Sin dalla nascita della Repubblica Popolare (Rpc, 1949) l’approccio degli Stati Uniti nei confronti di Pechino si è mosso lungo un pendolo tra ostilità e riavvicinamento, tra cooperazione e competizione, con sterzate tattiche e strategiche che ne hanno segnato di volta in volta i rapporti bilaterali producendo conseguenze geopolitiche planetarie. L’attuale pandemia da coronavirus si è inserita in tendenze geopolitiche e geoeconomiche in atto da tempo, agendo da acceleratore di sospetti, rivalità e processi storici, identitari e geopolitici di lunga data, frutto di antiche eredità imperiali, culturali e narrative.

Negli ultimi mesi tra le due sponde del Pacifico sembra essere sceso il gelo. La spirale di reciproche minacce, accuse, misure e contromisure ha sensibilmente elevato il livello dello scontro portando i rapporti bilaterali ai livelli più bassi dai tempi della crisi diplomatica scoppiata dopo i massacri di Piazza Tienanmen del 1989. Sembrano lontani i giorni in cui il Presidente Usa Richard Nixon incontrava a Pechino il leader della Rpc Mao Zedong (1972), aprendo ad una lunga stagione di normalizzazione dei rapporti tra Pechino e Washington. Disgelo diplomatico studiato e preparato in gran segreto sin dal 1971 dal suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger per chiudere il conflitto in Vietnam, porre un cuneo nel blocco comunista e giocare tatticamente la carta cinese in chiave anti-sovietica.

Nel dicembre 2001, in piena era unipolare dell’egemonia Usa, la Cina veniva cooptata come junior partner dell’impero americano con l’obiettivo strategico di contenerne le ambizioni di potenza garantendo soddisfazioni economiche ad una nascente middle class, favorendo lo sviluppo economico e tecnologico del paese attraverso l’integrazione e l’apertura al globo del suo enorme mercato. Scelta che darà il là allo spettacolare sviluppo cinese e all’interdipendenza sino-statunitense – motore dell’economica mondiale degli ultimi due decenni – pensata dagli strateghi americani per vincolare la Rpc ai destini della superpotenza. Con Washington nel ruolo di compratore di ultima istanza delle merci cinesi e con Pechino che riciclava il suo immenso surplus finanziando la superpotenza, acquistandone il debito. In seguito al trauma psicologico provocato dai fatti dell’11 settembre, gli americani reagiscono (comprensibilmente) in modo irrazionale, impantanandosi nelle lunghe e a-strategiche “guerre al terrore” in Afghanistan e in Iraq. La Cina aiuta la distrazione Usa finanziandone le campagne mediorientali. Intanto cresce in silenzio, seguendo il motto di Deng Xiaoping “Nascondi la tua forza, spendi il tuo tempo“.

Gli effetti geopolitici, economici e psicologici delle “guerre al terrore” e della crisi finanziaria del 2008-2009 innestano in una parte delle élite e del popolo americano i segni di un “declino relativo” e di una parallela ascesa di una Cina assertiva volenterosa di sfidare l’egemone per cancellare il “secolo delle umiliazioni” inflitte dal Giappone imperiale e dalle potenze occidentali tra il 1839 e il 1949 con le “guerre dell’oppio” (1839-1942; 1856-1860) e con la stipula dei “Trattati ineguali” che concedevano ai “barbari” stranieri i porti cinesi prevedendo condizioni commerciali di favore. Da qui l’ennesima svolta. L’Amministrazione Obama lancia il c.d. “perno asiatico” (“Pivot to Asia”) esprimendo la necessità di ribilanciare l’impegno militare americano intorno all’asse del Pacifico per contenere le manovre militari di una Cina sempre più aggressiva nel suo “estero vicino”, contenerne le rivendicazioni territoriali e la crescita tecnologica isolandola attraverso la costruzione di blocchi regionali multilaterali geopolitici e commerciali sottoforma di accordi di libero scambio (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP e Trans-Pacific Partnership, TPP) – successivamente abortiti – dai quali Pechino veniva esclusa.

Iniziava già allora quella lenta tendenza allo sganciamento (decoupling) economico, finanziario, tecnologico e culturale tra le due sponde del Pacifico e alla conseguente diversificazione (reshoring) delle filiere produttive in direzione dei nuovi mercati emergenti, in particolare verso le nazioni del Sud-Est asiatico. Processo rafforzato dai dazi trumpiani e ulteriormente accelerata dalla disgregazione delle catene globali di approvvigionamento come conseguenza dell’esplosione epidemica in Cina. Sotto l’attuale amministrazione la percezione degli strateghi americani muta. La Cina viene vista in una fase temporale di parziale declino, più debole di quanto appaia all’esterno. In enorme difficoltà strategica per fattori endogeni ed esogeni in grado di minare il principale strumento di stabilità interna e di legittimità del Partito-Stato, ovvero la capacità di assicurare armonia sociale e un benessere economico crescente alla popolazione. Chiamata a gestire la fine del miracolo economico e a compiere una difficilissima transizione economica. Vulnerabile, dunque, da colpire prima che possa consumarsi la sua definitiva ascesa. Per stroncarne le velleità di dominio in campo navale e tecnologico.

Da qui, l’estensione del contenimento diplomatico e marittimo della Rpc e delle sue nuove vie della seta al più ampio quadrante geostrategico dell’Indo-Pacifico, coinvolgendo in tale partita gli alleati regionali. Con quelli europei indotti a rafforzare le loro normative contro gli investimenti diretti esteri (Fdi) cinesi in settori strategici e a rivedere la loro iniziale apertura al 5G di Huawei. Parallelamente, dal maggio 2018, viene aperta la guerra commerciale per colpirne il cuore dello sviluppo economico – l’export – con l’obiettivo strategico, assegnato dagli apparati federali all’iniziativa commerciale presidenziale, di impedire alla Cina di acquisire sovranità digitale in settori avanzati (intelligenza artificiale, Internet of Things, 5g, biotecnologia, informatica quantistica, robotica, advanced manufacturing, aerospazio), di esportare i propri standard tecnologici e di realizzare quella “fusione civile-militare” prevista dal piano Made in China 2025 come presupposto per elevare le potenzialità militari delle sue forze armate ai livelli della superpotenza.

È in questo contesto strategico che va inserita l’attuale pandemia da coronavirus. Essa non ha affatto sovvertito i rapporti di forza tra numero uno e numero due. Piuttosto, ha amplificato e rafforzato i propositi statunitensi di stroncare le residue ambizioni di potenza del rivale, aprendo una nuova finestra tattica per muovere alla sua giugulare, cavalcando i sentimenti da “pericolo giallo” sempre più diffusi tra gli statunitensi – secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, 9 americani su 10 considerano la Cina una minaccia per il proprio paese, il 62% una minaccia significativa – e le opportunità geopolitiche dischiuse dalla pandemia in una logica di scontro a somma zero. La Cina ha subito un duro colpo. Ha visto ridurre il suo soft power per la cattiva gestione dell’epidemia, uscendone danneggiata la sua aspirazione di presentarsi come leader globale responsabile e credibile. Con un’economia che quest’anno crescerà solo dell’1,1% – il più basso risultato dal 1976 – con una disoccupazione in aumento, con il crollo della domanda mondiale di beni, la disgregazione delle catene globali di approvvigionamento e il loro reshoring, il rischio per il Pcc è che nei prossimi mesi si generi una spinta sociale interna in grado di minarne la legittimità e con essa l’armonia e la stabilità interna.

Gli States vivono un momento di forte malessere economico e sociale, intrinsecamente connaturato all’assetto imperiale della Repubblica americana. Le stime del Fmi prevedono una contrazione dell’economia del 5,9% per il 2020 e un tasso di disoccupazione del 10%. 40 milioni di americani hanno perso il lavoro in seguito ai licenziamenti di massa provocati dagli effetti virali sulle imprese e oltre 110.000 sono morti per coronavirus. I drammatici fatti di Minneapolis (Stato di Minnesota), con l’uccisone in videoripresa dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto bianco, hanno agito da detonatore di una rabbia e di una violenza a lungo covata, frutto della tensione tra la natura multietnica e monoculturale della società americana, acuita dallo status di profonda incertezza per il futuro a causa degli effetti di Covid-19.

Quali scenari?

Nei prossimi mesi la tensione è destinata a salire. Le conseguenze economiche e geopolitiche dell’epidemia non consentiranno alla Cina di rispettare la fragile tregua commerciale raggiunta lo scorso gennaio con la chiusura della “fase uno” dei negoziati. Ciò potrebbe portare l’amministrazione Trump a riaprire il fronte della trade war per amplificare ulteriormente la pressione su Pechino. Il leader della Rpc Xi Jinping batterà sul nazionalismo per riguadagnare la legittimazione del proprio dominio e la stabilità interna, interesse strategico supremo del Partito-Stato. Come dimostrato dall’aumento, in piena pandemia, del budget per la difesa, dall’aggressività diplomatica e militare lungo il conteso confine himalayano con l’India e nei mari cinesi per portare avanti le sue rivendicazioni territoriali e le esercitazioni militari nelle acque intorno a Taiwan. Sino al tentativo di annullare lo iato identitario della provincia ribelle di Hong Kong, sfruttando l’emergenza sanitaria, varando una nuova legge sulla sicurezza nazionale. Ulteriore segno della debolezza di Pechino che percepisce sempre più lontano da sé il Porto Profumato in seguito all’incancrenirsi dei rapporti con Washington.

La Casa Bianca ha reclutato gli alleati asiatici – Taiwan, Giappone, India – e i paesi dell’Anglosfera in una guerra politica,legale, diplomatica, economica, commerciale, tecnologica e militare a tutto campo. Lo scorso 27 maggio il Segretario di Stato Mike Pompeo ha dichiarato che con le azioni di Pechino l’ex colonia britannica “non è più autonoma”, annunciando la sospensione e l’inizio delle pratiche per la cancellazione del suo status speciale garantito dallo United States-Hong Kong Policy Act del 1992 e fondato sul rispetto della sua “autonomia”, secondo la formula “un paese, due sistemi” prevista dalla Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984. La condanna internazionale per la violazione del diritto internazionale costituiva il passaggio necessario per poter legittimare le sanzioni annunciate dal Presidente Trump. Siamo ancora alle minacce. L’annuncio della Casa Bianca rappresenta la classica pistola carica messa sul tavolo per indurre Pechino a rinunciare al suo proposito. Qualora a Washington e nelle burocrazie federali dovessero convincersi che Pechino tirerà dritto verso l’assimilazione forzata degli hongkonghesi allora la reazione statunitense sarà violenta e si abbatterà anche sulla ex colonia britannica perché il gesto verrebbe interpretato come prodromo al tentativo cinese di abbreviare le tappe per arrivare sull’isola di Formosa, linea rossa invalicabile per la superpotenza. Massima posta in gioco della sfida strategica del secolo.

 

 

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