Come il monetarismo e il neoliberismo hanno portato alle rivolte popolari sudamericane

Da mesi stiamo assistendo a un’infuocata mobilitazione civile latina, che si è espansa a macchia d’olio ungendo tutto il Sud America. Il vento della rivolta si scatena contro i governi, ma affonda le proprie radici nei malcontenti provocati da anni di politiche di austerity accordate dagli Stati insieme al Fondo Monetario Internazionale. Accordate, o meglio, imposte. Facciamo dunque chiarezza sulla fallimentare ricetta che il FMI ha proposto ai governi sudamericani: il neoliberismo.

Partiamo dalle basi. Cos’è il neoliberismo? Il neoliberismo è una dottrina economica che pone al centro dell’economia la competizione e il non-intervento statale. La prima, imprescindibilmente e sempre ritenuta “positiva”, deve essere favorita, incoraggiata e sostenuta tramite la deregolamentazione e l’abbattimento delle barriere commerciali internazionali.

Il secondo punto si basa invece sull’idea che lo Stato debba fare un passo indietro rispetto al flusso economico. Parole d’ordine: privatizzare, tagliare, ridurre. Privatizzare tutto ciò che è nazionale, tagliare la spesa pubblica e i fondi destinati allo stato sociale, ridurre il debito e il deficit dei Paesi. Una teoria economica che, in altri termini, si può definire di austerità. Il prefisso “neo” presuppone che sia l’innovamento di una dottrina già precedentemente scritta e applicata. Infatti, non è altro che la versione 2.0 del liberismo settecentesco di Adam Smith, che attribuiva al mercato la capacità di autoregolarsi senza l’intervento dello Stato, grazie alla mano invisibile che ridistribuiva reddito e ricchezza tra attori economici competitivi.

Ma quando si inizia a parlare di neoliberismo, e perché?

Tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Settanta, in tutto il mondo si è verificato un crescente intervento dello stato nell’economia: la priorità sembrava essere quella di riempire il borsello del welfare con quanti più spiccioli possibili. Ne sono derivate, inevitabilmente, politiche di tutela dei lavoratori, nazionalizzazioni, regolamentazioni, diritti civili, tasso di occupazione elevato e benessere diffuso. Questo modello economico di forte politica fiscale passerà nella storia con il termine “consenso keynesiano”, poiché ideato dall’economista britannico John Maynard Keynes, inventore della macroeconomia moderna. Dopo quarant’anni di benessere arriva tuttavia l’inaspettato: lo shock petrolifero del 1973 e la conseguente recessione. I continui interventi statali producono inflazione e si deve cercare la soluzione alla crisi in un’altra dottrina economica.

In foto Milton Friedman

I primi a sostenere l’importanza della politica monetaria, e non fiscale, durante le recessioni, sono i sostenitori del cosiddetto monetarismo. Secondo le loro teorie, la politica fiscale implica scelte da parte del governo su quali leve muovere – se la spesa pubblica, le tasse o i trasferimenti – a favore di chi e a scapito di chi altro, mentre invece la politica monetaria risulta essere più tecnica e neutrale poiché tutti fronteggiano lo stesso tasso di interesse. Il principale esponente del monetarismo degli anni ‘60 è Milton Friedman, il cui fine è quello di contrastare l’attivismo in politica economica senza ridurre l’importanza della politica monetaria.

La sua tesi sostiene l’esistenza di un legame storico tra il ciclo economico e le fluttuazioni nell’offerta di moneta: il PIL cresce vigorosamente se l’offerta di moneta cresce con esso, quindi anche la politica monetaria non deve essere discrezionale, scelta volta per volta, ma deve essere costante e regolare. Quindi si può semplificare dicendo che egli non era a favore di un attivismo “causale” in politica monetaria, piuttosto era favorevole alla ricerca di una regola di politica monetaria che permettesse alla Banca Centrale di innescare il “pilota automatico”, ovvero giungere all’equilibrio in cui l’offerta di moneta cresce allo stesso tasso di crescita del PIL. Dunque la principale differenza con la teoria di Keynes consiste nel moderare l’intervento dello Stato in economia, vincolandolo soprattutto a delle regole (1).

In foto, il presidente degli USA Ronald Reagan e la presidente UK Margaret Thatcher

Sia Ronald Reagan che Margaret Thatcher sposano le sue teorie, applicandole negli Stati Uniti e in Gran Bretagna nel corso degli anni ’80 e dando avvio a una stagione profondamente neoliberista. Ma non solo. Il neoliberismo di Friedman è stato importato dai Chicago Boys – cileni che avevano studiato presso la Scuola di Chicago istituita da Milton Friedman – direttamente in Cile, durante la dittatura di Augusto Pinochet. I primi passi neoliberisti cileni sono stati la privatizzazione del sistema pensionistico, la riforma del codice del lavoro e l’apertura del settore minerario ai privati. Martin Friedman diventa dunque il consulente economico del dittatore, nonostante le critiche e le accuse morali che gli sono state mosse dalla società internazionale. “Un programma d’urto di drastici tagli alla spesa pubblica eliminerebbe l’inflazione in mesi e porrebbe le basi per una libera economia di mercato in Cile”, scrive Milton Friedman in una lettera al dittatore.

Il neoliberismo varca così le porte dell’America Latina, anche grazie a dei finanziamenti statunitensi e i fondi della Central Intelligence Agency (CIA) inviati ai discepoli della Chicago School. Da allora, il Cile è l’esempio del presunto successo del modello neoliberista, in cui la crescita economica aumenta il divario sociale e la disuguaglianza. Un successo messo in discussione dalle rivolte iniziate a ottobre. Secondo i dati CEPAL, in Cile l’1% più ricco della popolazione controlla il 26% della ricchezza nazionale, mentre il 50% più povero detiene il 2% della ricchezza del paese. In questo contesto socialmente insostenibile, le politiche neoliberiste dell’attuale presidente hanno fomentato un clima di tensione sfociato in proteste implacabili.

L’Ecuador è un altro esempio dell’incapacità del neoliberismo di fornire stabilità politica, sociale ed economica. Un neoliberismo non voluto, non votato e imposto dal Lenin Moreno, perché ricordiamo che durante la campagna elettorale Moreno non ha proposto un programma neoliberista, ma l’ha sfoderato come arma solo una volta esser stato eletto. Così ha dato il via a un’emergenza democratica in cui non si capisce bene chi sia al governo, se un presidente-ostaggio dei voleri statunitensi, se gli USA stessi o se i grandi imprenditori; un piano “smascherato” con il taglio dei “sussidi” della benzina e con la garanzia di “incentivi” ai grandi imprenditori, che si traduce in un peggioramento della condizione economica di chi avrebbe più bisogno di aiuto.

E la stessa fallimentare ricetta vale per il Venezuela, la Bolivia, Perù, Colombia e per tutti gli altri Stati alle prese con l’eredità del neoliberismo. Ma qual è la soluzione? Sicuramente, non reagire alle proteste con la repressione e il coprifuoco, come accaduto in Cile e in Ecuador, poiché la mobilitazione e il volere dei cittadini è sempre più potente dei carri armati. Il secondo fondamentale passo è trasformare un modello economico insostenibile in qualcosa di nuovo e adattabile all’economia di oggi. Il neoliberismo si è rivelato un modello fallimentare, e la recente crisi economica mondiale ne è stata l’esempio.

Il principale errore della dottrina di Friedman è stato mettere la crescita economica davanti ai valori cardini di una società: l’inclusione e la giustizia sociale, la stabilità, la democraticità. Il problema del neoliberismo è la sua visione tutta bianca o tutta nera, estremamente dogmatica e intransigente. Serve, quindi, tendere un orecchio d’ascolto alle grida dei sudamericani, serve accogliere le loro proteste, serve sganciarsi dalle politiche di controllo degli Stati Uniti e riprendersi una propria sovranità. Lo spiega bene, in una lunga riflessione, Luciano Vasapollo, professore all’Università La Sapienza.

Avevano dato per morta l’ondata progressista in America Latina e invece la Spada di Bolivar è più viva che mai […].“Quello che era esploso in Ecuador e poi in Cile erano solo segnali di un risveglio di massa. Si erano illusi che con Bolsonaro e Macri l’America Latina fosse tornata ad essere il cortile di casa degli Stati Uniti, ma i popoli di quelle terre si stanno riprendendo la loro indipendenza e sovranità. Il Gruppo di Lima, quel Cartello di paesi dell’America Latina che, umiliando il diritto internazionale e la sovranità delle proprie nazione, ha lavorato per conto degli Stati Uniti e contro il socialismo sta per essere sepolto e spazzato via dalla storia. In corso in America Latina è una straordinaria lotta di classe che, quella si, deve essere esportata in tutto il mondo”.

Fonti

1- L’essenziale di economia, Paul R. Krugman, Robin Wells, Kathryn Graddy, Zanichelli, II edizione (3 dicembre 2012)

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