Lo scorso 22 settembre al Senato degli Stati Uniti d’America è stata approvata la legge sulla prevenzione del lavoro forzato Uigur (Uygur Forced Labour Prevention Act). La legge porrà un ulteriore ban alle merci cinesi, in particolare quelle merci sospettate di essere prodotte dai detenuti nei campi dello Xinjiang.

Passata con 406 voti a favore su 409, la Uygur Forced Labour Prevention Act si impegna a tutelare le condizioni lavorative degli Uigur, etnia musulmana che risiede nella provincia dello Xinjiang. Tramite ad un processo di valutazione che risulta ad oggi sconosciuto, gli Stati Uniti si accerteranno che la produzione delle merci importate dalla regione non siano il frutto del lavoro forzato che avviene quotidianamente nei campi rieducativi cinesi. La regione dello Xinjiang è infatti diventata uno dei grattacapi principali per la Cina, a livello di sicurezza nazionale e internazionale. La provincia è di fatti abitata dagli Uigur, una minoranza etnica Musulmana che da anni ha pretese separatiste nei confronti di Pechino, che però è di altre vedute. Dal 2013, quando Xi Jinping è salito al potere come presidente, la lotta al separatismo, al terrorismo e all’estremismo religioso sono diventati punti cardine della sua politica sulla sicurezza nazionale. In questo quadro di azione, lo Xinjiang si posiziona tra le prime province da restaurare secondo il modello cinese.

A partire dal 2014, a seguito dell’episodio di accoltellamento che costò la vita a 31 cinesi di etnia Han, la politica contenitiva di Pechino si è inasprita ulteriormente. Al fine di contenere ogni possibile forma di estremismo sono stati istituiti dei campi rieducativi all’interno della stessa provincia dello Xinjiang, all’interno dei quali i musulmani detenuti vengono sottoposti ad un indottrinamento politico e ad una rieducazione culturale e linguistica. Lo scopo è eliminare ogni traccia della loro identità musulmana che potrebbe mettere in pericolo la sicurezza nazionale; in realtà, si tratta di un genocidio culturale a tutti gli effetti. Di fatti, il numero di musulmani detenuti nei vari campi ammonta oggi a quasi due milioni, secondo le stime degli esperti.

Sebbene gli esponenti cinesi abbiano inizialmente negato la presenza di tali strutture nella regione, la cui costruzione era stata inizialmente ripresa con supporti aerei, lo stesso governo ha successivamente ammesso l’esistenza di suddetti campi dichiarando che il numero di Uigur presenti è di gran lunga inferiore alle stime riportate e che le pratiche svolte all’interno sono volte a minimizzare ogni possibile atto terroristico a danno della nazione. Inoltre, gli Uigur si uniscono a questi campi rieducativi in modo del tutto volontario e spontaneo, per apprendere appieno la cultura e le tradizioni di Pechino secondo quanto riportato dalla BBC.

Il piano del leader cinese ha però ricevuto numerose critiche dalla comunità internazionale, in quanto i mezzi usati per raggiungere il fine non siano eticamente corretti e risultino violare ogni legge a tutela dei diritti umani. Secondo le Nazioni Unite, i campi in cui la minoranza Uigur è detenuta, erodono quelle che sono considerate le basi dello sviluppo sociale, economico e politico della società intera, in particolare il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione presenti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Ventidue paesi diversi si sono appellati al Consiglio per I diritti Umani dell’ONU chiedendo a Pechino di fermare ogni oppressione a danno dell’etnia musulmana. Ciò nonostante, a ben poco sono servite tali richieste, se non ad alimentare ulteriormente l’astio con gli Stati Uniti. La questione degli Uigur mostra come i leader cinesi siano maggiormente inclini ad imporre una stabilità politica tramite l’uso di misure draconiane piuttosto che trovare un compromesso tra politiche e culture locali, un chiaro indice dell’insicurezza e instabilità del Partito di Xi.

La comunità internazionale dovrebbe assumere un atteggiamento bilanciato verso la questione in quanto potrebbe portare ad un effetto inverso, e dunque ad una Cina più aggressiva e oppressiva a livello nazionale e internazionale; se così fosse, l’intera comunità potrebbe ritrovarsi a fronteggiare un clima di tensione in pieno stile guerra fredda. Inoltre, un possibile diretto intervento americano potrebbe esacerbare la situazione a livello militare, senza garantirne i risultati. Gli Stati Uniti non dovrebbero dunque interferire in quelli che sono gli affari interni di Pechino, o per lo meno non nel modo in cui sono soliti fare. Ogni genere di interferenza negli affari nazionali del paese potrebbe risvegliare la mentalità da vittima cinese, mobilitando così il nazionalismo cinese radicale incentrato sul discorso anti-egemonia americana. In tal caso, l’unico e che beneficerebbe sarebbe Pechino stessa. Ad ogni modo, l’immagine dei campi trasmesso alla comunità internazionale non fa ben sperare per la reputazione di Xi Jinping che cerca di farsi spazio all’interno della stessa. Sebbene Pechino abbia un ruolo rilevante nell’influenzare l’economia globale, lo stesso non si può dire a livello politico o culturale. Secondo una stima, la reputazione cinese si è abbassata negli ultimi tempi a causa della epidemia da coronavirus, e la questione Xinjiang va ad incidere ulteriormente sull’immagine di una Cina prosperosa e forte.  Se le problematiche interne cinesi non verranno prima risolte, il sogno di Xi Jinping di far diventare la Cina una superpotenza globale non potrà dunque compirsi presto.

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