In seguito alla pandemia di Covid-19, le tensioni sino-americane si sono acuite. Dopo averla designata come “concorrente strategico” nel 2017, gli Usa continuano a rivalutare la strategia verso la Cina, ricercando un approccio più realista alle relazioni diplomatiche. D’altro canto, non è sfuggito all’attenzione dei mass-media d’oltre-muraglia che la strategia diplomatica cinese durante il Covid-19 ha causato dei contraccolpi significativi, tanto che un recente rapporto del China Institutes of Contemporary International Relations avverte gli stakeholder cinesi che il favore dell’opinione pubblica mondiale sarebbe sceso ai minimi dalle proteste di Tian’anmen del 1989. Alla luce di tale situazione, è quindi legittimo domandarsi se davvero il mondo si trova davanti alla prospettiva di una nuova Guerra fredda e con quali conseguenze.

 

La seconda Superpotenza alla ribalta?

Secondo molti analisti, il mondo si starebbe muovendo verso una nuova Guerra fredda. Tale percezione è condivisa anche da alcuni eminenti uomini politici, tra cui il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che accusa alcune forze politiche statunitensi “di tenere in ostaggio le relazioni sino-americane per spingere le due nazioni sull’orlo di una nuova Guerra fredda”, negando che Pechino voglia acuire le tensioni con Washington.

Nel discutere di Guerra fredda si pone anzitutto il problema della definizione. Secondo Elizabeth Economy, direttrice del centro di Studi asiatici del Council on Foreign Relations, con Guerra fredda sino-americana s’intende lo “scontro tra due sistemi, con l’acuirsi delle tensioni militari e della pressione verso il decoupling economico”. Alternativamente, si parla di Guerra fredda nel senso di  “contesa multidimensionale di lungo termine tra 2 Superpotenze a livello globale”. Affinché si parli di “Guerra fredda” devono quindi esserci due sistemi o 2 Superpotenze di rango pressoché identico che competono su vari livelli: militare, tecnologico, economico, ideologico e politico.

Riguardo alla sicurezza internazionale, non vi è dubbio che le tensioni in Estremo Oriente siano in ascesa. La Cina mostra un’assertività crescente nel Mar Cinese meridionale, dove ha dispute territoriali con quasi tutti gli Stati rivieraschi e a cui gli Usa rispondono con Freedom of Navigation patrols sempre più frequenti. Lo stesso avviene nel Mar Cinese orientale, dove gli avvistamenti di navi della Guardia costiera cinese sono nettamente in crescita, tanto che nel 2019 per la prima volta sono stati registrati più di 1000 avvistamenti, secondo i dati del Ministero degli Esteri giapponese.

In termini economici, il gigante statunitense e quello cinese sono sempre più simili. Quest’ultimo è saldamente la seconda economia mondiale e converge verso i livelli statunitensi. Inoltre, negli ultimi 40 anni Pechino si è affermata come un importante centro della catena di valore mondiale, fattore che le ha consentito di accrescere il proprio interscambio commerciale con gli altri Paesi. Oggi Pechino è il primo partner commerciale di oltre 130 Stati (ossia il 70% dei Paesi), e rivaleggia con gli Usa e l’UE, le quali iniziano a temere la perdita della loro supremazia tecnologica e contemporaneamente vedono allargarsi il loro deficit di bilancia commerciale verso il Dragone: il deficit Usa nel 2019ammontava a $345 miliardi.

Inoltre, tra Pechino e Washington potrebbe prospettarsi uno scontro ideologico, già in parte avviato. Come l’URSS dopo la Seconda guerra mondiale, la Cina è governata dal PC; mentre gli Usa sono il principale Paese-guida delle democrazie liberali. In tale tessuto ideologico, un ruolo chiave è indubbiamente giocato dal nazionalismo: l’eccezionalismo americano ha ormai una tradizione bicentenaria; mentre la Repubblica popolare si percepisce come uno Stato-eccezione, unico nel sistema internazionale, fiero della propria cultura e dei rapidi risultati economici, che le hanno permesso di trasformarsi da Stato povero a seconda Potenza mondiale in soli 40 anni. 

 

Nessuna Guerra fredda in vista

Benché appare chiaro che la rivalità sino-americana sia in una traiettoria ascendente e che la pandemia di COVID-19 abbia funto da catalizzatore di tendenze già presenti, da un’analisi sistemica non appare plausibile definire le attuali relazioni tra Washington e Pechino come Guerra fredda. Quest’ultima è stata uno scontro tra due blocchi e non tra due Superpotenze. Conseguentemente, affinché si parli di Guerra fredda è necessario che le due Superpotenze siano in grado di organizzare due blocchi distinti.

Inoltre, mentre la Guerra fredda funse da stabilizzatore, oggi produrrebbe l’effetto opposto, e molti Stati vi si opporrebbero. Ad esempio, il Sud-Est asiatico, con strette relazioni securitarie con gli Usa, e di cui la Cina rappresenta il principale partner commerciale, sarebbe destabilizzato qualora fosse costretto a scegliere a favore di uno dei due Giganti, come il Primo Ministro di Singapore Lee Hsien Loong ha scritto di recente.

In termini economici, le differenze tra la Guerra fredda e la situazione attuale sono ancora più marcate. Laddove URSS e Usa rappresentavano dei sistemi economici nettamente separati (le importazioni di beni sovietici negli Usa ammontavano a $710 milioni nel 1989), gli Usa e la Repubblica popolare sono interdipendenti e partecipano a una catena di valore integrata su scala mondiale. Disfarla implicherebbe costi estremamente elevati, tanto più insostenibili se calati nella crisi post-pandemia, con uno sforzo sociale non indifferente, come la riduzione degli scambi culturali che le due società oggi non necessariamente sono disposte a sopportare.

Dal punto di vista politico-ideologico, la Cina non sembra offrire un’alternativa antitetica al modello americano. Sin dalla fine del XIX secolo, essa ha adottato molti concetti politici occidentali, riadattandoli al proprio contesto nazionale. Così, mentre sul piano economico Pechino manifesta dissenso verso il Washington consensus, la Repubblica popolare tuttavia non promuove un modello politico alternativo universalmente applicabile ai Paesi esteri, come la democrazia popolare sovietica o la democrazia liberale americana. Non è un caso che il modello politico cinese si autodefinisca “socialismo con caratteristiche cinesi”, evidenziando come esso serva lo scopo di favorire il cammino unico di una nazione che si autopercepisce come speciale, piuttosto che offrire un’alternativa universalmente valida.

 Anche a voler impropriamente definire la Guerra fredda come scontro tra due Superpotenze e non tra due blocchi, le differenze tra Washington e Pechino sono tali da far dubitare che le due siano Potenze dello stesso ordine. Ad esempio, militarmente Pechino non rappresenta neppure la seconda Potenza militare mondiale, ruolo saldamente ricoperto dalla Russia. Inoltre, l’arsenale nucleare di Pechino ammonta a circa 300 testate nucleari, un ventesimo  di quelli russo e statunitense. Anche a non volersi riferire alla quantità degli armamenti, non si può ignorare che Pechino dispone di una sola base militare di Gibuti all’estero a fronte di circa 800 basi statunitensi, così come è importante considerare che Pechino non dispone della rete di alleanze di Washington: la NATO e le altre alleanze sono tutti strumenti che permettono di promuovere gli interessi americani nel mondo.

 

Scenari futuri: 1 Superpotenza e più Potenze o un mondo apolare

Come ha affermato l’ex Premier australiano Kevin Rudd in un recente articolo, la pandemia di COVID-19 ha accelerato due trend già in corso: l’indebolimento delle alleanze statunitensi (comunque solide) e la delegittimazione del multilateralismo, con l’operato dell’Organizzazione mondiale della sanità che ha suscitato molteplici dubbi in parte del mondo politico. A ciò bisogna aggiungere le elezioni presidenziali statunitensi, che fungono da fattore destabilizzante, poiché né Biden né Trump vogliono essere accusati di essere troppo morbidi nei confronti di Pechino.

Attualmente due scenari futuri appaiono plausibili: “una sola Superpotenza e più Potenze” e mondo apolare. Il primo è sostanzialmente lo scenario che fino ad oggi è stato perseguito dalla Cina, nel quale a una sola Superpotenza si affiancano più Potenze. Pechino ovviamente aspira a diventare la prima tra esse, ma non ancora a sfidare direttamente il primato americano, che garantisce l’ordine internazionale multilaterale all’interno del quale è possibile crescere evitando scontri diretti.

Evitare tensioni eccessive con gli Usa è d’altronde funzionale al raggiungimento dei due obiettivi del secolo delPCC, riportati nel preambolo della sua costituzione. È interessare notare che essi riguardano la politica domestica, e ciò denuncia quanto la Cina sia al momento riluttante verso l’evoluzione bipolare del mondo. Lo stesso Premier Li Keqiang ha espresso le preoccupazioni cinesi in quanto a decoupling e attrazione di IDE nel report sull’operato del governo del 2020. Infatti, la distruzione dell’ordine economico attuale sarebbe costosa e priverebbe Pechino di leve fondamentali nel campo in cui maggiormente può far valere il suo peso nei confronti di Washnigton.

 

Alternativamente, si presenta lo scenario di un mondo apolare. In esso si evidenzia la mancanza di una leadership globale capace di aggregare una coalizione di nazioni intorno a sé: gli Usa sono sempre meno capaci di attrarre gli Alleati intorno alla sua leadership e il soft power cinese non è ancora sufficientemente attrattivo. Indubbiamente, quest’ultimo è lo scenario più pericoloso: Cina e Usa agirebbero al di fuori di una governance condivisa e la rivalità si esplicherebbe all’interno di una cornice che essi subiscono senza essere capaci di dominarla e plasmarla intorno a valori e interessi comuni. Tale cornice è quella della globalizzazione e dell’interconnessione delle catene di valore, cui nondimeno sono necessarie forme di cooperazione tra le Potenze al fine di correggerne gli aspetti negativi, come il cambiamento climatico.

È importante quindi che gli analisti pongano la dovuta attenzione nel parlare di “Guerra fredda sino-americana”, per quanto suggestivi i paragoni storici possano apparire. I decisori politici dovranno invece tenere ben presente che il mondo non vive uno scisma bipolare e organizzare delle politiche adeguate. Definire “Guerra fredda” le tensioni sino-americane danneggia direttamente gli interessi americani, che in tal modo incrementano ulteriormente l’influenza cinese. D’altro canto, la Cina non vuole la Guerra fredda e, sebbene essa sia lieta d’incrementare la propria influenza, essa non è l’URSS, né la minaccia che essa pone è paragonabile a quella sovietica della fine degli anni ’40, tanto più che Pechino non vede la caduta del sistema americano come un prerequisito necessario al suo successo.

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