Senza troppe sorprese l’Ucraina ha eletto al secondo turno Volodimir Zelenskij come Presidente della Repubblica Ucraina, anche se le intenzioni di voto degli ucraini erano già apparse chiare dall’esito della prima tornata elettorale. La disfatta subita da Poroshenko al ballottaggio dovrebbe indurci a riflettere sulla ferma volontà di una popolazione di volere cambiare pagina della propria recente storia politica.

Il compito di noi analisti è quello di esaminare il futuro partendo da solide basi storiche; il presente rappresenta solamente la conferma o la confutazione di una nostra proiezione circa un determinato evento. Personalmente credo che la strada instabile intrapresa dall’Ucraina dopo i fatti di piazza Maidan, sia difficile da risanare, lo scisma politico con Mosca è inconciliabile e ricomporlo non credo sia neppure tra le priorità del neo presidente eletto Volodrimir Zelenskij.

Come scritto in precedenza, posso tentare di valutare il processo che ha portato quasi 7 ucraini su 10 ad optare per un cambiamento così radicale della loro politica interna, muovendo dallo studio del loro recente passato politico.

Iniziamo con quella che appare come la fotografia di una vittoria schiacciante; da una parte abbiamo il neo eletto presidente Volodimir Zelenskij con il 73% delle preferenze, mentre dall’altra abbiamo il presidente uscente Petro Poroshenko con il 25,2% dei consensi. I dati sono inequivocabili e se li si vuole analizzare riportando un vecchio adagio “squadra che vince non si cambia” allora possiamo dire che i cinque anni di presidenza a guida Poroshenko agli occhi del popolo ucraino, sono stati una vera e propria sconfitta sotto tutti gli aspetti, sia politici che economici.

Da un punto di vista politico la rottura con Mosca, sbandierata come una nuova alba nelle relazioni internazionali di Kiev, ha portato con sé gravi conseguenze. Il Presidente uscente Petro Poroshenko ha più volte collocato l’inizio del futuro “europeo” dell’Ucraina dal 2015 in poi a fasi alterne senza mai stabilirne una data precisa, come se non bastasse ad ogni proclama di Poroshenko sono giunte le puntuali smentite di Bruxelles . Il benessere che sarebbe dovuto arrivare con politiche economiche di apertura nei confronti dell’Unione Europea non si è mai realizzato, anche perché dopo il “caso Grecia”, è stata la stessa Unione, prima di avviare un qualsiasi percorso di adesione, a chiedere al governo di Kiev di iniziare un cammino di importanti “riforme strutturali” (massiccia privatizzazione del settore pubblico) dimenticando però che attualmente queste riforme costano lacrime e sangue ai cittadini ucraini.

Per quanto riguarda la politica interna si è registrato un aumento vertiginoso del tasso di criminalità,tanto che la società di consulenza “MERCER” ha indicato nel 2017 Kiev come la città più pericolosa d’Europa. Tale società di consulenza per formulare la propria classifica ha utilizzato come criteri:

· numero di furti

· corruzione

· numero di violenze personali subite dalla popolazione civile.

La ferita nell’est del paese non si è mai rimarginata; come un’emorragia continua a mietere morti da entrambe le parti, ucraini e filo russi sono stremati dalla quotidiana routine sotto bombardamenti e azioni di guerriglia; ad oggi le vittime sono poco più di 10.000, molte di esse donne e bambini, quindi civili inermi.

La guerra contro i separatisti continua e ledere gli interessi economici di una nazione che non può sopportare uno sforzo bellico che ormai si protrae da cinque anni e che al contrario di quanto aveva pronosticato l’ormai ex Presidente Poroshenko, le repubbliche separatiste del Donbass non si sono rivelate una pratica da potere archiviare nel giro di pochi mesi.

L’errore di Poroshenko è stato principalmente quello di legittimare il proprio consenso politico sulla propaganda basata a esaltare lo sforzo bellico da sostenere contro i nemici dell’Ucraina. Senza quello della guerra, infatti, ben pochi sarebbero gli argomenti con cui Poroshenko sarebbe riuscito a legittimarsi e a guadagnarsi l’appoggio delle organizzazioni paramilitari apertamente neofasciste come il“Corpo Nazionale”, la “C-14”, “Svoboda”, “KarpatchkaSich”, “PravijSektor” . In parallelo, se la violenza politica perpetrata da questi nei confronti di ogni dissenso si è rivelata assai proficua per Poroshenko ed affiliati, il fatto di avere permesso alle organizzazioni neofasciste di operare impunemente ha enormemente rafforzato queste ultime, facendo crescere in modo esponenziale il loro (indiretto) potere militare e politico. Con assidua frequenza si sono registrati attacchi ad opera dei gruppi neofascisti contro gli oppositori politici, contro le minoranze ebraiche, rom e contro le persone con un orientamento sessuale non tradizionale.

Le organizzazioni paramilitari neofasciste sono oggi giuridicamente parte dell’apparato ucraino, che sta perdendo il monopolio della violenza. il potere militare ha consentito ai neofascisti di gestire insieme alla criminalità organizzata il contrabbando, il traffico d’armi e quello di stupefacenti. Non a caso il nome del partito di Volodimir Zelenskij è emblematico, potrebbe venire tradotto letteralmente con il nome “Schiavo del Popolo” e non di organizzazioni a supporto di un regime.

L’economia come in ogni elezione ha pesato sulla sconfitta di Poroshenko; le statistiche, pubblicate a Kiev e altre rese disponibili a Langley (gennaio 2017), dimostran, secondo i sondaggi redatti dal Comitato statale di statistica (ComStat), che il 72% degli ucraini si dichiara “povero” (nel 2008 anno della crisi finanziaria la percentuale si attestava sul 57%) solamente lo 0,7% (il 2% nel 2008) ritiene di far parte della “classe media”, mentre è scesa dal 41% al 27% la porzione di popolazione che considera il proprio stato a metà strada tra povertà e “condizione media”; il 6,2% delle famiglie considera il proprio reddito sufficiente per poter mettere qualcosa da parte. Il ComStat scrive anche di un 43% di famiglie che rinunciano costantemente all’essenziale (tranne al cibo) e un 46% che riesce a far pari, senza però fare risparmi; amaramente però si evince anche che il 4,9% delle famiglie nel 2015, non hanno potuto assicurarsi nemmeno gli alimenti quotidiani e hanno dovuto digiunare per 1 o 3 giorni nel corso dell’intero anno.

Anche la CIA ha condotto delle proprie indagini inerenti la situazione economica dell’Ucraina e gli studi degli analisti americani hanno mostrato una caduta del reddito pro capite ucraino, passato dai 9.400 $ del 2013, agli 8.300 del 2014, ai 7.500 del 2015, a fronte di un PIL (PPA) di circa 340 miliardi di $ (377 miliardi nel 2014 e 403 nel 2013). Ovviamente, nella media di quei 7.500 $, sono compresi gli oltre 3 miliardi di Akhmetov e i circa 1.500 milioni cadauno di Kolomojskij, Bogoljubov e Pinčuk, oltre ai miseri 136 milioni di Sergej Taruta (come Akhmetov, uno degli oligarchi del Donbass), che lo spingono al meschino 37° posto di Focus.

Attualmente Volodimir Zelenskij è privo di curriculum politico e azzardare una qualche previsione futura circa la sua condotta che sia basata su solidi fatti, sarebbe arduo per chiunque. Attualmente però si sono capite le cause che hanno portato alla disfatta elettorale di Poroshenko contro “un’illustre sconosciuto”; insicurezza, stato di guerra prolungato e stagnazione economica sono state le precarie basi con cui ormai l’ex Presidente ucraino pensava di poter rinnovare il proprio mandato elettorale.

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Filippo Sardella, classe 1988, laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, corsista di "Political Ethics" presso la YALE University , conferenziere e analista politico, specializzato in storia e politica della Russia e dell’Europa Orientale, operatore certificato in "International Humanitarian Law", attualmente si occupa di analisi geopolitiche per l'Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI)
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