È ormai chiaro che il Coronavirus stia mettendo in discussione molti degli assetti politico-economici che abbiamo imparato a conoscere nel corso delle ultime decadi. A partire dalla globalizzazione sociale ed economica, fino al capitalismo e alla finanziarizzazione: tutti elementi frutto di una certa ideologia della seconda metà del Novecento e riconducibile per certi versi al neoliberismo.

Il Covid-19 ne ha mostrato tutti i limiti, rendendo evidente che, in qualche modo, la relazione ancestrale fra politica ed economia non è affatto scontata e non è detto che quest’ultima sia superiore e di conseguenza autonoma rispetto la prima.

Ciò risulta ancora più evidente nei Paesi mediterranei, le cui strutture economico-sociali, ancora molto fragili nella cornice internazionale, sono caratterizzate da un lento rimodellamento.

La settimana scorsa abbiamo provato ad evidenziare i possibili rischi che corre il Mediterraneo oggi. Sono rischi calcolabili per una regione fortemente instabile, ma il Covid-19 potrebbe fungere da catalizzatore.

Laddove i Paesi della sponda nord possono contare sull’aiuto dell’Unione europea, che per quanto si faccia desiderare, arriverà (non sappiamo se però soddisferà le attese di alcuni), gli Stati del sud non possono contare su un altrettanto diffusa solidarietà regionale e per la maggior parte di loro la sfida costituirà un banco di prova.

I rischi, fa bene ribadirlo, potrebbero toccare da vicino tutta l’Europa, perché se le conseguenze del Coronavirus non saranno gestite in maniera adeguata, le conseguenze delle sfide poste dal Mare Bianco investiranno in un futuro non troppo lontano anche i Paesi del nord.

La sfida economica, anzitutto, che si riverbera in ogni campo dell’umano: dalla sfida tecnologica fino ad arrivare a quella ecologica che vede coinvolti tutti gli attori regionali. La sfida istituzionale, che politicamente riguarda la sicurezza regionale ed internazionale. E non per ultima v’è la sfida demografica, che guarda da vicino le migrazioni, che non si arresteranno dinnanzi alla tragedia pandemica.

Difronte ad una crisi così inaspettata, un’istituzione come l’Unione europea non può tirarsi indietro se vuole contare a livello internazionale. Il Mediterraneo è per prossimità il luogo privilegiato in cui essa può esercitare, nei modi umanamente corretti, la sua potenza. Mentre placidamente si domanda se sia il caso o meno di tendere la mano ai suoi stessi membri ed allargare le proprie alleanze, saranno altri Stati, certamente più coesi politicamente, ad allungare le mani nel terreni caldi del Mare di Mezzo, interessati alle rotte commerciali e alle risorse naturali (più in dettaglio Cina e Russia).

The following two tabs change content below.
Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: