Il Presidente algerino Tebboune si è detto pronto al lancio di una nuova iniziativa regionale, in collaborazione con Tunisi e sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Una dichiarazione che fa seguito alle mosse di Al-Sisi e alla potenziale minaccia rappresentata dalle tribù libiche. 

Tutti i conflitti armati non si riducono mai al solo livello nazionale, per tutta una serie di ragioni, oggi maggiormente acuite dal fenomeno della globalizzazione e dunque dalla sempre più stretta interdipendenza fra le nazioni. In tale ottica, anche il conflitto libico non può essere definito unicamente come guerra civile: anzitutto, per l’ingerenza internazionale presente sin dall’inizio della guerra e per il suo perdurare; in secondo luogo per gli interessi presenti sul territorio, in termini economici e di sicurezza, primariamente.

Quest’ultima – la sicurezza – è forse la principale motivazione per cui le vicine Algeria, Tunisia ed Egitto stanno adoperandosi, a diverso modo e titolo, per la risoluzione del conflitto.  Contrariamente all’Egitto, le altre due nazioni confinanti hanno tenuto un profilo, soprattutto negli ultimi mesi, più contenuto in termini diplomatici: non hanno mostrato ufficialmente aperture di nessun genere, auspicando solamente una risoluzione politica.

Proprio domenica 19 luglio, il Presidente algerino Abdelmajid Tebboune ha espresso la volontà di lanciare, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, una “iniziativa regionale” per la risoluzione del conflitto libico. Non è ancora chiara l’articolazione di tale iniziativa. Due cose risultano, in questa fase, piuttosto certe: anzitutto, che Tebboune voglia offrire l’Algeria come terreno neutrale di confronto fra le parti ed aggraziarsi, così, sia l’opinione interna, fortemente segnata dal malcontento popolare, che quella internazionale. In tal modo soppianterebbe l’ormai silente ed assente Marocco, come attore principale del Magreb. Inoltre, checché l’iniziativa sia stata posta in termini di “regionalità”, l’unica altra nazione finora coinvolta sembra essere unicamente la Tunisia (la regione dovrebbe, geograficamente, comprendere molti più Paesi).

Il secondo punto, altrettanto importante, è la volontà del Presidente di contenere l’euforia dell’Egitto di Al-Sisi e delle tribù libiche orientali. Non è un caso, infatti, che la dichiarazione di Tebboune sia giunta a cavallo del voto del Parlamento egiziano che ha approvato lo schieramento di nuove truppe armate al confine occidentale, con l’obiettivo di difendere il territorio nazionale da minacce terroristiche (in realtà, sono di supporto ad Haftar) e soprattutto a seguito del meeting svoltosi al Cairo fra il Presidente Al-Sisi e i capi tribali di Benghazi. Proprio a seguito di tale meeting, si è diffuso, fra le nazioni confinanti, il timore che l’Egitto avrebbe potuto decidere di militarizzare le tribù leali ad Haftar.

In linea generale, il ruolo delle tribù libiche è sempre stato ambiguo per le regioni confinanti, ma è pur vero che in qualche modo la loro stabilità abbia garantito negli anni una certa sicurezza ai confini. Sino alla caduta del regime Gheddafi. La mancanza di uno Stato centralizzato, che limitasse i poteri e le frammentazioni del territorio e delle tribù, ha costituito poi un pericolo per la sicurezza nazionale dell’Algeria, continuamente minacciata dalle scorribande jihadiste e dai gruppi armati.  Militarizzare le tribù “sbagliate”, poi, significherebbe lasciare nelle mani di Haftar la regione del Fezzan, inaccettabile per Algeri.

Ad ogni modo, l’Egitto sembra aver scongiurato la possibilità diretta di armare le tribù, essendo una “una questione di pertinenza all’Lna (Haftar)”. Sembra piuttosto che l’unico obiettivo delle tribù sia sottoscrivere un accordo di difesa comune. Un chiarimento, questo del Cairo, certamente non di conforto per l’Algeria.

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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