Ad inizio luglio il presidente statunitense Trump ed il messicano AMLO si sono incontrati a Washington per celebrare la firma del nuovo trattato commerciale.  Questo strano incontro tra i due “rivali” ai lati della frontiera permette ad entrambi di rafforzare i rispettivi interessi nazionali.

Dal 7 al 9 luglio 2020 si è tenuto a Washington un incontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ed il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador (detto AMLO). Dati i protagonisti ed i precedenti tra i due, un evento del genere risulta inaspettato – e forse controverso. A quanto pare, però, entrambi i presidenti hanno le idee chiare su come sfruttare al massimo quest’incontro.

I protagonisti

Trump e AMLO appaiono tanto vicini quanto distanti. Entrambi nazionalisti: se il primo, però, è tendente a destra ed alla fascia medio-alta statunitense, il secondo si posiziona a sinistra ed è vicino alla classe povera messicana. Sono alla guida di due Paesi confinanti che presentano strette ma altalenanti relazioni commerciali e politiche. Per Trump, il Messico è stato uno dei punti caldi della campagna elettorale del 2015 che l’ha portato nello studio ovale. Il magnate statunitense si è sempre dimostrato intransigente verso il tema dell’immigrazione, soprattutto nei confronti dei flussi di migranti clandestini messicani – etichettati come bad guys” (cattivi ragazzi) e accusati di portare negli Statesdroga e criminalità.  Trump ha definito la maggioranza di essi come ‘stupratori’ e lo stato messicano come ‘corrotto’. A rendere la situazione ancora più complessa si è aggiunta l’annosa questione del completamento del muro al confine con il Messico (la cui costruzione risale già alla presidenza di George H.W.Bush).

A differenza del suo predecessore Enrique Peña Nieto – che aveva fortemente osteggiato Trump e la sua idea che a pagare il muro dovesse essere il Messico – López Obrador si mostra più conciliante. Infatti, secondo AMLO la costruzione del muro sarebbe un tema riguardante la politica interna statunitense, nel quale non vuole intromettersi; l’obiettivo della sua amministrazione pare essere, invece, quello di convincere Washington a collaborare, al fine di incentivare l’attività produttiva del Centroamerica – e di conseguenza, prevenire il fenomeno migratorio.

I toni di AMLO nei confronti del Presidente degli Stati Uniti, però, non sono sempre stati così condiscendenti e aperti al dialogo. Infatti, prima di arrivare alla presidenza del Messico – nel dicembre del 2018 – López Obrador, nei panni di leader del Movimiento Regeneración Nacional (MORENA), è stato in numerose occasioni molto critico nei confronti di Trump. Si è mostrato intransigente soprattutto nei riguardi della ‘questione muro’ asserendo – il giorno dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca – di voler difendere la sovranità del Messico, ma «senza prepotenze, senza minacce, in modo responsabile». Aggiungendo che «se necessario, si andrà alla frontiera per difendere i migranti, per difendere i messicani, non dimenticando che […] il Messico è un paese libero, indipendente, sovrano, non una colonia di un paese straniero». Come parte di questa strategia, AMLO ha presentato all’ONU ed alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani un reclamo per la violazione dei diritti umani dei migranti messicani da parte del governo statunitense. Oltre a ciò, l’allora candidato alla presidenza del Messico, in piena campagna elettorale, ha svolto un tour degli Stati Uniti, incontrando diverse comunità messicane per promettere loro protezione dalla politica trumpiana. Il risultato di questo viaggio è stato un libro, Oye Trump, una raccolta dei discorsi tenuti da AMLO negli States nei quali smonta il discorso etnico-nazionalista di Donald Trump – arrivando a paragonarne la retorica a quella hitleriana – e denuncia la costruzione del muro come un gesto di aggressione inaccettabile.

L’incontro

Visti i precedenti tra i due presidenti, ha suscitato scalpore la decisione di AMLO di svolgere il suo primo viaggio all’estero in qualità di Capo di Stato proprio nella capitale statunitense, ospite di quel Donald (Trump) che tante volte ha criticato. Dopo il trionfo elettorale, la retorica anti-trumpiana di López Obrador ha iniziato ad ammorbidirsi, tanto da arrivare a guadagnarsi le simpatie di Trump. Minacciato dalla possibilità di dazi doganali del 5% su tutti i prodotti messicani diretti verso gli Stati Uniti, AMLO è sceso a compromessi col suo omologo newyorchese dando vita ad una collaborazione sul fronte immigrazione. Seguendo i nuovi accordi, sono state schierate delle truppe armate della Guardia Nacional al confine meridionale del Messico per bloccare i migranti centroamericani. In questo modo, i richiedenti asilo sono obbligati ad attendere le udienze relative ai loro casi nel lato messicano del confine, seguendo la nuova politica di ObradorQuedate en Mexico – Remain in Mexico” (restate in Messico).

Il pretesto per l’incontro è stato celebrare l’entrata in vigore del nuovo accordo commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico (USMCA o T-MEC) – ovvero una versione modificata del North American Free Trade Agreement (NAFTA) del 1994 (il primo ministro canadese Justin Trudeau ha declinato l’invito di AMLO a prendere parte all’incontro, promettendo di visitare il Messico più avanti). Revisionare quello che Trump ha sempre definito «il peggiore accordo commerciale di sempre» non è stato facile, visto che i leader di Canada e Messico si sono sempre dimostrati riluttanti davanti alla richiesta del loro maggior partnercommerciale di rivedere i termini dell’intesa. Dopo un anno di negoziati però si è arrivati, nell’autunno del 2018, ad un accordo. Il vecchio NAFTA, importante per aver eliminato gran parte dei dazi e delle barriere commerciali tra gli Stati firmatari, ha però causato la perdita di numerosi posti di lavoro negli States – data la possibilità concessa dall’accordo di delocalizzare le fabbriche in Messico, capitalizzando i minori costi di lavoro messicani.

A differenza del precedente, sulla scia di Make America Great Again, il nuovo accordo appare per gli Stati Uniti più protezionista ed orientato ad un maggiore rispetto delle condizioni dei lavoratori. Dal punto di vista messicano, tale revisione dell’accordo è senza dubbio migliore dell’alternativa – ovvero l’eliminazione completa dello stesso, come minacciato da Trump nel 2017. Nonostante negli Stati Uniti la firma del nuovo accordo sia stata ostentata come un grande successo, la Commissione Internazionale del Commercio degli Stati Uniti prevede che l’USMCA aumenterà il PIL del Paese di appena lo 0,35%. Il nuovo trattato include nuove disposizioni volte a consentire libere elezioni a scrutinio segreto per i sindacati, la divulgazione pubblica dei contratti di lavoro su cui i membri del sindacato possono votare, l’esistenza di diversi sindacati in ogni stabilimento e la trasparenza e la responsabilità nelle attività sindacali. Visti i pochi passi avanti fatti in materia negli ultimi decenni, il Messico potrebbe sfruttare il T-MEC per operare una significativa modernizzazione della vita nazionale.

A cosa è servito?

Questo incontro non avrebbe potuto passare inosservato. I rischi corsi da AMLO sono molteplici, primo fra tutti quello di essere – o di risultare – manipolato da Trump. Quest’ultimo, infatti, si trova a dover affrontare una delicata campagna elettorale, aggravata maggiormente dalla mala gestione dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19. Attualmente, il presidente statunitense in carica può contare solo sul voto del 21% dei latini (tale dato risulta ancora più basso se comparato con quello del 2016, ovvero 29%), e senza il voto delle comunità latino-americane può quasi dire addio alla Casa Bianca, dato che essi rappresentano almeno l’11% del voto nazionale – costituendo nel 2020 la più grande minoranza etnica dell’elettorale statunitense.  Per Trump, quindi, una sola foto con AMLO risulta cruciale per rinsaldare il suo rapporto con i latinos.  Per molti risulta emblematica la scelta di López Obrador di recarsi (su un volo commerciale) a Washington al fine di rafforzare le relazioni economiche con il più grande partner commerciale del Paese. Molti giornalisti, alla vigilia del viaggio, hanno fatto presente al presidente AMLO che in ballo c’è ancora la questione della costruzione del muro. In risposta, Obrador ha reso noto che l’agenda bilaterale consta di molti temi che vanno affrontati, ma che tra questi, i due leader si concentreranno su quelli più adatti e consoni all’USMCA.

Il resoconto del viaggio può essere sintetizzato da alcuni passaggi avvenuti alla conferenza stampa dei due presidenti. Trump è apparso con la sua controparte messicana nel Giardino delle Rose delle Casa Bianca, asserendo che il rapporto tra gli Stati Uniti ed il Messico «non è mai stato più stretto» e rivolgendosi ai messicani presenti negli USA con toni positivi – in netto contrasto con il tipico tono ostile che rivolge nei confronti degli immigrati irregolari del Paese. «Gli Stati Uniti ospitano 36 milioni di incredibili Mexican-American citizens. Essi rafforzano le nostre chiese e arricchiscono ogni aspetto della vita nazionale», ha detto il presidente statunitense. Da parte sua López Obrador ha risposto che i due Paesi stanno mettendo da parte le differenze, o stanno cercando di risolverle attraverso il dialogo e il rispetto reciproco (sottolineando come Trump non abbia trattato il Messico da colonia – a differenza di quanto fatto in precedenza), aiutandosi anche nella questione Coronavirus (gli Stati Uniti hanno inviato al Messico 600 ventilatori polmonari, ed altri ancora sarebbero in arrivo). È possibile che AMLO voglia dare un segno positivo di stabilità e fiducia alla comunità imprenditoriale. Il rapporto tra il presidente e gli investitori – dentro e fuori dal Messico – è stato danneggiato dalle misure di austerità e dai cambiamenti di politica economica, come l’arresto della costruzione dell’aeroporto della capitale e l’inversione della politica energetica. Nel 2019 il Messico non ha registrato alcuna crescita; entro il 2020 il Fondo Monetario Internazionale (FMI) prevede una contrazione del 10,5%.

Questa visita pare abbia fatto contenti tutti. Si potrebbe infatti dire che esistano due agende parallele: la prima, quella elettorale, seguita dal Presidente Trump che punta ad essere rieletto il 3 novembre e l’altra, quella economica, portata avanti da Obrador, alla guida di un’economia nazionale che annaspa e che non può permettersi di avere nemici gli Stati Uniti.

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