L’appello di Pace in Siria è una proposta redatta dai profughi siriani a sette anni dall’inizio della guerra che ha distrutto il paese. Presentata a Ginevra, Berlino e Bruxelles, essa rivendica il diritto di far sentire la voce delle vittime del conflitto, mirando alla creazione di una zona umanitaria “libera” ed alla piena applicazione del diritto internazionale in ottemperanza al principio di autodeterminazione dei popoli e di non-refoulement.

Siamo fuggiti dalla Siria, il nostro Paese, perché non volevamo uccidere, né essere uccisi, abbiamo pagato un prezzo enorme per la nostra libertà, desideriamo vivere liberi e con dignità. E vogliamo tornare in pace nella nostra Patria”. Queste le parole di Abu Rabia, profugo siriano che dal Libano è arrivato in Italia un anno fa grazie ai corridoi umanitari coordinati, tra gli altri, dall’ Operazione Colomba, il corpo civile di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII. Proprio quest’ultima forza di interposizione civile, che della nonviolenza e dell’azionariato dal basso ha fatto la propria bandiera, è la principale promotrice della proposta di pace ideata dai profughi siriani: vivendo a stretto contatto con essi, dopo alcuni viaggi esplorativi tra Libano e Turchia, nell’aprile del 2014 ha collocato una presenza fissa nel villaggio di Tel Abbas e in uno dei campi profughi ad esso adiacenti, a nord del Libano, in una delle regioni più povere e con il maggior numero di profughi, a soli 5 km dal confine con la Siria.

Gli attivisti dell’Operazione Colomba hanno deciso di prendere parte attivamente alle campagne istituzionali in rappresentanza delle aspirazioni di giustizia delle vittime reali del conflitto siriano, tramite un lavoro di advocacy, denuncia e promozione di soluzioni alternative al conflitto.

 

Nel manifesto ufficiale della proposta di pace, infatti, si legge che sempre più spesso ai tavoli di trattativa siedono esclusivamente coloro che hanno interessi economici e geopolitici sulla Siria, e mai coloro che realmente hanno pagato sulla propria pelle le conseguenze delle scelte belliche intraprese, talvolta, a km di distanza.

La proposta di pace siriana è riassumibile in sette punti:

  1. la creazione di zone umanitarie in Siria, ovvero di territori che scelgono la neutralità rispetto al conflitto, sottoposti a protezione internazionale, in cui non abbiano accesso attori armati, sul modello della Comunità di Pace di San José di Apartadò in Colombia;
  2. Apertura di corridoi umanitari per portare in sicurezza i civili in pericolo fino alla fine della guerra ed un giusto diritto al ritorno in pace e sicurezza nella propria patria;
  3. Fine immediata della guerra: che si blocchi il rifornimento di armi e che le armi già presenti vengano eliminate; fine dell’attuale assedio di decine di città siriane, e assistenza medica immediata ai civili ivi residenti;
  4. Liberazione dei prigionieri politici rapiti o dispersi e assistenza incondizionata alle vittime e chi le soccorre;
  5. Lotta ad ogni forma di terrorismo e di estremismo, nella misura in cui essa non rappresenti un casus belli al fine di giustificare un massacro di civili innocenti e disarmati;
  6. Soluzione politica: che ai negoziati di Ginevra siano rappresentati i civili che hanno rifiutato la guerra, e non coloro che hanno distrutto e stanno distruggendo la Siria;
  7. creazione di un Governo di consenso nazionale nel pieno rispetto della dignità e diritti di tutte le minoranze.

In ultima analisi, l’appello dei civili siriani chiama in causa le responsabilità internazionali: non solo assicurare alla giurisdizione universale delle corti sovranazionali i responsabili del massacro, aprendo procedimenti per crimini contro l’umanità (così come richiesto dall’ Independent International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic, con mandato del Consiglio per i diritti umani) ma anche convocando le migliori forze internazionali a prendere posizione ed a far pesare le proprie parole in tutte le sedi opportune.

La proposta di Pace, infatti, è stata presentata in molteplici sedi istituzionali d’Europa: nel giugno 2017 presso la Camera dei Deputati di Roma, nel settembre 2019 alla 42° sessione della UN Human Rights Council di Ginevra e nel marzo 2020 al Ministro degli Esteri della Repubblica Federale di Germania; in quest’ultima occasione è stato presentato l’appello urgente dei civili di Idlib durante una delle campagne più sanguinarie a danno di cittadini indifesi. Lo scorso luglio, infine, la proposta è stata presentata in un webinair organizzato dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” e dalla Cattedra UNESCO Diritti Umani, Democrazia e Pace dell’Università di Padova.

L’appello di pace dei profughi verte principalmente su due principi di diritto internazionale: autodeterminazione dei popoli e non-refoulement, rispettivamente il diritto dei popoli di scegliere liberamente il proprio sistema di governo e di essere liberi da ogni dominazione esterna, ed il divieto di respingimento di civili applicabile a ogni forma di trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non ammissione alla frontiera. 

 

Con riferimento al secondo principio, infatti, molteplici sono state le violazioni dei paesi limitrofi a danno dei richiedenti asilo: nel dossier del 2019 si porta all’attenzione della comunità internazionale “il preoccupante intensificarsi, da parte del governo libanese, di strategie di refoulement dirette e indirette, volte a far tornare i profughi in Siria, sul presupposto che la Siria sia ora un paese sicuro”, nonostante l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e la Commissione internazionale per la Croce Rossa (ICRC) non considerino la Siria un paese sicuro per un eventuale ritorno.

L’associazionismo giuridico libanese, tramite un Position Paper, ha fortemente denunciato l’aumento esponenziale di vere e proprie deportazioni forzate, attacchi mirati a danno dei campi di prima accoglienza e l’inasprimento delle procedure legali per il rilascio dei permessi di soggiorno, di lavoro  di ricongiungimento familiare -anche in caso di minori e MSNA- nonché delle sanzioni legali per chiunque favorisca in qualunque modo l’accesso ai profughi nel Paese.

Appare paradossale, dunque, una così evidente violazione del diritto sovranazionale da parte di uno stato che, dall’ottobre 2000, ha accettato di aderire alla “Convenzione del 1984 contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli e degradanti” tra le quali, ovviamente, risiede il divieto del cd. refoulement. La proposta dei profughi rappresenta un barlume di speranza nell’oblio della guerra. Nel futuro prossimo la comunità internazionale si troverà a dover prendere seriamente posizione, con gli strumenti a sua disposizione, per limitare l’interventismo estero -che di umanitario ha ben poco- ed il dilagare della violenza estremista che, da anni ormai, costa la vita ad intere generazioni di Siriani.

 

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