È uscito il 3 settembre l’articolo di The Atlantic dal titolo: “Trump: gli americani che sono morti in guerra sono “perdenti” e “schifosi””, riferito ad una visita effettuata nel 2018 in Francia dal Presidente, durante la quale pare si fosse rifiutato di visitare il cimitero di Aisne-Marne vicino Parigi.

Secondo quanto riportato dal caporedattore di The Atlantic Jeffrey Goldberg, nello stesso anno, nel corso di una riunione alla Casa Bianca, il Presidente aveva richiesto che venissero esclusi dalle parate militari i veterani che avevano riportato disabilità permanenti, motivando la richiesta con il fatto che gli spettatori si sarebbero potuti sentire a disagio alla vista di arti amputati. Durante gli ultimi mesi, le testate internazionali hanno restituito molti aspetti di questa campagna elettorale sui generis, riportando dichiarazioni del Presidente che potevano risultare stravaganti e provocatorie, ma in realtà tanti di quei gesti hanno fatto più eco nei Paesi europei che non negli Stati Uniti. Questa vicenda invece rischia di far davvero male al risultato elettorale di Trump. Mai uno scandalo riguardante una simile tematica era emerso a due mesi dal voto, e per di più nei confronti di un Presidente repubblicano.

 

Nel cancellare la visita, Trump aveva detto che, essendo prevista pioggia per quel giorno, temeva che i suoi capelli si sarebbero scombinati e non capiva come mai fosse così importante onorare quell’appuntamento: “Perché dovrei andare in quel cimitero? È pieno di perdenti”. Ad Aisne-Marne sono seppelliti 1800 marines caduti nella battaglia di Belleau Wood, scontro che nel 1918 fu cruciale per arrestare l’avanza tedesca verso Parigi. Le spiegazioni che The Atlantic da di tale atteggiamento di totale disinteresse per i caduti in guerra da parte di Trump, sono diverse. Da una parte c’è chi sostiene che il Presidente non abbia mai compreso il senso di perdere la vita in conflitti transnazionali, questione alla base della sua storica avversione all’esaltazione delle gesta di individui come John McCain, senatore defunto recentemente che fu prigioniero dei Viet Cong per cinque anni. Proprio in occasione delle onoranze funebri per la scomparsa del Generale McCain si generò uno spiacevole incidente istituzionale per la Presidenza, che non issò a mezz’asta la bandiera della Casa Bianca come previsto dalla legge americana in occasione del cordoglio istituzionale per il decesso di un membro del Parlamento, errore a cui venne posto rimedio goffamente e tardivamente. Trump ha subito affermato di non aver mai definito McCain come “un perdente”, ma subito dopo la smentita è apparso un tweet del 18 luglio 2015 in cui il senatore veniva definito da Trump esattamente con quell’epiteto. È in seguito apparso un video del Presidente in cui la gaffe sembra ripetersi.

Secondo alcuni il problema consisterebbe in un’intrinseca difficoltà, per il Presidente, nel comprendere concetti come quelli di patriottismo, servizio e sacrificio. Non esistono precedenti simili nella storia delle dichiarazioni dei presidenti americani ed è interessante sottolineare che Trump sia il primo Presidente a rivendicare di non aver mai prestato servizio per l’esercito. Trump in passato aveva definito anche l’ex presidente George H.W. Bush un “perdente” in quanto durante la seconda guerra mondiale, mentre prestava servizio in Marina, era stato abbattuto dall’esercito giapponese. Questo tipo di affermazioni ha contribuito ad allontanare Trump dalla famiglia Bush, che non ha mai mancato di criticarlo apertamente. Jeffrey Goldberg ha riportato che molti Ufficiali e funzionari hanno segnalato il disprezzo mostrato da Trump sul servizio militare. C’è chi afferma che tale distacco derivi da un senso di frustrazione personale del Presidente, ritenendo l’esercito direttamente sottoposto a lui e non alla Costituzione. Tale atteggiamento sarebbe utile a spiegare anche le recenti decisioni sull’utilizzo della forza militare negli scontri urbani degli ultimi mesi intraprese da Trump, motivo per cui è stato criticato anche da James Mattis, ex segretario alla difesa, in particolare per aver “usato” le forze dell’ordine contro i manifestanti a Lafayette Square alla stregua di oggetti di scena nel suo personale teatro.

All’inchiesta riportata da una delle maggiori testate americane, il Presidente ha prontamente risposto negando ogni accusa a suo carico, affermando di non doversi scusare per dichiarazioni diffamatorie e mendaci, giustificando la mancata visita come un atto di volontà dei servizi segreti e attaccando l’utilizzo di fonti anonime da parte di The Atlantic. Numerosi funzionari della Casa Bianca e molti alleati di Trump hanno negato la versione riportata dalla rivista, in primis il Vice Presidente Mike Pence, che ha rimarcato quanto il governo si stia occupando delle forze armate, elencando gli sforzi intrapresi per aumentare i finanziamenti nel settore. I veterani e i membri delle forze militari rappresentano un gruppo chiave per l’elettorato del partito repubblicano, soggetti da sempre legati a questo gruppo politico. Di questo è ben consapevole lo staff di Trump, che in meno di 24 ore ha realizzato un video dai toni epici per onorare e glorificare i caduti, definiti come “angeli”, in cui si susseguono immagini di parate militari, mutilati di guerra e veterani calorosamente abbracciati dal Presidente. L’operazione non ha ottenuto lo sperato obiettivo di “rimediare” all’incidente emerso nelle ore precedenti: il video ha raccolto circa 5000 like su Facebook  (pochi per il “Team Trump” che lo ha diffuso) e le polemiche sono continuate.

Un video che invece è diventato virale nel giro di poche ore è quello realizzato dall’ex generale dell’esercito Paul Eaton, in cui afferma che il Presidente “non è un patriota”, chiedendosi come si possa votare per lui, attaccando frontalmente Trump e il suo mandato, trasformando un video in difesa delle forze armate in un appello al voto per Biden. Le dichiarazioni di The Atlantic sono state confermate dalla giornalista di Fox News Jennifer Griffin, secondo cui ex funzionari dell’amministrazione Trump le avevano rivelato che egli, nel parlare del Vietnam, affermava che fosse stata una guerra stupida, e che chiunque vi fosse andato era un fesso. Il Presidente ha immediatamente richiesto il licenziamento della corrispondente di punta per la sicurezza nazionale, supportato dalla moglie Melania, e ha in seguito accusato, come possibile fonte, l’ex capo dello staff della Casa Bianca John Kelly, che quel giorno si recò al cimitero di Aisne-Marne senza di lui. In difesa della giornalista si è espresso con un tweet anche il deputato repubblicano dell’Illinois, Adam Kinzinger, ultimamente molto critico nei confronti del suo candidato alle prossime presidenziali.

È poi arrivato l’attacco del competitor alla Casa Bianca: Biden, per rispondere all’inchiesta sulla diffamazione dei veterani e dei caduti nei conflitti, ha utilizzato una delle sue armi più forti e per cui nessuno oserà mai attaccarlo, suo figlio. Beau Biden è morto nel 2015 dopo una dolorosa battaglia contro il cancro, ed è questo l’aspetto su cui il popolo americano prova più empatia con il candidato democratico. Biden ha affermato: “Quando mio figlio si è offerto volontario per unirsi alle forze armate degli Stati Uniti in Iraq [..] non era un idiota“, aggiungendo che “si offrì volontario per andare in Kosovo mentre la guerra era in corso”. Chi pensasse che menzionare il Kosovo lo stesso giorno in cui Trump ha incontrato il suo Primo Ministro e il Presidente serbo, sia stata una coincidenza, commetterebbe un grande errore di lettura della fase. Tutto è campagna elettorale, fino all’ultimo giorno e in ogni singola dichiarazione pubblica. Lo staff di Biden ha poi rilasciato un video dai tratti molto enfatici, nel quale alle immagini di parate militari, cimiteri di caduti e simboli del mondo militare, vengono associate le presunte dichiarazioni di Trump.

Trump ha poi cambiato strategia, decidendo di attaccare i finanziatori di The Atlantic, tra cui Laurene Powell Jobs, finanziatrice della campagna di Biden e vedova del fondatore di Apple Steve Jobs, mettendo in discussione la veridicità delle inchieste di una testata “di estrema sinistra guidata da un truffatore”. Jeffrey Goldberg ha confermato alla CNN la sua inchiesta, difendendola e promettendo ulteriori aggiornamenti sulla vicenda, afferendo che le fonti anonime siano a lui ben note e confermate da più fronti, in risposta a chi aveva criticato l’atto di intervistare funzionari che non dovrebbero essere autorizzati a lanciare accuse con la scusa dell’anonimato, specialmente in campagna elettorale. Per il caporedattore garantire l’anonimato delle fonti è diventata una priorità, dal momento che il proprio staff teme ripercussioni su di loro da parte dei sostenitori del Presidente. In difesa del Presidente è intervenuto il segretario per gli affari dei veterani Robert Wilkie, sostenendo che mai avrebbe sentito pronunciare simili affermazioni da Trump e ricordando gli sforzi dell’amministrazione a sostegno dei veterani. Anche l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, autore del famoso best seller di feroce critica a Trump, ha dichiarato a Fox News che i commenti sui soldati caduti sarebbero del tutto falsi. Infine l’ex vice capo dello staff della Casa Bianca, Zach Fuentes, ha negato la storia in una dichiarazione esclusiva a Breitbart News, seguita e supportata da quella di Jamie McCourt, ambasciatore statunitense in Francia. Leggere questa vicenda cercando di comprendere chi affermi il falso potrebbe risultare a tratti impossibile. Chi sostiene Trump lo ha difeso senza colpo ferire, chi lo avversa lo ha attaccato su ogni fronte. Distinguere la verità dal tatticismo è un esercizio arduo in questa campagna elettorale. Ciò che possiamo dire con certezza è però che un evento come questo presenta degli aspetti del tutto inediti. Il mondo militare è sacro per i repubblicani, un’accusa pesante come questa indubbiamente istillerà dei dubbi anche tra i più accaniti sostenitori del Presidente. Potrebbe trattarsi di un colpo fatale per Trump, o dimostrarsi invece uno dei tanti attacchi subiti in quella che per il Presidente sta diventando una campagna elettorale alla continua ricerca di giustificazioni per le proprie dichiarazioni.

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