Come può un Presidente alla fine del secondo mandato, risollevare la propria fama dopo valanghe di critiche e il crollo della sua popolarità? Dove e cosa dire? Ma soprattutto a chi dirlo? La Convenzione dei Veterani di Guerra ha rappresentato per Bush la perfetta occasione per tentare di riscattare la narrazione pubblica sulla politica estera in Iraq. Il Presidente diede prova di un encomiabile esercizio di retorica proprio della tradizione repubblicana, mentre celava i problemi di una potenza mondiale in grande difficoltà.

Il 22 agosto 2007 a Kansas City l’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, pronunciò un discorso di grande risonanza per la politica di quegli anni. Il Presidente, ormai alla fine del suo secondo e ultimo mandato, intervenne alla “Convenzione nazionale dei Veterani delle Guerre Estere”, ponendo in comparazione la guerre del Vietnam con la guerra in Iraq in corso in quegli anni. Se esiste un’occasione in America in cui parlare di azioni offensive, tiranni e dispiego di forza militare senza il bisogno di alcun filtro, è proprio davanti ad un pubblico composto da veterani di guerra, data la loro predisposizione a concordare su queste tematiche. Con un totale di 87 miliardi di dollari, la presidenza Bush aveva raggiunto il massimo storico di fondi riservati ai servizi di assistenza ai veterani di guerra. Bush difficilmente avrebbe potuto pronunciare le parole coraggiose che utilizzò quel giorno in altri contesti, parlando di sé come di un Presidente in tempo di guerra, costretto in questa condizione dall’attacco terroristico subìto l’11 settembre, che aveva dato il via ad una guerra di civiltà, contro forze che miravano alla distruzione dell’America. Il Presidente, utilizzando una retorica simile a quella ottocentesca del fardello dell’uomo bianco di Kipling, parla di un’America incaricata di salvare coloro che vivono in contesti arretrati, liberando il Medio Oriente in nome dei principi della democrazia.

Gli Stati Uniti vengono descritti come garanti della democrazia a livello mondiale, “the greatest force for human liberation the world has ever known”, disposti a ricorrere allo strumento della guerra per salvaguardare la crescita della libertà. Bush pone una ragione sistemica alla vittoria della guerra in Iraq: il prezzo finale concerne non solo l’instaurazione della democrazia in Medio Oriente, ma anche la tenuta stessa della democrazia statunitense e della sua credibilità. Gli Stati Uniti detengono una missione esistenziale, che se non adempiuta comporterebbe la fine della stessa motivazione d’essere di quel Paese, quella di aiutare chi sta lottando per conquistare la pace e l’autonomia, esattamente come avvenne nella Guerra di Indipendenza che gli diede i natali. L’errore compiuto in Vietnam per Bush fu quello di non aver retto e sostenuto la propria missione. Gli Stati Uniti si sono sempre resi difensori del desiderio di libertà e di emancipazione dei popoli, anche quando la storia sembrava dargli torno. Nessuno si sarebbe aspettato che il Giappone sarebbe diventato un alleato pochi anni dopo Pearl Harbor, così come nessuno poteva immaginare che in Corea si sarebbe sviluppata una delle economie più potenti del globo. Nonostante vi siano stati convinti oppositori, anche nel partito repubblicano, alla guerra di Corea, essi non hanno ottenuto altro risultato se non quello di indebolire il proprio Paese in molte fasi del conflitto, errore che Bush menzionò come un monito. Serviva svincolare il presente e il futuro del conflitto iracheno dall’incertezza. Come si era lottato in Asia, e in particolare in Vietnam, contro ideologie totalitarie e oppressive, si combatteva in Iraq per salvarlo dal declino in cui le forze del terrore lo volevano condurre.

Bush, nel tracciare un parallelismo tra Iraq e Vietnam, compie un atto criticabile per molti sostenitori del conflitto in corso: il Vietnam è un ferita ancora aperta nella memoria collettiva nazionale, una guerra che comportò alti costi in termini di vite umane e di contrattualità internazionale per il Paese. Bush tentò questo azzardo focalizzando l’attenzione sulla prospettiva che si pone davanti alla decisione di intraprendere un conflitto più che sullo svolgimento del conflitto stesso, creando una narrazione, per quanto rischiosa, di efficace impatto. Dopo tutto non fu il primo a comparare quei conflitti. Al Qaeda nel corso del conflitto aveva più volte dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero perso in Iraq come in Vietnam, situazione che aveva insegnato che si è destinati a soccombere quando le popolazioni autoctone non vogliano cedere a ingerenze straniere. Queste dichiarazione fornirono in realtà enorme forza emotiva al discorso del Presidente: lasciare l’Iraq, come gli estremisti avrebbero voluto, avrebbe solo reso più forti le organizzazioni terroristiche abbattendo la credibilità americana. There is no power like the power of freedom and no soldier as strong as a soldier who fights for a free future for his children”.

Un’analogia tra i conflitti vi era oggettivamente e il Presidente ne era consapevole: all’aumentare delle vittime, il supporto all’intervento da parte dell’opinione pubblica veniva messo in discussione. Il Presidente, consapevole delle aspre critiche che accomunavano gli oppositori del conflitto, decise di puntare sull’inadeguatezza dell’atto politico del ritiro, un’azione che non rappresentava nient’altro che l’ammissione del fallimento. Bush a quel punto manda un messaggio inequivocabile: l’America non torna indietro, gioca per vincere, basta piangere sugli errori del passato, la storia va usata per non commettere più errori di pavidità. Nelle sue parole era chiaro l’attacco ai democratici che stavano chiedendo il ritiro delle truppe. Bush venne accusato di avere commesso una falsificazione storica; Joe Biden il giorno stesso della pronuncia del discorso, accusò il Presidente di voler causare un altro Vietnam. Perché Bush pronunciò un discorso così controverso proprio nel momento in cui il ritiro delle truppe rispondeva alla volontà prevalente tra l’opinione pubblica e l’opposizione? L’intento del Capo del Governo era proprio quello di porre un parallelismo azzardato, che facesse discutere e indignare, ma che in conclusione stimolasse delle riflessioni che toccassero le corde dei più profondi sentimenti della nazione. Se era vero che gli Stati Uniti incarnavano ancora gli ideali di libertà e democrazia, ritirarsi dal quel conflitto avrebbe significato sancire la condanna dei principi alle fondamenta dello Stato.

Fu inedita anche la comparazione tra comunismo e islamismo radicale che si sottintese quel 22 agosto del 2007; da una parte un’ideologia politica e dall’altra il fondamentalismo religioso. Bush comparando questi due concetti mandò un ulteriore messaggio: gli estremismi, che siano politici o religiosi, nel momento in cui negano democrazia e libertà, sono posti alla stregua, e vanno combattuti ugualmente al fine di instaurare la pace e la tolleranza su scala globale. “Ali, sai dov’è il Vietnam?” “Sì, in TV”, si diceva nel documentario A.K.A. Cassius Clay. La mediaticità dei conflitti, iniziata con il Vietnam, era un altro aspetto di cui Bush era ben consapevole. Nel caso della guerra in Iraq l’opinione pubblica aveva iniziato a manifestare criticità molto più rapidamente di quanto non fosse successo per il Vietnam, aspetto in cui fu determinante il ruolo dei media. All’inizio del 2005, a quattro anni dall’inizio della guerra, l’opinione pubblica iniziò a dissentire, come successe nel 1968 dopo l’offensiva del Tet. Consapevole di questo, Bush cercò, con azioni a loro volta connotate dal grande impatto mediatico, di portare la collettività a tornare a credere in quel conflitto, difendendo fino all’ultimo giorno di presidenza la sua posizione, anche con espressioni ardite, rischiose, ma che dovevano esprimere la coerenza di un governo che non si sarebbe mai pentito delle sue decisioni.

Quale fu il risultato di questo tentativo? Il malcontento era troppo radicato e Bush non riuscì ad invertire il sentimento di avversione al conflitto, chiudendo il suo ultimo mandato circondato da un alone di impopolarità. L’11 Settembre 2001 aveva rappresentato la spinta in un’opinione pubblica che in prima battuta aveva fortemente sostenuto l’intervento in Iraq e il Presidente che lo aveva promosso, tanto da rieleggerlo nel 2004 con una larghissima maggioranza. Ma con il passare degli anni, la popolazione aveva perso quella motivazione in modo irreversibile. Gli Stati Uniti sono un Paese sconfitta-fobico: la possibilità di uscire vincitori da un conflitto gioca un ruolo cruciale per la sensibilità statunitense. Quando questa prospettiva diventa sempre più lontana, emerge rapidamente la volontà di ritirare le truppe. Dopo il Vietnam, non sono mai più state intraprese azioni militari di simile portata, a causa della sindrome Vietnam: Mai più un altro Vietnam”. Molti hanno ipotizzato che in seguito alla guerra in Iraq potesse generarsi un’altra “sindrome”. Le conseguenze di un conflitto sulla politica interna lasciano spesso delle ferite profonde; la ritirata delle truppe dal Vietnam non comportò quel consenso che il Presidente Ford sperava, il quale alle elezioni fu sconfitto dal democratico Carter. L’esito delle presidenziali del 2008, che hanno visto trionfare il democratico afroamericano Obama, non dovrebbe quindi stupire. Nel 2008 Bush non era più candidabile, motivo per cui il discorso pronunciato alla Convenzione dei Veterani del 2007 non deve essere letto come la prova di un politico affamato di consenso, ma come l’ultimo atto di un Presidente coperto dalle critiche che tenta di riscattare la dignità delle sue scelte.

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