A seguito di alcuni scontri frequenti tra truppe statunitensi e truppe russe nel nord-est siriano, che si sono verificati soprattutto nel mese di agosto con il ferimento di sette militari statunitensi, Washington ha deciso di incrementare la sua presenza militare nell’area. Il portavoce del Comando Centrale statunitense Bill Urban ha chiarito che la mossa è strategica e mira a garantire la sicurezza e la protezione delle forze della coalizione internazionale con a capo le milizie curde che occupano l’area. Lo scopo è quello di evitare che Mosca possa compiere delle azioni provocatorie in quel pezzo di Siria che per gli Stati Uniti resta una priorità geopolitica di altissimo valore, in quanto via d’accesso all’Iraq, e perché ricca di risorse energetiche.

I Curdi supportati dalla potenza a stelle e strisce e i militari statunitensi potranno contare sull’arrivo di sei veicoli da combattimento “Bradley” e circa cento militari provenienti dal Kuwait che serviranno per reagire ad eventuali frizioni con le truppe russe che pattugliano l’intera area nel rispetto degli accordi raggiunti con la Turchia ad ottobre. Probabilmente gli USA decideranno di schierare anche un radar “Sentinel”. Queste eventuali difficoltà geopolitiche si vanno a sommare alle diverse proteste da parte delle tribù arabe che più volte si sono scagliate contro la presenza statunitense nell’area, bollandola come una forma di occupazione illegale, così come sostenuto più volte dal regime siriano. Irrobustendosi nel nord-est della Siria gli Stati Uniti danno prova di come quel territorio resti nella loro agenda in politica estera e che il ritiro delle truppe paventato più volte da Trump resta molto improbabile anche a lungo termine. In questa maniera è pur vero che Washington vuole dare l’idea di continuare a servirsi dei Curdi e non in maniera strumentale come magari è stato azzardato da diverse fonti internazionali.

Il rafforzamento degli Stati Uniti nel nord-est siriano si colloca nel momento in cui nella regione di Idlib il Cremlino sta intensificando i bombardamenti aerei per spazzare via gli elementi jihadisti e dell’opposizione che ancora ostacolano il processo di pace. Si tratta dell’azione militare più massiccia dopo il cessate il fuoco di marzo raggiunto con Ankara. In secondo luogo, la mossa degli USA nel nord-est siriano risponde anche alla recente intesa raggiunta tra l’Iran e la Turchia, precisamente sul coordinamento delle rispettive azioni militari contro il PKK e i suoi alleati. Di fatto, le due potenze regionali ma soprattutto Ankara che è attivissima a livello geopolitico nel Mediterraneo, potrebbe forzare la mano e avviare l’ennesima offensiva militare contro le milizie curde nell’est siriano, mettendo in serio pericolo gli obiettivi statunitensi e della coalizione internazionale che combatte contro l’ISIS. E inoltre, per velocizzare e implementare il rafforzamento, l’inviato speciale statunitense per la Siria James Jeffrey è stato ricevuto ad Erbil, capitale della regione autonoma curdo-irachena, dal presidente curdo Barzani. Si sarebbe discusso, perciò, delle relazioni tra le due parti e dell’avanzamento dei colloqui tra le fazioni rivali curdo-siriane della Siria orientale. Mosca e Washington continueranno ancora a scontrarsi molto probabilmente nella Siria orientale, tenendo conto che Mosca, strategicamente parlando, è più interessata alla Siria centrale o occidentale e a risolvere presto la questione Idlib.

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