Tempi duri per il Presidente Trump che, dopo il sorpasso da parte di Joe Biden in tutti i sondaggi presidenziali, deve affrontare le critiche di alcuni influenti esponenti del GOP, quel Partito Repubblicano monopolizzato fin dalle primarie che lo hanno visto trionfare nel 2016. Un’eventuale rielezione, oggi più incerta che mai, passa anche dalla capacità del Presidente di compattare il partito; nonostante vi sia ancora una consistente maggioranza silenziosa che dalle fila Repubblicane lo sostiene strenuamente.

Esattamente 92 anni fa, il 18 giugno 1912, ebbe luogo una delle più fragorose scissioni all’interno dello storico Partito Repubblicano, denominato anche GOP (“Grand Old Party”). Al termine della Convention nazionale Repubblicana di Chicago, il partito si trovò diviso tra la fazione del Presidente in carica, William H. Taft, e quella del suo predecessore, Theodore Roosevelt. A seguito della nomina di Taft come futuro candidato per i Repubblicani alle presidenziali, Roosevelt diede vita ad un’ala progressista del Partito, denominata “Bull Moose Party”, ed espresse l’intenzione di presentarsi alle successive presidenziali. Tale scissione portò alla sconfitta del Partito Repubblicano nelle elezioni presidenziali del novembre 1912, quando il Democratico Woodrow Wilson ebbe la meglio sui due candidati Repubblicani. Nella tradizione Repubblicana quella scissione rappresentò un trauma, poiché furono proprio le frizioni interne a consegnare il Paese ai Democratici in una fase molto delicata per la storia degli Stati Uniti d’America. Da quel momento, i Repubblicani hanno cercato di fare quadrato intorno al proprio candidato Presidente, seppur con varie insofferenze e isolate prese di posizione. Oggi, tuttavia, l’operato del Presidente Trump rispetto all’emergenza sanitaria e alle proteste sociali ha attirato furiose critiche da parte di eminenti esponenti del partito. George W.Bush, insieme al fratello Jeb, ex Governatore della Florida, ha pubblicamente preso le distanze dalla gestione delle proteste da parte di Trump ed ha annunciato che non voterà per lui. Così come ha fatto il senatore Mitt Romney, sfidante di Obama nel 2012 per la Casa Bianca, e Colin Powell che ha persino annunciato il suo voto per Biden, sulla falsariga del 2016, quando l’ex Segretario di Stato di Bush votò per Hillary Clinton. Mentre il Generale Repubblicano Jim Mattis, ex Segretario della Difesa di Trump, ha condannato duramente il Presidente perché “non ha cercato di unificare il Paese e non fa nemmeno finta di provarci”.

Ma i big del GOP che più rappresentano una minaccia per la compattezza del partito sono coloro che non si espongono pubblicamente contro Trump, bensì, preoccupati di perdere i voti della base elettorale, lavorano dietro le quinte. Si tratta, tra gli altri, della senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski, la quale ha affermato “che sta lottando con la decisione di votare per Trump a novembre”. Entrano a pieno titolo nella fronda degli indecisi anche Susan Collins, senatrice per il Maine; Liz Cheney, la figlia dell’ex Vicepresidente Dick Cheney e membro della Camera dei Rappresentanti per lo Stato del Wyoming; poi Cory Gardner, senatore per il Colorado; e ancora la senatrice Repubblicana per l’Arizona, Martha McSally. Serpeggia, in particolare, la paura di non essere rieletti nei rispettivi scranni e, dunque, di perdere la maggioranza al Senato nelle prossime elezioni.

Tali sentimenti anti-Trump sono supportati dai sondaggi di giugno. Secondo le ultime rilevazioni di Gallup, l’approvazione di Trump all’interno dei Repubblicani si attesta all’85% (-9 % rispetto ai sondaggi di maggio). Seppur il Presidente continui a godere del favore della sua base elettorale, si trova di fronte al minimo storico in termini di sostegno all’interno del suo schieramento politico. Ma cosa è successo ai politici Repubblicani che in questi anni hanno scaricato Trump? Per citare i casi più eclatanti, alcuni tra i più critici contro Trump non sono stato rieletti o, addirittura, si sono ritirati dalla vita politica. È il caso di Mark Sanford, non rieletto nel 2019 come Governatore del South Carolina, e degli ex senatori Jeff Flake (Arizona), Kelly Ayotte (New Hampshire), Bob Corker(Tennessee). La storia potrebbe ripetersi per i Repubblicani citati anzitempo: quanto tempo continueranno a mantenere questo silenzio strategico? Quanto il GOP ha memoria del tracollo del 1912, quando a causa della scissione regalò la Casa Bianca ai Democratici per due mandati che, col senno di poi, si sono rivelati determinanti per la collocazione internazionale degli Stati Uniti?

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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