E giunta come un fulmine a ciel sereno la dichiarazione del presidente americano Donald Trump di riconoscere ufficialmente le Alture del Golan come parte legittima del territorio israeliano dopo decenni di contestato status quo. Il tycoon l’aveva già annunciato in un tweet: “è arrivato il momento per gli Stati Uniti di riconoscere pienamente la sovranità d’Israele sulle Alture del Golan che sono di un’importanza fondamentale dal punto di vista strategico e di sicurezza per lo Stato d’Israele e la stabilità della regione” e ha deciso di passare all’azione.

La risoluzione, che si allinea alla scelta precedente di riconoscere lo status di capitale alla città di Gerusalemme, si inserisce pienamente nella convergenza tattica e nella personale simpatia tra il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu e il presidente Trump. Lungi dall’essere un semplice regalo elettorale in vista delle imminenti elezioni in Aprile questa mossa inaspettata rafforza la posizione di forza di Israele ma al contempo allontana le possibilità di pace in Medio Oriente (vista la dura risposta di quasi tutti i paesi della regione), fornisce nuova linfa alla propaganda antisionista degli storici nemici dello stato ebraico (Hezbollah, l’Iran e Hamas) e infligge un duro colpo alla già erosa credibilità degli Stati Uniti come potenza super partes in grado di mediare e trovare un compromesso nel ginepraio in continua evoluzione dei conflitti endemici dell’area.

Cronologia di un territorio conteso

Un frangente della Guerra dei Sei Giorni in cui Israele trionfalmente conquistò e occupò il Golan

Brevi cenni storici rendono un idea dell’importanza foriera di conseguenze della decisione del tycoon. Il Golan è una piccola (1.800 km) striscia di terra tra il Libano, Israele e la Siria. Tutt’ora territorio governato dall’amministrazione israeliana è da decenni al centro delle rivalità regionali non solo per l’importanza strategica che riveste ma è la manifestazione tangibile dalla sconfitte e dell’umiliazione della Siria nei precedenti conflitti con lo stato ebraico. Conquistato dagli Ottomani nel XVI secolo resta una zona scarsamente abitata e trascurata dagli stessi sultani di Istanbul che solo nel 18esimo secolo inizieranno a concepire la possibilità di svilupparne le potenzialità economiche.

Territorio sottoposto al mandato francese in Siria dal 1918 (dopo la fine del primo conflitto bellico) viene ceduto alla neo costituita Repubblica Araba Siriana solo nel 1944 a decolonizzazione conclusa. La fondazione (1948) dello stato ebraico lo trasforma immediatamente in un turbolento territorio di confine finendo per essere occupato da Tsahal (esercito israeliano) nel 1967 durante le offensive della Guerra dei Sei Giorni.

In seguito alla meno fortunata guerra dello Yom Kippur (1973) Israele restituisce, come gesto coinciliatorio, un 5% della zona alla Siria mentre mantiene il controllo del restante 95% inaugurando una guerra fredda combutta nelle sedi della diplomazia mondiale. L’armistiazio tra le due potenze del 1974 sembrò presagire un periodo di consultazione ma la ferma indisponibilità di Damasco e soprattuto la dichiarazione unilaterale di sovranità del governo sionista revisionista di Menechem Begin congelarono la situazione fino ad oggi; a dividere i due contendenti solo una sottila striscia di territorio presidiata dall’UNDOF (Forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite), mille uomini delle Nazioni Unite a separare odi e reciproci sospetti. Fin dai primi anni dell’occupazione Israele ha rafforzato il controllo delle alture costruendo insiediamenti e collocando coloni ebrei nazionalisti che ad oggi costituiscono una cospicua fetta della popolazione da contrapporre a un uguale numero di drusi (una setta gnostica e esoterica di derivazione musulamana insediata anche nel sud della Siria, in Libano e Israele stesso) che tutt’ora mantengono con fermezza la cittadinanza siriana e non nascondono una certa simpatia per Assad e il governo baathista.

Coriacei montanari e provati soldati (la componente che vive nello stato ebraico serve da decenni e con fedeltà l’esercito della Stella di Davide) affrontano oggi importanti difficoltà burocratiche per muoversi lungo il confine, officiare cerimonie o persino far visita ai parenti avendo rifiutato per motivi patriottiici la cittadinanza israeliana.

Israele e il fattore Golan

L’importanza strategica del Golan sottolineata in un immagine

Nonostante la sua ridotta dimensione il Golan è di imprescindibile importanza per la sicurezza e la proiezione regionale di Israele in luce degli attuali sconvolgimenti geopolitici nell’area. Israele è un paese di piccole dimensioni e necessita di un avamposto difensivo che crei prossimità geografica contro le imprevedibili ostilità dei nemici circostanti.

Mantenere il possesso dei suoi rilievi permette di avere il controllare a ovest su Tiberiade e parte della Galilea e a est sulla pianura che scende fino a Damasco. Inoltre riuscire a posizionare un avamposto militare sul monte Hermon significa ottenere letteralmente una torretta da cui controllare i movimenti del nemico.

Militarizzando le alture Israele rafforza l’ombrello di protezione verso possibili obiettivi lungo le regioni costiere. L’evoluzione del conflitto civile siriano ha fornito alla leadership di Netanyahu altra linfa per comprendere l’importanza del territorio in questione.

Il governo israeliano ha saputo sfruttare le basi militari per colpire duramente le installazioni iraniane e gli esponenti dei pasdaran, ha portato assistenza ai miliziani anti-Assad (persino jihadisti) feriti in una fase della guerra in cui la caduta del despota di Damasco era auspicabile e ha riaffarmato la volontà di impedire il propagarsi degli scontri oltre confine capitalizzando il risultati guadagnando nei sondaggi. Nell’equazione entra prepotentemente anche il fattore “oro blu” perché la regione fornisce un terzo delle riserve d’acqua di Israele mentre il fertile suolo vulcanico è ideale per la colitvazione di generi alimentari (molto richiesto il vino prodotto sul territorio) vitali per un paese sovrappopolato e in gran parte arido. Nel caso Israele si trovasse costretto a cedere l’intero territorio la Siria disporrebbe di una sponda sul prezioso Lago di Tiberiade.

Anche l’Iran gioca un ruolo importante nell’attaccamento di Israele all’utile avamposto in quanto costituisce un atavico timore tattico della difesa israeliana la possibilità che milizie sciite vicine a Teheran possano infiltrarsi sfruttando le simpatie locali della popolazione o la frastagliata geografia. Stesso discorso per i paramilitari di Hezbollah di cui teme l’arsenale missilistico nonché l’esperienza nella guerra ibrida affinata in anni di sostegno armato al regime di Assad. Un vero e proprio fortino che nelle ambizioni strategie del Likud rappresenta la punta di diamante del sistema di controllo e deterenza dello stato ebraico contro le minacce estere. Per onestà intellettuale bisogna menzionare l’incessante indisponibilità del governo siriano nel trattare la cogestione o la divisione della regione scegleindo un approccio poco costruttivo composto da secchi rifiuti contando su un fattore tempo che, a differenza delle aspettative, ha giocato a favore di Gerusalemme.

Netanyahu e il fronte interno

La firma del memorandum è avvenuta a Washington alla presenza di Trump, del fidato genero e consulente per gli affari mediorientali Jared Kushner, del segretario di Stato Mike Pompeo e dello stesso Netanyahu che in visita a Washington si espresso in parole di lodi verso la decisione del presidente Trump e ha sottolineato il legame personale tra le due amministrazioni coltivando un trend d’immagine già utilizzato nel corso della campagna elettorale (giganti manifesti con i volti o la stretta di mano tra i due leader campeggiano nelle maggiori città del piccolo paese mediorientale).

Per Bibi quella di Trump è un decisione “storica” motivata dal garantire la sicurezza del paese di fronte alla nefasta assertività iraniana e l’ennesima manifestazione di supporto di “un vero amico di Israele e del suo popolo” in una parentesi temporale in cui Gerusalemme affronta una possibile escalation con Hamas.

Di fronte al lancio di missili da parte della striscia Israele ha dato il via a bombardamenti che hanno raso al suolo il quartiere generale di Hamas a Gaza e ammassato forze corazzate al confine. A scapito delle fonti pregiudizialmente ostili ad Israele questo non desidera un ennesima costosa guerra inconcludente ma Netanyahu non può non rispondere alla rinnovata sfida da parte del movimento Islamista.

La decisione di Hamas di sfidare Gerusalemme giunge in seguito a forti contestazioni popolari tra la popolazione palestinese poi represse con la violenza ed è sicuramente l’ennesima arma di distrazione che canalizza la rabbia rivolta verso la corruzione e la difficoltà della vita a Gaza rinnovando l’ostilità verso Israele. In vista delle elezioni di aprile che vedono Netanyahu in testa ma tallonato dall’insidiosa sinistra laburista di Avi Gabbay e dalla coalizione Blu e Bianca dell’ex generale Benny Gantz, la decisione di Trump appare uno strategico regalo all’alleato al fine di far guadagnare al Likud punti percentuali in quell’elettorato ebraico molto sensibile alla tematiche securitarie o internazionali.

I periodi di ostilità e scarsa empatia personale tra Barack Obama, imperdonabile colpevole del vituperato accordo con l’Iran, appaiono lontani in una perfetta sinergia tra l’amministrazione Trump, gli apparati neoconservatori e il governo Netanyahu già indebolito dalle accuse rivolte dalla magistratura verso la persona del primo ministro e importanti personalità a lui vicine.

Le reazioni internazionali

Il leader turco Erdogan non ha tardato a condannare aspramente la decisione di Trump

Se la decisione potrebbe influenzare l’esito delle prossime elezioni, consacrando la fortuna elettorale del primo ministro israeliano a lungo termine, rischia di trasformarsi in un boomerang diplomatico per la già flebile posizione giuridica e per il prestigio nelle opinioni pubbliche mondiali dello stato ebraico complice nell’infrazione del diritto internazionale.

Oltre alla condanna siriana, immediatamente arrivata tramite l’agenzia stampa governativa SANA, si è subitamente espresso il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che nel corso della riunione dell’ Organizzazione per la cooperazione islamica ha tuonato “Non possiamo consentire la legittimazione dell’occupazione delle Alture del Golan” mentre è dello stesso tenore l’Egitto che ha rivolto un appello urgente alla comunità internazionale a prevenire la sovranità israeliana sul Golan.

L’Arabia Saudita ha emanato una dichiarazione in cui afferma che: “I tentativi di imporre il fatto compiuto non cambiano le cose in quanto le Alture del Golan rimangono territori arabi siriani occupati, secondo le pertinenti risoluzioni internazionali”. Il ministero degli Esteri di Beirut ha criticato la decisione americana che: “viola tutte le regole del diritto internazionale, minando ogni sforzo per raggiungere una giusta pace nella regione mentre l’arcinemico Iran, tramite il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Bahram Qasemi, ha affermato che le impetuose decisioni personali del presidente degli Stati Uniti spingono la delicata regione mediorientale verso una serie di crisi consecutive. “La decisione interventista del presidente degli Stati Uniti non cambia il fatto che le alture del Golan appartengano alla Siria, piuttosto mostra chiaramente il fallimento delle compromettenti politiche americane, mentre dimostra la correttezza del percorso di resistenza contro la condotta espansionistica e aggressiva degli Stati Uniti e del regime sionista”. Durissime anche le reazioni palestinesi in quanto per Hamas “la mossa di Trump è un nuovo tipo di aggressione contro le nazioni arabe”.

Se il Medio Oriente si è allineato compatto dietro la posizione siriana freddezza anche dalle autorità europee o dai singoli paesi come Giappone e Australia mentre la Russia, attore sempre più influente nella regione, ha preso cautamente le distanze da Israele “Senza dubbio, questi appelli possono destabilizzare in maniera significativa la già tesa situazione in Medio Oriente. In ogni caso questa idea in sé non contribuisce in alcun modo agli obiettivi di un accordo in Medio Oriente; piuttosto al contrario” ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.

Chi vince e chi perde

Il presidente americano Trump (a destra) a colloquio con il primo ministro Benjamin Netanyahu

Delineata la vicenda, l’importanza per Israele della presa di posizione americana e le reazioni con annesse strumentalizzazioni della comunità internazionale quali potranno essere le possibili conseguenze a breve termine della decisione? Netanyahu si conferma come un leader inflessibile, pronto a difendere l’integrità e la causa sionista in prima persona legittimandosi di fronte agli elettori nazionalisti e probabilmente riuscendo ad aprire una breccia tra gli indecisi ottenendo massimi rendimenti da un attenta e strumentale gestione della crisi in evoluzione al confine con la striscia di Gaza. L’Israele rafforza la cooperazione e l’intesa con gli Stati Uniti ma rischia di minare le relazioni in evoluzione con gli Stati del Golfo in chiave anti-iraniana, inasprisce al contempo lo scontro diplomatico e mediatico con la Turchia del panislamista Erdogan diradando le prospettive di un dialogo da imbastire sulla gestione delle riserve energetiche nel Mediterraneo. La netta presa di posizione fornisce nuova linfa alla propaganda antisionista (quando non direttamente antisemita) dell’Iran e degli Hezbollah di fronte al vituperato imperialismo del binomio “Grande e Piccolo Satana”; rafforza la leadership e il supporto popolare della popolazione siriana (compresi i drusi stessi del Golan) verso Bashar al Assad costringendo la Russia a un pragmatico defilamento. In ultimo il memorandum puntella ulteriormente la bara dove giace sepolta la possibilità di una risoluzione mediata del conflitto israelo-palestinese avallando la presenza di migliaia di coloni e insediamenti sulle Alture. Gli Stati Uniti si confermano ora come in passato l’alleato chiave e il maggiore sponsor delle iniziative israeliane con Trump consapevole dei possibili ritorni elettorali di tale convergenza tra i cristiani evangelici. I ranghi serrati delle nazioni mediorientali vanificheranno quasi certamente sul nascere le prospettive di pace che il tycoon vorrebbe offrire agli attori locali, quel più volte rinviato “accordo del secolo” destinato finalmente a portare stabilità in Medio Oriente appare sempre più una vacua promessa se non un esercizio di vanità.

*Le opinioni riflettono la visione personale dell’autore sulla vicenda

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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