Poteva essere uno degli esperimenti meglio riusciti per la Repubblica Popolare Cinese, che dall’inizio degli anni 90 aveva implementato una nuova politica, una forma di convivenza tra comunismo e capitalismo, tra federalismo e stato accentratore.

Ma tale opzione: “Una Cina, due sistemi”, applicata nel tempo con il consenso di Hong Kong e Macao, è ormai in crisi conclamata. La Cina non è vista più come partner affidabile dall’ex città stato ad amministrazione Britannica, i cittadini di Hong Kong vivono in uno stato di tensione permanente, convinti dall’idea che l’unico motivo ad impedire l’invasione da parte dell’esercito cinese sia il danno d’immagine troppo oneroso che ne conseguirebbe.

Oltre alle tensione di Hong Kong, la questione dello stato di Taiwan getta ombre sulla buona fede di Pechino. Creato nel 1949 dalle forze nazionaliste in fuga dalla guerra civile, il mancato riconoscimento e la dichiarazione d’indipendenza unilaterale riemerge periodicamente ad innervosire i quadri del partito. La Cina infatti non ha mai riconosciuto l’indipendenza dell’isola, e ancora oggi tratta la sua popolazione come secessionisti da riassorbire, prima o poi, nel processo di rinascita del paese.

Di conseguenza, la Cina applica la politica dei due sistemi in vigore anche per loro, essi hanno dunque garantito un auto governo solo in virtù della concessione di Pechino, e non per diritto di autodeterminazione. Negli ultimi 70 anni Pechino ha periodicamente dichiarato di voler riannettere l’Isola di Formosa, a volte bombardando alcune isole limitrofe, a volte invitando al negoziato, ma la pazienza sembra essere venuta meno.

Il generale Li Zuocheng ha recentemente presentato un ultimatum: La Cina attaccherà Taiwan se non ci sarà altro modo per fermarne l’indipendenza. Questo ammonimento potrebbe rappresentare una leva per condurre i negoziati dalla parte di Pechino, bisogna però tenere conto anche dei fattori esogeni che hanno condotto la Cina ad esporsi.
La crescita del paese è stagnante, con livelli negativi per il primo semestre 2020, ciò significa che il progetto di espansione pacifica non è più applicabile. Pechino ha lentamente eroso la sua immagine inimicandosi numerosi paesi con furti di proprietà intellettuale e dumping commerciale, e ormai i suoi amici sono rimasti in pochi.

Vista l’accelerazione imposta nell’assimilazione di Hong Kong, formalmente prevista dai trattati nel 2047, le sorti di Taiwan rientrano nella stessa prospettiva. Ma in questa situazione non si tratta di riappropriarsi della perduta sovranità territoriale, le conseguenze di Pechino avrebbero impatto sul sistema  internazionale che il Partito Comunista ha costruito con fatica in questi anni, la fine dell’egemonia commerciale e del sogno cinese.

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