Vukovar è una piccola cittadina a nord-est della Croazia, conosciuta come la “città degli eroi”. Teatro di orrori di guerra e della pulizia etnica perpetrata dai serbi nei confronti dei croati all’inizio degli anni 90, in Occidente il massacro di Vukovar non ebbe la stessa risonanza che invece riscosse bombardamento di Dubrovnik, considerata dal punto di vista culturale una “gemma dell’Adriatico”. La piccola cittadina della Slavonia, dopo la guerra in ex-Yugoslavia, è rimasta, in Croazia, simbolo di quella storica rottura tra serbi e croati e di ciò che il conflitto etnico produsse nei Balcani. Ultimamente, però, la questione sulla minoranza serba rimasta in Croazia sta ricominciando a scuotere la politica e l’opinione pubblica. Già durante la campagna elettorale per le elezioni europee, il partito rappresentante dei serbi in Croazia, il Partito democratico indipendente serbo (SDSS), aveva portato avanti una campagna che recitava “Sapete com’è essere serbi in Croazia?”, rivendicante il riconoscimento dei diritti di una minoranza che rimane ancora ai margini, dimostrando che, dopo quasi 30 anni, la Croazia è ancora fortemente radicalizzata per quanto riguarda il discorso sull’etnia. Radicalizzazione dimostrata, in quello stesso periodo, dall’imbrattamento con svastiche e slogan ustasha sui cartelloni elettorali da parte di gruppi nazionalisti estremisti.

Gli eventi di questa primavera avevano dunque riportato a galla l’esigenza di ristabilire un dialogo con i rappresentati della minoranza serba per poter finalmente risolvere il problema della protezione delle minoranze in Croazia. Poche settimane fa, infatti, la Corte costituzionale croata ha richiamato le autorità della città di Vukovar per provvedere a restaurare l’uso di targhe e indicazioni stradali bilingue, previste da una legge costituzionale che dovrebbe preservare il rispetto delle minoranze nel paese. Il ripristino dell’uso del cirillico a Vukovar, però, significherebbe cancellare la memoria di un massacro etnico che ancora pesa sulle spalle della città e (soprattutto per motivi simbolici) del paese. Già anni fa il tentativo di riproporre il bilinguismo nella cittadina aveva provocato manifestazioni e rivolte, e, anche quest’anno, le polemiche non sono mancate. Il Presidente della Repubblica croata, Kolinda Grabar Kitarovic, ha anche espresso il suo parere al riguardo, dando il suo supporto al sindaco di Vukovar, Ivan Penava, che ha dichiarato che il ripristino del bilinguismo riporterebbe di nuovo a problemi di natura etnica all’interno della città. Kitarovic ha, infatti, dichiarato “Non voglio la separazione o il conflitto tra croati e serbi, ma chiedo pazienza e considerazione, il che implica accettare il fatto che Vukovar sta ancora curando le sue ferite” facendo chiaramente intendere che non è ancora il momento giusto per estendere i diritti alla minoranza serba.

Tuttavia, chi conosce politicamente Kolinfa Grabar Kitarovic, conosce anche la volubilità e l’incostanza delle sue affermazioni politiche, essendosi sempre districata goffamente da gaffe e dichiarazioni poco felici di chiaro stampo populista. Sembra assurdo ed anche improbabile che leggi costituzionali che riguardino questioni importanti come il rispetto delle minoranze in un paese che si ritiene occidentale e che attualmente è Stato membro dell’Unione Europea, possano essere ancora ignorate. Sicuramente la memoria di un fratricidio e di massacri così feroci non potrà mai essere cancellata dalla storia di nessuno dei paesi dell’ex-Yugoslavia, inoltre la complessità dei Balcani è fin troppo ardua da comprendere e da spiegare, ma il conflitto etnico, se davvero è stato superato, non può fare da ostruzionismo simbolico al rispetto delle leggi. Specialmente se riguardano la tutela dei diritti civili.

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