Le ultime elezioni legislative in Siria sono avvenute in un momento critico per il Presidente e restituiscono una spaccatura nell’alleanza al potere.

  1. La valenza simbolica dell’ultima tornata elettorale 

In Siria, il 19 luglio si sono svolte le elezioni legislative per il rinnovo del Consiglio del Popolo, l’Assemblea legislativa siriana.  Si è trattato della terza tornata elettorale dallo scoppio delle proteste del 2011, più volte rimandata a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al diffondersi del Covid-19. Infatti, sebbene inizialmente indette per il 13 aprile e poi rimandate ancora una volta al 20 maggio, alla fine le elezioni sono state fissate in concomitanza con l’anniversario dei vent’anni al potere del presidente Bashar. Questa è da considerarsi tutt’altro che una coincidenza, data la ritualità simbolica, storicamente costruita, attorno alla figura del presidente nel Paese. 

Sono stati allestiti più di 7.000 seggi elettorali sul 70% del territorio riconquistato, che ormai comprende anche alcune zone precedentemente in mano all’opposizione – come il territorio est della Ghouta e la zona sud di Idlib – ed oggi ulteriormente utilizzate dal regime per affermare, sia internamente che esternamente, la sua supremazia sul controllo territoriale. 

In base ai risultati, annunciati dalla commissione elettorale il 22 luglio, dei 250 posti all’interno del Consiglio del Popolo, 177 spettano alla coalizione di Unità Nazionale, costituita dai partiti satellite del Baath, che come da copione continua a confermarsi primo partito, accaparrandosi 166 dei 177 seggi, a cui si faceva riferimento poc’anzi. Tra i circa 2.100 candidati totali spalmati sui 15 collegi, questi dati restituiscono una diminuzione – rispetto alla precedente tornata del 2016 – nel numero di parlamentari indipendenti, anch’essi passati al vaglio delle specifiche agenzie di sicurezza al pari degli altri. 

 

Come in tutti i regimi autoritari, il dato centrale, che il governo utilizza per dimostrare la sua legittimità a livello popolare, è quello relativo all’affluenza. Questa si attesta oggi intorno al 33, 17%, decisamente in calo rispetto al già modesto 57,56% del 2016, nonostante la maggiore estensione dei territori attualmente sotto diretto controllo governativo: un elemento forse non sorprendente, data la situazione disperata in cui versa la popolazione. Accanto a questo dato, va ricordato che le migliaia di sfollati interni, dei rifugiati in diaspora e dei residenti nella zona del nord-ovest, controllata dalla Turchia e dalle forze ribelli ad essa alleate, e nella zona del nord – est, sotto amministrazione curda, non sono state messe nelle condizioni di esercitare il loro diritto di voto.

Adesso, i prossimi step riguardano l’elezione del presidente del Parlamento e la nomina del primo ministro, per la formazione di una nuova squadra di governo, da parte di Assad.  Tutto sembra andare nella direzione della messa a punto di un percorso politico-istituzionale, volto all’approvazione di una nuova costituzione e alla preparazione delle prossime elezioni presidenziali – con la scelta della lista dei candidati da parte del nuovo Parlamento – dopo la terza conferma referendaria di Bashar nel 2014, con l’88% dei voti a suo favore. 

2.  La spaccatura all’interno della comunità lealista 

Gli osservatori internazionali continuano a non ritenere valide ed eque anche queste ultime elezioni, considerato quanto previsto dalla risoluzione 2254 del 2015 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Al contrario, da parte dell’apparato di regime e dei suoi alleati iniziano a levarsi i primi scudi a difesa della loro centralità politica. 

 

Il ministro degli esteri siriano, Walid a l- Mouallem, ha sottolineato, senza mezzi termini, l’importanza di questa tornata elettorale nell’affermare la sovranità nazionale del regime, sia nei confronti dei suoi nemici interni che esterni, simultaneamente definendo i limiti d’azione per le forze straniere alleate. A questo ha fatto subito eco da un lato Erdogan, con la conferma della fermezza nel mantenimento della presenza turca nel nord del Paese; dall’altro il primo ministro siriano, Hussein Arnous, con un elogio alla vittoria politica del regime, accanto a quella militare, seguito poi dall’immediato sostegno ai risultati elettorali da parte del portavoce iraniano del ministero degli esteri, Abbas Mousavi, che li ha valutati in ottica del rafforzamento delle relazioni intra-siriane, senza far mancare un attacco diretto alle sanzioni USA, etichettate come la causa della sofferenza popolare. 

Tuttavia, l’elemento centrale, su cui soffermarsi in questa tornata, riguarda le contestazioni ai risultati da parte degli esponenti storici dell’élite al potere, perché di fatto testimoniano una forte spaccatura all’interno della comunità lealista, sempre più esasperata dalla terribile situazione economica interna. È il caso, ad esempio, di Fares Shehabi, industriale di Aleppo e storico parlamentare, che ha accusato il governo di frode e corruzione nello svolgersi delle ultime elezioni, direttamente dai suoi canali social, così riproponendo una pratica ormai sempre più sdoganata, dopo lo storico attacco da parte di Rami Makhlouf di qualche mese fa.  Uno dei protagonisti principali di questi attacchi è Hussan al-Qaterji, nuovo uomo d’affari, colpito dalle sanzioni UE, che deve il suo prestigio attuale alla ricchezza accumulata con il contrabbando di grano, farina e petrolio tra il regime e Daesh o nelle aree sotto assedio e pertanto al preciso e contingente svolgersi del conflitto.  

Si tratta di una nuova élite che ha costruito la sua ricchezza grazie alle condizioni attuali in cui versa il Paese e che adesso è interessata a cristallizzare i privilegi accumulati, durante questi anni di conflitto, intervenendo direttamente nel processo di ricostruzione infrastrutturale e politico della Siria.  In sostanza, il riconoscimento politico è la ricompensa che stanno chiedendo al regime in cambio della loro collaborazione durante la guerra.  Dalla capacità di Assad di bilanciare questo interesse e le pretese del restante apparato tradizionale di potere dipenderà il rafforzamento della sua stessa presidenza.

In conclusione, sebbene forse sia troppo avventato riconoscere nella costruzione di queste nuove alleanze un tentativo classico di divide et impera nella nuova Siria degli Assad – al quale, d’altronde, la prassi storica della presidenza siriana potrebbe far pensare – è sicuro, invece, il massimo momento di fragilità che il Presidente sta vivendo. Infatti, la crisi economica e la pandemia, le irrisolte questioni territoriali di Idlib e del nord-est curdo, gli effetti politici del Caesar Syria Civilian Protection Act, rendono oggi Bashar più fragile che mai. Dunque, la sfida sarà riuscire a capire a chi gioverà e in cosa si trasformerà questa debolezza e soprattutto come essa si inserirà nelle crepe generate da questa rottura nell’apparato di potere. 

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Maria Teresa Hyerace

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