L’Italia si appresta a prendere parte alla missione navale a guida francese nello stretto di Hormuz. Si andrebbe così delineando lo scenario per una nuova operazione militare all’estero delle nostre forze armate.

 Lo scorso 20 gennaio, in una dichiarazione congiunta dei governi di Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi e Portogallo, si è dato vita alla creazione di una missione europea per la sorveglianza marittima dello stretto di Hormuz (European-led maritime surveillance mission in the Strait of Hormuz – EMASOH). Tale operazione, che non va inquadrata nell’ambito dell’Unione Europea bensì nel contesto di una “coalizione di volenterosi”, rappresenta una risposta alle crescenti tensioni internazionali che interessano l’area del Golfo Persico, con particolare riferimento proprio allo stretto di Hormuz, uno dei principali colli di bottiglia mondiali.

L’obiettivo dell’operazione, stando a quanto dichiarato dai Paesi che vi dovrebbero prendere parte, consiste nel garantire la sorveglianza marittima nello stretto, al fine di assicurare la libertà e la sicurezza della navigazione per le petroliere e tutte le navi mercantili che vi transitano. In aggiunta, lo scopo sarebbe anche quello di cercare di smorzare le crescenti tensioni che coinvolgono l’area. Lo stretto di Hormuz e il Golfo Persico, infatti, sono al centro di gravi contrasti che vedono contrapposti l’Iran da una parte e diversi Paesi arabi e gli Stati Uniti dall’altra. Il recente omicidio del generale iraniano Soleimani da parte degli USA ha esacerbato tali dissidi, portando la tensione a livelli elevatissimi nell’intera regione.

Perché è importante la missione e quali sono gli interessi italiani nell’area

Il Medio Oriente rappresenta una delle aree più calde e importanti del pianeta. Cuore della produzione globale di idrocarburi, dalle acque dello stretto di Hormuz transita il 21% circa del petrolio mondiale. La maggior parte delle esportazioni di greggio sono dirette verso il mercato asiatico, con la domanda cinese che è cresciuta significativamente negli ultimi anni. Non a caso, anche il Giappone, altro Paese fortemente dipendente dal petrolio mediorientale, ha recentemente annunciato l’invio di assetti navali ed aerei per contribuire alla sicurezza marittima dell’area.

Il probabile schieramento di assetti italiani ad Hormuz non risponde solo alla logica di prendere parte ad una missione insieme ai tradizionali alleati europei o atlantici. L’Italia, infatti, ha importanti interessi diretti nell’area, dal momento che da Hormuz nel 2019 è transitato il 29,3% del petrolio importato dal nostro Paese (ma era il 38% nel 2018 e il 41% nel 2017): nello specifico, il 21,3% proveniva dall’Iraq e l’8% dall’Arabia Saudita. Dunque, Roma ha un concreto interesse affinché non si verifichino incidenti, ritardi, rallentamenti o altri problemi di qualsiasi tipologia legati al commercio di idrocarburi diretti dal Golfo Persico verso i nostri porti. Si tratta in primo luogo di tutelare gli interessi energetici, commerciali, economici e finanziari italiani.

In secondo luogo, come già anticipato, l’obiettivo della missione sarebbe anche quello di contribuire a ridurre le crescenti tensioni che coinvolgono la regione, cercando di presentarsi come forza “terza”, indipendente da Teheran ma anche da Washington, anche se ovviamente gli europei rimangono alleati di ferro degli Stati Uniti nell’area.

Probabilmente in tal senso un’operazione sotto l’egida dell’UE avrebbe contribuito a dare maggior peso politico tanto alla missione stessa, quanto all’Unione Europea in termini di influenza geopolitica. Il fatto che le adesioni avvengano su base volontaria rafforza invece le politiche nazionali, in primis quelle della Francia, Paese guida della missione, e poi a seguire quelle di tutti gli altri partner, Italia compresa.

Come si dovrebbe strutturare la missione

Come già detto, l’operazione militare non si svolgerà sotto la bandiera dell’Unione Europea. Si tratterà invece di una coalizione internazionale che opererà in maniera autonoma, andando ad affiancare gli altri assetti militari già presenti nell’area (come appunto quelli del Giappone, ma anche e soprattutto di Stati Uniti e Regno Unito).

Il quartier generale dell’operazione dovrebbe essere basato presso la base navale francese di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ponendo così Parigi al centro della missione internazionale. Sembrerebbe tuttavia che ogni nazione partecipante adotterà proprie regole di ingaggio: questo potrebbe significare che la Francia avrà un ruolo di guida e di coordinatore della missione, ma non prerogative di comando anche sugli assetti militari degli altri Paesi.

Per quanto concerne l’impegno militare concreto, al momento solo Danimarca, Francia, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato ufficialmente l’invio di propri assetti navali ed aerei nell’area. La Francia ha dispiegato la fregata classe Lafayette Courbet, mentre l’Olanda ha inviato la fregata Classe De Zeven Provinciën De Ruyter. A breve anche la Danimarca dovrebbe contribuire con propri assetti, inviando a sua volta una fregata e un elicottero.

Per quanto riguarda l’impegno italiano, non esistono al momento conferme ufficiali o tempistiche certe.

Si parla, secondo alcune indiscrezioni, del possibile impiego di una fregata classe FREMM (immagine di copertina) con a bordo due elicotteri e personale del reggimento San Marco. L’invio di tali mezzi e del relativo personale sarà comunque oggetto di dibattito parlamentare, e dovrebbe essere incluso nel nuovo decreto missioni che sarà presentato nei prossimi mesi dal Governo italiano.

Pur non essendoci dunque nessuna conferma ufficiale, l’Italia ha firmato la dichiarazione congiunta con gli altri Paesi, ha importanti interessi diretti da proteggere ad Hormuz, e possiede le capacità militari per contribuire con un ruolo di primo piano alla missione. Si prospetta così una nuova importanze operazione militare all’estero per le nostre forze armate.

 

 
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