Il presidente statunitense Donald Trump ha ufficialmente motivato lo stop da lui imposto alla rappresaglia americana che avrebbe dovuto aver luogo la scorsa notte contro Teheran adducendo alla non proporzionalità di un eventuale strike militare (aereo e navale), il quale avrebbe comportato almeno 150 vittime civili, rispetto al recente abbattimento, seppur illecito, di un drone americano da parte dei Pasdaran iraniani nello spazio aereo internazionale.

Parimenti, il presidente americano ha voluto sottolineare apertis verbis, sostenendo attraverso una minaccia neanche troppo velata che le truppe americane non hanno fretta e sono comunque in allerta, che d’ora in avanti gli USA adotteranno una linea di totale intransigenza nei confronti dell’Iran e della minaccia che esso rappresenta per il Medio Oriente (e dunque per gli alleati strategici regionali di Washington) e per il mondo intero. Una retorica non nuova per la potenza americana, abituata ad ergersi a fautrice della libertà e della salvezza dell’umanità dal male, ma comunque uno strumento dialettico dalla comprovata efficacia diplomatica che punta a riversare su Teheran l’onere della prossima mossa, la quale potrebbe essere cruciale nel determinare il deflagrare di un conflitto con Washington, oppure una più auspicabile soluzione diplomatica.

Ad ogni modo, sebbene gli USA abbiano assunto una posizione di “comfort”, privilegiando una linea attendista e cauta, verosimilmente perché non si vuole aprire un nuovo fronte bellico in un’area geopolitica storicamente difficoltosa e ostica per Washington, soprattutto in vista delle elezioni del 2020, l’Iran, dal canto suo, ha palesato la non intenzione di tollerare le manovre politiche e militari di disturbo poste dagli americani nel Golfo Persico.

Decisiva, a questo punto, sarà altresì la linea che gli attori regionali più rilevanti, in primis Israele e Arabia Saudita, decideranno di adottare nel quadro della contesa.

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