Nel Nord-est della Cina, precisamente, nella regione autonoma dello Xinjiang, la maggioranza della popolazione appartiene al gruppo dominante Han, che convive con le due più grandi minoranze etniche turche di religione musulmana: i Kazaki (1.6 milioni) e gli Uiguri (11 milioni). Gli Uiguri, in particolare, rappresentano la minoranza più cospicua e sono valutati come un vero e proprio pericolo per il nazionalismo cinese.

Le discriminazioni contro gli Uiguri

Il governo cinese ritiene che la cultura, le abitudini e tradizioni religiose degli Uiguri siano da considerare come ‹‹forze maligne perché inducono al separatismo, al terrorismo e all’estremismo››.[1] In virtù di questa forte preoccupazione, nel 2014 la Cina ha lanciato la Strike Hard Campaign against Violent Terrorism contro coloro che professano la religione islamica, questa campagna ha condotto alla separazione fisica di intere famiglie, all’arresto indiscriminato di molti Uiguri e all’inserimento forzato di questi all’interno di prigioni riconosciute dal governo come ‘centri educativi e professionali,’ dove gli Uiguri ricevono lezioni di mandarino, ideologia del Partito Comunista e formazione professionale.

In questi centri di prigionia, sono circa un milione gli Uiguri detenuti e  ciò che il governo cinese mira a compiere è un indottrinamento politico e religioso. I membri appartenenti al gruppo minoritario vengono trattati con sospetto e sono considerati effettivamente nemici dello Stato che devono essere controllati, contenuti e rieducati. L’obiettivo, quindi, è cambiare il loro credo religioso e il loro modo di pensare attraverso diverse restrizioni che limitano la possibilità, per gli Uiguri, di praticare liberamente la loro religione.

La Xinjiang Regulations on Religious Affairs del 2014, infatti, creata proprio con l’intento di vietare una serie di comportamenti e pratiche religiose, ha contribuito ad accrescere il controllo pratico sulla vita del gruppo minoritario. E’ opportuno considerare anche che ‹‹secondo la legge cinese, il Partito Comunista possiede l’autorità per determinare quali attività e organizzazioni religiose sono considerate ‘normali’ e quali sono considerate ‘anormali’ o ‘illegali’››.[2]

A tal proposito, il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale ha dichiarato che lo Xinjiang è una no rights zone, mettendo in luce una situazione precaria e preoccupante in termini di rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale da parte delle autorità governative cinesi.

I crimini contro gli Uiguri

La detenzione arbitraria avviene sistematicamente e ciò che emerge da tali comportamenti sono delle tendenze repressive e discriminatorie, supportate dalle autorità locali e dal Partito Comunista Cinese che considerano tali azioni come strumenti necessari per evitare il terrorismo. Gli Uiguri sono, dunque, vittime di una serie di innegabili atti persecutori, che impediscono al gruppo di condurre una vita normale nel rispetto dei diritti umani. Nei centri detentivi, l’indottrinamento politico-religioso viene attuato attraverso ripetuti abusi fisici, torture, violenze psicologiche e trattamenti inumani che, molto spesso, culminano con l’uccisione di vari membri appartenenti al gruppo. Le azioni aggressive e gli atti persecutori, perpetrati dalle autorità locali, rientrano perfettamente nella categoria di crimini contro l’umanità. L’elemento contestuale, proprio di questa categoria di crimini, infatti, è facilmente riscontrabile nel caso in esame perché i crimini contro gli Uiguri sono diffusi e sistematici e, allo stesso tempo, fanno parte di uno schema ben organizzato e supportato dallo Stato. Più precisamente, i crimini contro gli Uiguri rientrano nella sottocategoria di persecuzioni, secondo quanto stabilito dall’articolo 7.2(g) dello Statuto di Roma che li definisce: ‹‹privazioni intenzionali e gravi dei diritti fondamentali contrari al diritto internazionale in ragione dell’identità del gruppo o della collettività››.[3] L’intento dietro la commissione di persecuzioni è da ricondurre al dolus specialis, che è considerato un’aggravante del comportamento criminale. L’intento speciale, infatti, sussiste nella misura in cui il forte interesse da parte del governo nell’intraprendere una serie di atti persecutori e condotte criminali contro la minoranza etnica, non si sofferma solo sulla loro effettiva e pratica realizzazione ma presuppone, piuttosto, la volontà di raggiungere un chiaro obiettivo: l’eliminazione del credo islamico dal paese.

Parte della campagna governativa contro gli Uiguri comprende, inoltre, una serie di crimini che potrebbero rientrare in una categoria più severa di crimini internazionali. La separazione fisica di interi nuclei familiari, perpetrata attraverso l’allontanamento forzato dei bambini Uiguri dai loro genitori, ha come scopo lo sradicamento della cultura Uigura. I bambini, allontanati dalle loro famiglie di origine, sono trattati come orfani di cui si fa carico lo Stato mentre i genitori rimangono nei centri detentivi. Questo tipo di allontanamento forzato contribuisce, in modo particolare, al distacco dalla cultura di appartenenza e al conseguente abbandono e dissolvimento di questa, attuando una reale e ‹‹coercitiva reingegnerizzazione sociale››.[4]

Questo crimine costituisce formalmente uno degli atti rientranti nella categoria di genocidio, secondo quanto stabilito dall’articolo 6(e) dello Statuto di Roma e dall’articolo II(e) della Convenzione sulla Prevenzione e Punizione del Genocidio,  nota come Genocide Convention,  del 1948. Questa condotta, dunque, potrebbe rientrare nella fattispecie di reato che costituisce un serio pericolo per la distruzione, totale o parziale, della minoranza etnica. In aggiunta, le donne appartenenti al gruppo entico sono soggetti altrettanto mirati. Quest’ultime, nei centri, sono sottoposte a stupri e pratiche mediche che inducono alla forzata sterilizzazione attraverso l’interruzione indotta del loro ciclo mestruale. Il fine dietro questa pratica disumana è chiaro: renderle incapaci di procreare.

 

Questa condotta corrisponde precisamente alla fattispecie di crimine incluso, ancora una volta, nella categoria di genocidio, riportata nell’articolo 6(d) dello Statuto di Roma come azione volta ad ‹‹imporre misure per prevenire le nascite all’interno del gruppo››[5]. E’ chiaro che mirando alle donne, la Cina sta tentando di diminuire la popolazione Uigura e di distruggere la sua cultura. Un’analisi più approfondita della categoria di crimini contro l’umanità, tuttavia, evidenzia come l’imposizione di una sterilizzazione forzata alla donne Uiguri rientra, altresì, nella fattispecie di violenza sessuale, secondo quanto previsto dall’articolo 7.1 (g) dello Statuto di Roma.  L’inclusione di tale condotta all’interno di questa seconda categoria sembra essere più appropriata al caso, sebbene la fattispecie rimane, comunque, inclusa nel crimine di genocidio.

 

Un eventuale genocidio culturale?

Nonostante parte dei crimini contro gli Uiguri potrebbero rientrare formalmente nella categoria di genocidio, quest’ultimo è da escludere nella sostanza, almeno per il momento. Considerare i crimini contro gli Uiguri un caso di genocidio sarebbe frettoloso, perché il genocidio è, per l’appunto, un ‹‹crimine di intenti e non di risultati››.[6] Nel suddetto caso, l’intento del governo cinese non è quello di distruggere, totalmente o parzialmente, la minoranza Uigura, piuttosto l’eliminazione della cultura di questi.

In aggiunta, sarebbe un apparente sbaglio valutare la circostanza dei fatti come un’ipotesi di genocidio culturale, poiché questo non è contemplato come tipologia di genocidio all’interno della Genocide Convention, nella quale è stato volontariamente escluso. Tale esclusione, tuttavia, comporta una serie di problemi relativi alla generale criminalizzazione di condotte che palesano, come in questo caso, una chiara volontà di compromettere la cultura di appartenenza di un gruppo e delle difficoltà in merito, invece, alla stessa prosecuzione di questi comportamenti. Quello relativo al genocidio culturale è un argomento molto dibattuto che diventa una ‹‹questione centrale per la protezione fornita dal quadro giuridico internazionale per le minoranze distrutte dal genocidio culturale››.[7]

 

L’esclusione, dunque, di questa particolare categoria di genocidio è sicuramente un limite ed è evidente la necessità di un legal framework riconosciuto, in grado di accogliere e includere tutti quei casi di crimini commessi ai danni di un gruppo o di una minoranza, in ragione della loro cultura di appartenenza. La questione relativa ai crimini contro gli Uiguri, pertanto, rientrerebbe in questa classificazione, qualora fosse giuridicamente considerata, poiché il genocidio culturale si presta perfettamente a descrivere la circostanza dei fatti, i crimini commessi e l’intento dietro la perpetrazione di tali condotte. Alternativamente, queste azioni devono essere riconosciute come crimini contro l’umanità, quindi ‹‹persecuzioni dirette contro ogni gruppo identificabile o collettività sulla base di ragioni politiche, razziali, nazionali, etniche, culturali religiose o di genere››[1] per le quali la Cina sarà chiamata a rispondere. Non è da escludere, tuttavia, che quello contro gli Uiguri potrebbe mutarsi in futuro in un vero e proprio genocidio, se la comunità internazionale non agisce in fretta, prendendo una posizione contro la Cina in merito a questa serie di crimini, poiché vi è il rischio che tali condotte peggiorino così come stesse intenzioni del governo.

[8] Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, p.3.

BIBLIOGRAFIA

Human Rights Watch Report, Eradicating Ideological Viruses, 2018, p.11.

Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

  1. Zenz, China’s political re-education campaign in Xinjiang, in ‘Central Asian Survey’ (pp. 102–28), 2019, p.124.
  2. Famularo, Chinese Religious Regulations in the Xinjiang Uyghur Autonomous Region: A Veiled Threat to Turkic Muslims?,2015, p.3
  3. Finnegan, The Uyghur Minority in China: A Case Study of Cultural Genocide, Minority Rights and the Insuciency of the International Legal Framework in Preventing State-Imposed Extinction, in ‘Laws’ 2020, p.12.
  4. Van Schaack Determining the Commission of Genocide in Myanmar: Legal and Policy Considerations, in ‘Journal of International Criminal Justice’, Vol. 17, (pp.285-323), 2019, p.289.

Note

[1] Human Rights Watch Report, Eradicating Ideological Viruses, 2018, p.11.

[2] J. Famularo, Chinese Religious Regulations in the Xinjiang Uyghur Autonomous Region: A Veiled Threat to Turkic Muslims?,2015, p.3.

[3] Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, p.4.

[4] A. Zenz, China’s political re-education campaign in Xinjiang, in ‘Central Asian Survey’  (pp. 102–28), 2019, p.124.

[5] Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, p.3.

[6] B. Van Schaack, Determining the Commission of Genocide in Myanmar: Legal and Policy Considerations, in ‘Journal of International Criminal Justice’, Vol. 17,  (pp.285-323), 2019, p.289.

[7] C. Finnegan, The Uyghur Minority in China: A Case Study of Cultural Genocide, Minority Rights and the Insufficiency of the International Legal Framework in Preventing State-Imposed Extinction, in ‘Laws’ 2020, p.12.

[8] Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, p.3.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: