All’interno dei “Sustainable Development Goals” varati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’obiettivo numero cinque è dedicato alla Gender Equality: oltre all’accesso al lavoro e all’istruzione, detto obiettivo si concentra anche sulla violenza fisica e psicologica subita ancora oggi dalle donne in tutto il mondo. Si stima infatti che ancora oggi un terzo della popolazione femminile subisca violenza di vario genere ogni giorno, e che 750 milioni di ragazze siano costrette a contrarre matrimonio prima del diciottesimo anno di età. Queste medie sono purtroppo destinate a salire se si prende in considerazione il continente africano. Accanto ad esempi d’avanguardia nella politica, con una sempre maggiore presenza delle donne in posizione di prestigio e di potere- si pensi, solo per fare qualche esempio, ad Ellen Johnson Sirleaf, Joice Mujuru o Alengot Oromait, la più giovane donna ad essere eletta in un Parlamento nazionale- si registrano ancora numeri drammatici per ciò che riguarda la pratica culturale delle mutilazioni genitali femminili.

La mutilazione genitale femminile, ovvero la circoncisione femminile, è ancora diffusissima in Africa Centrale dove, secondo stime congiunte di Unicef e Organizzazione Mondiale della sanità, circa il 50% delle ragazze ha subito la mutilazione prima dei 13 anni o ha effettuato una tale scelta per le proprie figlie. La percentuale raggiunge picchi superiori all’80% in paesi come il Mali o il Sudan a riprova di un fenomeno culturale di difficile eradicazione. Non mancano però segnali di progresso: nel 2017 un giudice inglese ha, per la prima volta, condannato una madre di una bambina di tre anni per averla sottoposta a mutilazioni genitali, segno di una giurisprudenza internazionale attenta al problema. E tuttavia si tratta di una problematica che necessita di un approccio multidisciplinare.

Mancano o sono di difficile reperimento dati sempre aggiornati sulla diffusione della pratica e sul numero di giovani che essa effettivamente coinvolge. Le stime ufficiali, comprese quelle delle Nazioni Unite, inoltre, non tengono conto degli effetti a lungo termine a cui le vittime vanno incontro, specie a livello psicologico. Per il futuro si auspica quindi, il prosieguo di massicce campagne di informazione e azioni positive sia a livello internazionale che a livello locale, per contrastare attivamente la violenza di genere.

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Giulia Raciti

Giulia Raciti

Ciao a tutti, sono Giulia Raciti Longo, e collaboro con IARI da Giugno del 2019.Dopo la laurea in Giurisprudenza, conseguita a Catania, ho proseguito i miei studi a Milano, dove ho ottenutoil Master in Diplomacy presso l' ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sono fluente in tre lingue, e ho avuto la possibilità di studiare in tutta Europa, e di lavorare con l' ONG ruandese “ African Education Network" per un anno, occupandomi di analisi delle policies e mappatura legislativa. È in questi contesto che è nata la mia passione per l' Africa, territorio complesso e spesso sottovalutato nelle relazioni internazionali. Con IARI mi occupo proprio di Africa, focalizzandomisui processi elettorali e sui fenomeni migratori, temi che mi propongo di affrontare con un approccio trasversale tra geopolitica e diritto internazionale. Sono appassionata di storia contemporanea, in particolare delle decadi tra il ’20 e il ’40 del 900.Lavorareper la redazione dello IARI, mi ha dato la possibilità di mettere le mie competenze al servizio degli altri: credo infatti fermamente che la geopolitica sia uno strumento indispensabile per capire il mondo che ci circonda ed essere cittadini globali più attenti e consapevoli.Per questo cerco sempre di creare contenuti che siano fruibili anche dai non addetti ai lavori, ma rigorosi dal punto di vista scientificoed informativo.
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