Come prevedibile, Erodoğan ha mosso il primo passo per realizzare la “minaccia profughi”, lanciata in ottobre e replicata in gennaio contro l’UE. “Europa, Europa!” tuonò durante la conferenza dell’anno scorso, mentre muoveva le sue truppe in territorio siriano. 

Da allora, i controlli sulle frontiere sono a poco a poco diventati meno stringenti. Ad oggi, alla voce decisa di Erodoğan si sono sostituite le ventimila persone alla ricerca di un futuro oltre i 120 km di confine. 

La mossa del Sultano e del suo entourage, un piccolo pezzo del puzzle che la Turchia sta cercando di comporre (ed imporre) nel Mediterraneo, porta con sé ricadute non solo di natura geopolitica, e qui pensiamo agli equilibri di varia natura, ma soprattutto di natura etica. 

La “dichiarazione congiunta” fra UE e Turchia è stata ed è ancora oggi oggetto di discussione da parte di vari accademici e studiosi di diritto internazionale e comunitario. Alcuni hanno evidenziato non solo le sue disfunzioni tecniche e processuali, quanto più la collisione con un insieme di norme e consuetudini che sono alla base dei diritti fondamentali e del diritto umanitario. 

In chiave strettamente geo-strategica, l’accordo di scambio ha funto da deterrente fino alla rapida espansione pseudo-egemonica della Turchia, che porta in sé tantissime altre variabili, dall’instabilità della regione MENA, alle relazioni con la Russia, alla conflittualità con la NATO, fino agli sviluppi energetici nel Mediterraneo orientale, e così via. 

I 3,6 milioni di rifugiati siriani erano e sono ancora per Ankara una leva di scambio potente, contro un’UE non in grado di accogliere in maniera efficace i tanti richiedenti asilo.

L’UE, nei suoi sviluppi, è stata in grado di legare Stati attorno ad ideali comuni, ha stretto insieme economie e finanze di paesi strutturalmente diversi attraverso meccanismi centralizzati. 

Eppure, davanti alle persone, l’UE sembra arrendersi alla frammentazione: non v’è più urgenza di unificarsi, di avere cioè una politica comune. L’economia e la finanza unificano, ma i diritti della persona dividono. 

La crisi umanitaria che si sta consumando oggi sotto i nostri occhi (in realtà lo era anche prima, perché i flussi non si sono mai veramente fermati) è anche la crisi di un’Unione europea incapace di formulare una politica estera, una politica migratoria, una linea di pensiero comuni. 

È la crisi di un’UE non più in grado di ripensarsi funzionalmente e geo-politicamente nel Mediterraneo e nel mondo. 

 
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Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
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