Durante la campagna elettorale, a settembre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso che, in caso di rielezione, avrebbe annesso ai confini dello Stato i territori attualmente occupati in Cisgiordania, in particolare la Valle del Giordano.



La Valle del Giordano è stata conquistata da Israele durante la “guerra dei sei giorni” nel 1967, e nonostante tale occupazione sia stata più volte dichiarata contro il diritto internazionale – in particolar modo per mezzo delle risoluzioni ONU 242 e 338 – rimane tutt’oggi sotto il controllo militare israeliano.

La decisione israeliana non era completamente inattesa, ma, certamente, ha gettato scompiglio nello scacchiere mediorientale, non nuovo a tensioni territoriali.
La settimana scorsa il nuovo governo di Israele, dopo una bagarre politica fra le più insolite della storia del paese, ha ottenuto la fiducia del suo parlamento monocamerale.
L’esecutivo sarà guidato per i primi 18 mesi proprio da Netanyahu, e l’ipotesi di settembre ha quindi assunto vigorosa concretezza.

 

Le dichiarazioni dei principali player politici internazionali non si sono fatte attendere.
A condannare l’eventuale scelta del Premier israeliano sono stati sia l’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente Nicklolay Mladenov, sia l’Alto Rappresentante europeo per gli Affari Esteri Joesp Borell.
Controversa la posizione dell’amministrazione statunitense, ottima alleata di Netanyahu, ma insolitamente attendista nelle più recenti comunicazioni, probabilmente spaventata da possibili instabilità a est del Mediterraneo pochi mesi prima delle sue elezioni presidenziali di novembre.
Chi certamente non ha utilizzato mezzi termini è stato il Re di Giordania Abdullah II, che ha minacciato il governo di Israele con un “conflitto di massa” nel caso non riveda i suoi piani di annessione.

Amman condivide più di 330 chilometri di confine con Israele e la Cisgiordania compresi due importanti punti di connessione come il ponte Sheikh Hussein e il ponte al-Karameh.
Elementi da tenere in considerazione se si calcola che la Valle del Giordano è area di grande importanza strategica, ricca di minerali e di fertile terreno agricolo.
È per questo che la Giordania sta aumentando la sua opposizione sia pubblica che privata all’annessione, tanto da poter mettere in discussione anche gli accordi pace del 1994 firmati con Israele nel uadi a nord della città di Eilat.

Il regno hascemita, inoltre, sta attraversando un difficile periodo di congiuntura economica.
L’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia ha aggravato una situazione finanziaria vicina alla recessione. La Giordania ha poche grandi aziende come società di telecomunicazioni e giganti manifatturieri, sono le piccole imprese a conduzione familiare che contribuiscono ad oltre tre quarti del prodotto interno lordo e che forniscono la maggior parte di servizi essenziali alla popolazione.Sono anche quelle, però, che sono state lasciate indietro dal governo, impegnato a gestire il contagio e non abbastanza efficiente da salvaguardare anche il comparto economico.

Tutta in salita, quindi, l’opposizione dei reali di Amman nei confronti di Israele, con il quale – fra l’altro – la monarchia intrattiene interscambi commerciali non secondari.Un possibile scenario potrebbe vedere Giordania e Autorità Nazionale Palestinese alleate nella sfida all’annessione, dove la seconda ha sicuramente più da perdere in termini di interdipendenza nel perseverare una linea dura nei confronti di Israele.
Ancora una volta potrebbero influire gli eterni dissidi fra OLP e Hamas, le formazioni paramilitari palestinesi, incapaci di trovare un punto d’accordo e principale ostacolo ad una comune strategia araba.

 

 

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Davide Agresti

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