Il nome Vietnam deriva da un incontro tra le parole Yueh, “meridionale” in Cinese, e Nam, “terra” in Vietnamita. Tuttavia, nonostante questo curioso mélange lessicale, lo stretto paese a sud del dragone non ha mai accettato un rapporto di subalternità nei confronti della Cina e nel corso dei secoli è sempre riuscito a mantenere la propria identità. Costretto nel mezzo della tenaglia Sino-Americana, il paese ha guadagnato un’importanza considerevole nelle relazioni internazionali. Una importanza che, sapientemente, il paese sembra intenzionato a sfruttare non come pedina, bensì come attore. Viste le tensioni dell’area indocinese, alcune recenti decisioni del governo Vietnamita hanno incredibilmente allontanato l’opinione pubblica dalla Cina, un fulgido esempio di come gli Stati sovrani non abbiano né alleati né nemici perpetui, ma solo eterni interessi.

Nelle Relazioni Internazionali ogni stato tenta di proiettare la propria politica per conseguire obbiettivi nell’interesse nazionale. Tale politica, inevitabilmente, determina come primi destinatari i paesi limitrofi all’attore e in questo caso il Vietnam, minuscolo stato costiero dell’Indocina, rientra a pieno titolo nella sfera di influenza cinese. Sebbene con alcune eccezioni, la Cina nei secoli ha trattato gli stati da lei ritenuti inferiori con una politica di sudditanza tributaria: se vuoi mantenere la tua indipendenza, paga un tributo al Sovrano Celeste, in cambio noi popolo eletto non cercheremo di educare e civilizzare voi barbari.

Con l’espansione degli imperi coloniali europei, la Cina perse questo status e con l’unificazione di Laos Cambogia e Vietnam, paradossalmente, i colonizzatori riuscirono a creare, o quantomeno a rafforzare, le identità nazionali di ogni singolo popolo. In particolare, quando nel 1941 il Giappone invase l’Indocina, i coloni francesi fomentarono questo sentimento nazionalista in chiave difensiva, un espediente efficace senz’altro per complicare l’occupazione giapponese, che tuttavia lasciò, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, anche una volontà di rivalsa ben radicate nelle menti dei Vietnamiti. Se essi avessero sacrificato le proprie vite per respingere la minaccia giapponese, allora sarebbero stati pronti a farlo anche per esercitare il diritto all’autodeterminazione.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale ebbe inizio la guerra civile tra Vietnamiti ed Impero Francese, una lunga guerra che si concluse nel 1954 con una Conferenza di Pace a Ginevra. Venne deciso quindi di dividere il Vietnam in due entità distinte: uno stato a nord, guidato dal leader comunista Ho Chi Minh e un Vietnam del Sud governato da Ngo Dinh Diem, anticomunista e supportato dall’occidente. Come già accennato, tuttavia, la guerra del Vietnam  rappresentò per molti anni il simbolo dell’ingerenza degli Stati Terzi, in particolare l’occidente seguendo la Teoria del Domino si imbastì come principio cardine la necessità di aiutare il Vietnam del sud, anche e soprattutto militarmente, affinché non diventasse la pedina che avrebbe fatto piombare l’intera regione sotto regimi comunisti. Con la riunificazione del Vietnam nel ‘75 la Cina si rese conto dell’impossibilità di poter far pagare lo scotto per l’aiuto ricevuto. Rivolgendo dunque la sua attenzione altrove, Pechino decise di supportare il neonato governo dei Khmer Rossi guidati da Pol Pot in Cambogia, che in pochi anni si macchiarono, oltretutto, di uno dei genocidi più sanguinosi della storia dell’umanità sulla stessa popolazione dissidente Cambogiana.

I Vietnamiti avevano dunque ben chiaro quale idea di società perpetrasse Pechino, i Khmer Rossi erano in sostanza la formula di governo che Mao avrebbe voluto esportare in tutto il mondo. Difatti, la deposizione di Pol Pot avvenne per mano degli stessi Vietnamiti a seguito di una breve campagna militare nel 79 e per tutta risposta la Cina organizzò a sua volta una serie di sanguinose schermaglie contro il Vietnam. Quest’ultimo intervento fu particolarmente indicativo dell’approccio Cinese alle questioni internazionali in quanto, con la fine delle operazioni militari, l’esercito Cinese si ritirò dal territorio Vietnamita senza alcun tipo di rivendicazione, una vera e propria spedizione punitiva nei Confronti di Hanoi per aver interferito nei piani di Pechino.

L’evento in se, sebbene sia costato le vite di migliaia di soldati per ambo gli schieramenti, venne considerato dalla comunità internazionale come una rappresaglia, sebbene militare e quindi atto di aggressione, nei confronti del precedente intervento del Vietnam in Cambogia, la Cina aveva in sostanza ricorso all’autotutela per farsi giustizia da se. L’incidente non innescò alcuna escalation e l’ONU non si sbilanciò a favore di nessuna delle due parti considerando la questione chiusa. La vera e più concreta conseguenza delle vicende fu la fine della collaborazione amichevole tra i due stati, che per tutta la durata della guerra contro gli USA avevano occupato lo stesso lato del conflitto. La diffidenza è rimasta nei decenni a seguire, di recente riemersa in occasione della creazione da parte del governo di Hanoi di “Zone economiche speciali”, una formula non nuova alle realtà economiche asiatiche e alla Cina stessa, che tuttavia ha scaturito numerose proteste tra i cittadini Vietnamiti.

La differenza con le misure varate in Vietnam sta nel fatto che, oltre a consentire l’afflusso di capitali, lo Special Zone Act prevede anche la concessione in affitto dei terreni a chi li gestisce, un atto di governo in netto contrasto con la volontà popolare. Questa cessione di sovranità nei confronti della Cina spaventa i Vietnamiti per numerose ragioni. In primis, la memoria della guerra del 79 è ancora vivida, così come le ferite di ogni guerra. In secondo luogo, la Cina è già entrata in conflitto con il Vietnam su alcune questioni concernenti il Mar Cinese Meridionale.

Questo mare è da qualche anno oggetto di rivendicazioni unilaterali da parte di quasi tutti gli stati costieri. La zona, ricca di risorse ittiche e combustibili naturali, ha innescato una corsa all’oro generale causando vari incidenti tra la marina Cinese e pescherecci Vietnamiti. La creazione di una zona franca per gli investimenti cinesi, così come previsto dalla nuova legge, fornirebbe oltre alla già discussa cessione di sovranità uno strumento per il Partito Comunista Cinese di aggirare i dazi posti dall’amministrazione Trump alle merci Cinesi. A dimostrazione di questo timore, i dati del primo trimestre dimostrano come le spedizioni dal Vietnam siano aumentate del 40%, questo fenomeno sarebbe innescato sia dall’immissione di Yuan svalutato artificialmente e perciò nettamente competitivo rispetto alla moneta vietnamita, ma anche più semplicemente grazie alla contraffazione sistematica del made in China in made in Vietnam.

In conclusione, il Vietnam ha dalla fine della guerra di unificazione rivolto le proprie attenzioni all’ingerenza cinese, questo approccio ha rapidamente portato il paese a riappacificarsi con il blocco occidentale mantenendo un governo comunista. Tuttavia, la pressione economica esercitata dalla Cina attraverso la promessa di investimenti sembra aver minato ancora una volta la volontà di uno stato che, nonostante tutto, rimane nella definizione dei paesi in via di sviluppo. I paesi dell’Indocina potrebbero sicuramente giocare un ruolo centrale come asset regionali in funzione equilibratrice, il mondo occidentale si è già mosso in tal senso, ma considerando anche le relative questioni territoriali, il Vietnam dovrebbe essere considerato con un occhio di riguardo rispetto a tutti gli altri paesi del Sud-Est Asiatico in quanto on allineato con la Cina e in perenne opposizione alle ingerenze delle potenze emergenti.

http://www.asianews.it/notizie-it/Hanoi,-via-libera-allo-yuan-in-sette-province.-Economisti:-Danno-per-il-Paese-44858.html

https://ustr.gov/countries-regions/southeast-asia-pacific/vietnam

https://www.scmp.com/week-asia/politics/article/2149785/vietnamese-see-special-economic-zones-assault-china

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