A seguito della IV Conferenza di Bruxelles, conclusasi ieri 30 giugno, le relazioni fra Turchia ed Unione Europea (in particolare con alcuni Paesi) continuano ad essere tese. Ora si tratta della Siria e della sua integrità territoriale, ma la verità è che la Turchia ha dimostrato tutta l’inconsistenza regionale dell’Unione europea…

 

I travagliati rapporti fra Turchia ed Unione europea stentano ad appianarsi. E fintanto che gli interessi regionali verranno percepiti in maniera differente, l’Anatolia e il Vecchio continente sono destinati sempre più ad allontanarsi.

Ulteriore occasione è stata la IV Conferenza di Bruxelles sulla Siria (Supporting the future of Syria and the region), co-presenziata dall’Unione europea e dalle Nazioni Unite, svoltasi in remoto online, come avviene ormai da settimane a causa della pandemia. Hanno preso parte alla conferenza 80 paesi e varie organizzazioni internazionali, per discutere degli ultimi risvolti del conflitto siriano e monitorare la situazione umanitaria.

Se da un lato la Conferenza ha riconosciuto lo sforzo e il ruolo primario di Turchia, Giordania e Libano nella gestione e nell’accoglienza dei rifugiati siriani, si è avuto altresì modo di sottolineare alcuni importanti punti politici, sui quali l’Unione europea preme da tempo (ancor prima dell’operazione militare Olive branch del 2018): anzitutto che l’unica soluzione possibile ai problemi siriani risieda in un processo di riconciliazione politica, facilitato dalle Nazioni Unite; ancor più importante, si è richiamata l’importanza e la necessità di preservare la sovranità, l’indipendenza, l’unità e, non ultima, l’integrità territoriale della Siria.

Non si sa se il Congresso si pronuncerà unito su una legge definitiva prima di ottobre, scadenza stabilita dai Democratici per l’informativa di Esper a tale gruppo sulla questione. Al di là di questi passaggi, il piano di Trump a protezione dei pozzi petroliferi siriani resta importante per diversi obiettivi geopolitici strategici. Primo, gestendo con i Curdi i pozzi petroliferi si evita che le cellule dormienti dello Stato Islamico presenti nell’est possano sabotare gli impianti o riprenderne il controllo. Secondo, si tratta di una carta che i Curdi e gli Americani giocano per strappare concessioni sull’autonomia curda nel nord-est ad Assad. Terzo, la presenza nell’est per proteggere i pozzi petroliferi consente agli apparati statunitensi di tagliare i corridoi utili della Repubblica Islamica verso l’Iraq e infine ricorda ai Russi che sul futuro del territorio siriano le decisioni passano anche da Washington.

Quest’ultimo punto cade proprio in un momento storico particolare: a causa della crisi economica, la moneta siriana ha perso sostanzialmente valore e per tale motivo la provincia di Idlib ha iniziato ad utilizzare la lira turca come moneta corrente, secondo alcune fonti. Non solo appare evidente, da tale ulteriore presa di posizione, che la provincia sia ormai totalmente staccata da Damasco, ma che la penetrazione ottomana stia lentamente aprendosi un varco sempre più profondo per poter annettere a sé parte dei territori una volta siriani.

Ad ampliare ancor di più il varco fra Turchia ed Unione le parole del Ministro degli Esteri turco alla Conferenza suddetta. Çavuşoglu ha infatti affermato, riguardo la situazione dei rifugiati siriani, che “la Grecia continua a violare i diritti dei richiedenti asilo, respingendoli e cercando di mantenerli nei campi in condizioni disumane, e la cosa più preoccupante è che l’Unione non reagisce a queste violazioni e accusa la Turchia. Una dichiarazione molto forte se pensiamo che nell’ultimo periodo le relazioni diplomatiche si sono ripiegate notevolmente, prima proprio a causa della crisi dei rifugiati e successivamente per i differenti interessi nel Mediterraneo orientale.

Insieme alla questione libica, gli interessi nel Mediterraneo orientale e la crisi siriana sono il banco di prova anche e soprattutto per la politica europea: se davvero l’Unione vuole dimostrare di poter competere a livello internazionale, al fianco dei giganti, e non solo a livello economico, dovrebbe studiare una differente politica di apertura nei confronti dei paesi mediterranei. Le azioni turche non fanno altro che dimostrare quanto poco scarso peso l’Unione abbia, nonostante tutto, a livello regionale: potremmo quasi dire che la Turchia e le sue strategie nel Mediterraneo e in Medio Oriente sono il chiaro fallimento del pensiero europeo sulla regione e sul mondo. V’è bisogno di un radicale ripensamento sulle politiche: l’Unione può farcela.

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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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