23. doi:10.1017/S030574101900078X

Zenz, Adrian, and James Leibold. 2017. “Chen Quanguo: the strongman behind Beijing’s securitization strategy in Tibet and Xinjiang.” China Brief 17(12), 21 September

Zenz, A., & Leibold, J. (n.d.). Securitizing Xinjiang: Police Recruitment, Informal Policing and Ethnic Minority Co-optation. The China Quarterly, 1-25. doi:10.1017/S0305741019000778

 

 

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Annalisa Mariani

Annalisa Mariani

Carilettori,Mi chiamo Annalisa,classe 96,analista IARI per la sezione Cina.Dopo la laurea triennale in Mediazione Linguistica a Milano,sono partita per la mia amata Cina per un anno di studio avanzato della lingua.Lìho capito che l’aspetto più affascinante del mondo cinese è la politica. Quel Partito unico che si incontra, esplicitamente o non,in ogni discorso, articolo, conferenza e conversazione con gli amici cinesi. Così ho deciso di studiare quel Partito, iscrivendomi al Master in China andGlobalisation al King’s College a Londra. Negli ultimi tempi ho capito che la mia grande curiosità mi porta sempre a parlare di tutto ciò che è controverso/proibito in Cina; da qui la mia indagine sulla condizione della popolazione uiguranello Xinjiang. Dedico moltissimo tempo, a detta dei miei amici quasi tutto, ad informarmi su ciò che succede in Cina.Sono decisamente appassionata e affascinatada un paese sulla bocca di tutti,ma conosciuto da pochi.Nel tempo rimanente tento di fare attività sportiva e mi cimento in esperimenti culinari dai risultati incerti.Sono estremamente curiosa, amo viaggiare, assaggiare cibiparticolarie parlare con le persone del luogo. Sono fermamente convinta che il viaggio completi le persone sotto ogni punto di vista echesia l’unico vero modo di interfacciarmi con il meraviglioso mondo in cui viviamo.
Annalisa Mariani

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