Trump e gli USA fuori dagli Accordi di Parigi: cosa cambia nell’Artico?

La notizia ha fatto velocemente il giro del mondo: gli Stati Uniti hanno inviato all’ONU il ritiro formale dagli accordi sul clima di Parigi. Il ritiro è ufficiale e sarà operativo entro un anno, poco dopo le elezioni presidenziali del 2020. Alla base di questa decisione ci sarebbero delle condizioni che secondo il presidente Donald Trump sono “inique” e danneggiano le grandi potenze come gli Stati Uniti. Tuttavia non si può non ricordare l’atteggiamento di scherno assunto da Trump nei confronti dei movimenti ecologisti, durante la campagna elettorale che lo ha visto vincitore. Il presidente infatti, si è sempre dichiarato scettico riguardo agli studi che dimostravano il cambiamento climatico, ed ha manifestato, già durante la suddetta elezione, la volontà di uscire dagli accordi di Parigi. C’è stata poi la visita ufficiale in Gran Bretagna del giugno 2019, dove, durante un colloquio con il Principe Carlo ha ammesso l’esistenza dei cambiamenti climatici. Una dichiarazione clamorosa, sembrerebbe; se non fosse per il fatto che, nello stesso colloquio, Trump ha ritenuto responsabili dell’inquinamento “gli altri paesi”.

(Figura 1: Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump)

Accordi sul clima di Parigi: cosa sono e cosa prevedono

La Conferenza sui cambiamenti climatici, COP 21 si è tenuta a Parigi, dal 30 novembre al 12 dicembre del 2015. È stata la 21ª sessione annuale della conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).Nell’ambito della conferenza si è negoziato un accordo globale sulla riduzione dei cambiamenti climatici, il cui testo ha rappresentato un consenso dei rappresentanti delle 195 parti partecipanti. L’accordo per essere ritenuto giuridicamente vincolante,necessitava della ratifica da parte di almeno 55 paesi che insieme rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali di gas serra. Tale accordo è entrato in vigore grazie alla ratifica da parte dell’Unione Europea avvenuta il 4 novembre 2016. Gli Stati aderenti, inoltre, si impegnano ad inserire i provvedimenti dell’accordo nei propri sistemi giuridici1.

Nell’ambito della conferenza gli stati hanno concordato molte iniziative da mettere in atto, tra cui l’impegno di ridurre le emissioni di gas serra; mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale sotto i 2° gradi rispetto ai livelli preindustriali; riunioni quinquennali di aggiornamento e trasparenza; sostegno ai paesi in via di sviluppo nel percorso verso un’economia sostenibile.

Artico: da Obama a Trump cosa cambia?

 

Per capire in che direzione si stia orientando l’amministrazione Trump in termini di clima e sviluppo nell’Artico, bisogna prendere atto del diverso approccio che i due presidenti americani, hanno su questi temi caldi. La presidenza Trump si è imposta fin dalle prime battute come un’inversione di rotta, rispetto a quanto realizzato da Barack Obama in 10 anni di presidenza. Tutte le iniziative pro-ambiente promosse dal suo predecessore, al fine di ridurre emissioni di gas serra e attività estrattive, sono state spazzate via da Trump, per fare spazio ad una massiccia politica di investimenti nell’industria pesante e nell’estrazione di idrocarburi. Infine con Trump alla Casa Bianca cambia anche il ruolo che l’Artico ha avuto nella geopolitica statunitense.

(figura 2: Barack Obama e Donald Trump)

Gli Stati Uniti sono una Nazione Artica attraverso lo Stato dell’Alaska e dei suoi territori ed acque circostanti, oltre alla Zona Economica Esclusiva situata all’interno e attorno al Circolo Polare Artico. Tuttavia, se si volesse descrivere il ruolo degli Stati Uniti nell’Artico fino a qualche anno fa, potremmo definirla “la superpotenza che non c’era”. Gli States sono essenzialmente una delle potenze più influenti del pianeta, ma nell’Artico, per lungo tempo non hanno giocato un ruolo determinante.

 

Ma cosa è cambiato negli anni? L’attenzione statunitense nell’Artico ha avuto un drastico calo, a seguito della fine della guerra fredda. Questo perché l’Alaska era considerata una regione fondamentale dal punto di vista strategico-militare in quanto zona di confine con l’URSS. Le altre potenze artiche erano già parte della NATO o comunque filo-occidentali; dunque per Washington, era importante tenere a bada il gigante sovietico, così vicino a quelle latitudini. È chiaro che, finita la Guerra Fredda, venne meno quell’equilibrio instabile basato sulla paura reciproca e la deterrenza nucleare; dando vita quindi ad un progressivo abbandono della rotta artica da parte statunitense.

Ma l’Alaska non è solo una fredda zona di confine: da quelle parti infatti, si trova Prudohe Bay, il più grande giacimento di idrocarburi del Nord America. Il giacimento, scoperto nel 1968 ha sempre avuto notevole rilievo per gli Usa e ha contribuito per molto tempo alla determinazione degli americani al ruolo di potenza petrolifera. Con Obama però le cose hanno preso una piega diversa: maggiore sensibilità ambientale vuol dire, tra le altre cose, limitazione delle attività estrattive. Per questi motivi l’Alaska e l’Artico hanno gradualmente preso un posto marginale nell’agenda geopolitica di Washington.

(figura 3: Alaska)

La politica di Trump è di tutt’altro orientamento: con la sua indole da imprenditore e con il sostegno delle lobby industriali americane ha dato nuova linfa alle attività estrattive nell’Alaska, una nuova impronta geopolitica statunitense nell’Artico e presumibilmente, anche nuovi investimenti per il futuro. Dei rinnovati interessi polari, non ne ha fatto mistero il Segretario di Stato americano Mike Pompeo che alla vigilia del Consiglio Artico, tenutosi a Rovaniemi (Finlandia), ha affermato che gli Stati Uniti puntano a rafforzare la presenza nell’Artico per tenere sotto controllo il “comportamento aggressivo” di Russia e Cina.

Stati Uniti al centro: difficoltà e fantasie

La politica statunitense nella regione, è limitata dalla scarsa porzione di territorio, ma anche da altri fattori. Uno su tutti è sicuramente l’incapacità di controbilanciare la Russia in modo nel ruolo di potenza artica e la Cina come maggiore investitore. Gli USA infatti, non sono mai riusciti ad imporre una propria leadership sui vecchi alleati NATO nell’area. Ovviamente le dinamiche dell’Artico non sono più dettate da movimenti bipolari, ma nell’Artico post-guerra fredda, l’equilibrio è multipolare, dato non dallo scontro di due blocchi nemici ma da una rivalità tra concorrenti: Canada,Norvegia, e Danimarca, oltre che i russi. Proprio nell’Artico l’Alleanza Atlantica ha incontrato i suoi limiti: dopo la fine della Guerra Fredda, la mancanza di un nemico comune ha permesso a vari stati membri di poter slegare i propri interessi da quelli dell’alleato più forte e di perseguire la propria agenda nella regione senza le ingerenze statunitensi. Quindi gli Stati Uniti hanno trascurato l’Artico, i vecchi alleati hanno guardato al Polo e alle sue opportunità come ad una possibilità di emanciparsi dall’influenza dell’alleato. Quando poi anche gli USA hanno cominciato guardare seriamente alla regione, Canada, Danimarca e Norvegia, non hanno sopportato l’idea di un’eventuale politica comune sotto l’egida di Washington e nel nome della NATO, ma anzi hanno mostrato la loro indipendenza. Se gli USA non vogliono essere esclusi dalla “partita al Polo” , che si evolve con dinamiche e con una legislazione che rischia di non considerare minimamente il gigante americano, devono correre ai ripari appianando le divergenze con le potenze artiche e rimpinguando l’esigua flotta polare.

Ad infiammare ancora di più il dibattito internazionale vi è l’affermazione di Trump che durante la scorsa estate ha dichiarato di voler comprare la Groenlandia. Una provocazione? Una trovata elettorale? Può darsi, ma è sicuramente una possibilità concreta: l’isola più grande del mondo fa gola a molti per la sua posizione e l’immensa quantità di risorse minerarie. Risorse che per gli USA, non giuridicamente vincolati dagli accordi di Parigi, sarebbero luogo di sfruttamento sfrenato. Per questo motivo, l’acquisto della Groenlandia da parte di Washington, sarebbe più di uno schiaffo per Pechino che detiene con Nuuk, ottimi rapporti di collaborazione. Inoltre una Groenlandia americana costituirebbe l’ingresso da protagonista nello scenario artico per gli Stati Uniti, che si porrebbero ancora una volta al centro del mondo.

Realisticamente però le difficoltà ci sono e se non vogliono essere esclusi dalla “partita al Polo” , gli Usa devono correre ai ripari appianando le divergenze con le potenze artiche e rimpinguando l’esigua flotta polare.Gli Stati Uniti dovranno investire molto nell’Artico,dal punto di vista economico e dal punto di vista diplomatico, per migliorare le relazioni con gli altri attori della regione. Azioni potrebbero essere fatte, in tal senso, per svolgere un ruolo di mediatore nelle controversie, laddove non riesca l’ONU, e porsi quindi, come interlocutore altro, in alternativa alla Russia. L’intento di Trump, di conferire all’Artico un posto di rilievo nei progetti americani è chiara, ma se vogliono muoversi in questa direzione, dovranno correre molto, perché il tempo stringe, ed il rischio è che si trovino di fronte ad un gap economico e strategico troppo grande da poter colmare. In conclusione, nella “polar rush” vi è un posto vacante, quello di antagonista del gigante russo. Per quella posizione concorrono Canada e Stati Uniti. In questo contesto, Washington “libera” dai vincoli ecologici imposti da COP21, ha forse maggiori potenzialità di ingerenza rispetto ad Ottawa; riuscirà nell’impresa chi terrà testa a Mosca. Tuttavia occorre un ripensamento totale nella politica estera se si vuole reggere il confronto: se Trump porrà per l’Artico, la stessa attenzione che gli americani hanno avuto per il Medio Oriente, potremmo trovarci nel medio-lungo termine in un nuovo scontro a due.

1 Fonte: Commissione Europea, sito ufficiale: https://ec.europa.eu/clima/policies/international/negotiations/paris_it

 

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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