La “Special Relationship” tra Stati Uniti e Regno Unito sta vivendo una fase travagliata. La differenza di vedute su scottanti temi di politica internazionale, la gestione della Brexit, la corsa alla leadership del partito Conservatore- e quindi la formazione del nuovo Governo britannico-, potrebbero logorare il tradizionale coordinamento politico-strategico tra i due Paesi leader del gruppo anglofono. La recente visita di Trump, maculata da affermazioni intrusive rispetto agli affari interni britannici, ha reso palesi le profonde divisioni tra Washington e Londra. Quali prospettive per «la più solida alleanza che il mondo abbia mai conosciuto»?

Dall’abbandono dell’isolazionismo americano in favore di una proiezione internazionale, ma ancor di più dalla fine della seconda Guerra mondiale, l’idillio anglo-statunitense è stato una costante delle relazioni internazionali moderne. Una certezza che ha contribuito a plasmare l’attuale sistema internazionale. Basti pensare all’abdicazione rispetto al ruolo britannico di potenza globale egemone in favore dell’alleato americano, il quale, negli stessi anni, spingeva gli alleati occidentali ad avviare il processo di decolonizzazione. Da quel momento in poi gli Stati Uniti assumevano il ruolo d’influenza economica, commerciale, ideologica e strategica che da due secoli apparteneva all’Inghilterra. A parte le incomprensioni del 1956, quando gli inglesi non informarono l’alleato americano dell’imminente intervento in Egitto in risposta alla chiusura del Canale di Suez, dubitare della robustezza del cordone ombelicale che legava le due sponde dell’Atlantico sembrava fuori da ogni immaginazione. Tuttavia, dal 2016, e segnatamente con il voto a favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE e la successiva elezione di Trump alla Casa Bianca, tale legame d’amicizia sta assumendo una declinazione del tutto nuova, così come emerso plasticamente dal recente viaggio di Trump nel Regno Unito.

Il presidente Trump a un ricevimento con la regina Elisabetta II Windsor

Dal 3 al 5 giugno il Presidente Trump si è recato in visita ufficiale a Londra (e poi in Irlanda), dove ha preso parte ad una serie di eventi: il tradizionale ricevimento dalla famiglia Reale a Buckingham Palace e le celebrazioni in occasione del 75° anniversario dello sbarco in Normandia. In mezzo ai due impegni, il vertice politico a Downing Street con il dimissionario Primo Ministro inglese, Theresa May. Ancor prima del suo arrivo, il Presidente americano ha esplicitato senza mezzi termini le sue preferenze sui temi che tengono con il fiato sospeso il Regno Unito: la nuova leadership del partito Conservatore–che, in quanto partito di maggioranza relativa, esprimerà il prossimo Primo Ministro- e le trattative per la Brexit, con deadline al 31 ottobre. «Boris Johnson sarebbe un eccellente successore della May», «Farage, il cui partito ha vinto le elezioni europee, dovrebbe negoziare l’uscita dall’UE […] Mi piace molto Nigel. Ha molto da offrire. È una persona molto intelligente. I conservatori non lo coinvolgono. Avrebbero molto da guadagnare coinvolgendolo. Non l’hanno ancora capito». Parole inequivocabili quelle di Trump che, malgrado nella conferenza stampa successiva al vertice con la May abbia definito “ottimo” il lavoro svolto da quest’ultima, ha già individuato nei due sovranisti britannici gli interlocutori ideali della sua amministrazione. Il primo è uno degli 11 nomi in lizza per la leadership dei Conservatori: storico e forte sostenitore del No Deal[1], ha minacciato l’UE di non pagare il conto per il divorzio (39 miliardi di sterline) sottoscritto dal Governo May, qualora non si arriverà ad un accordo più favorevole per il Regno Unito. Sul tema Brexit non sono dissimili le visioni di Nigel Farage. Il leader del vecchio UKIP e assoluto vincitore delle ultime elezioni europee, con il 30% dei suffragi appannaggio del suo Brexit Party, ha avuto un amichevole incontro con il Presidente Trump presso l’ambasciata statunitense a Londra.

Da mesi Trump consiglia di prepararsi ad una Brexit senza accordo, ma questa volta ha rincarato la dose, dichiarando di aver pronto un accordo commerciale “fenomenale” da sottoporre al Regno Unito, una volta completato il divorzio con l’Europa.

La volontà americana di orientare gli affari interni britannici non si esaurisce con i due endorsement, bensì si fa più pressante rispetto ai punti caldi di politica estera su cui la diplomazia di Washington cerca consensi nella comunità internazionale. Il comportamento da assumere nei confronti di Huawei e la crisi nei rapporti con l’Iran sono due temi cruciali sui quali Washington non intende negoziare, ed anzi far valere le sue rigide posizioni. In queste materie, Londra sta mostrando un approccio prudente ed attendista. Sul fronte Huawei, il Regno Unito sta conducendo delle indagini più approfondite prima di escludere il colosso di Shenzen dalla costruzione delle reti 5G, accodandosi così al gruppo anglofono dei “Five Eyes”. L’argomento è così delicato che nelle settimane scorse il Governo May ha dimissionato il Ministro della Difesa per presunte fughe di notizie sulla vicenda, la quale, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe rimanere segreta per una migliore conduzione delle indagini. Ulteriore elemento di divergenza tra Londra e Washington sono i provvedimenti assunti unilateralmente dagli americani nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran. Il Regno Unito è parte contraente dell’accordo JCPOA sul nucleare iraniano ed intende onorarlo; dal canto loro gli Stati Uniti hanno già confermato che le sanzioni secondarie si abbatteranno su qualunque impresa o banca che intratterrà rapporti commerciali con l’Iran. Nessuna eccezione per lo “speciale alleato”. Il Regno Unito ha anche criticato il rafforzamento del presidio militare statunitense nell’area del Golfo. Secondo alcuni diplomatici britannici di stanza nell’area, tali azioni muscolari potrebbero condurre ad una pericolosa escalation, che metterebbe a repentaglio l’accesso alle risorse energetiche e potrebbe pregiudicare la sicurezza delle ambasciate ivi localizzate.

Quali prospettive per la “Special Relationship” alla luce degli elementi presi in esame?

Torna di attualità una celebre frase di Churchill, pronunciata dopo l’adesione del Regno Unito all’organizzazione delle Nazioni Unite: “Una relazione speciale tra gli Stati Uniti e il Commonwealth britannico sarebbe incoerente con la nostra assoluta lealtà verso l’organizzazione mondiale?”. Proprio la negoziazione degli accordi commerciali con l’UE potrebbe risultare decisiva nelle future relazioni politiche tra Washington e Londra. Qualora si avverasse il desiderio di Trump di un nuovo corso politico britannico, orientato a ridurre al minimo i rapporti con l’Europa e con l’opzione No Deal sul tavolo, le relazioni tra USA e UK potrebbero respirare aria nuova ed approfondirsi. Al contrario, poiché gli Stati Uniti sono già il miglior partner commerciale del Regno Unito, questioni di opportunità politico-economica potrebbero indurre Londra a salvaguardare la sua partecipazione al mercato europeo delle persone, delle merci, dei servizi, dei capitali.

Trump e Boris Johnson, conservatore ex sindaco di Londra e Segretario di Stato per gli Affari esteri e del Commonwealth

A fronte dei due scenari, i quali dipenderanno dalle volontà negoziatrici del nuovo Primo Ministro, gli attuali rapporti tra USA e UK paiono più intricati che speciali. Le divergenze di vedute sui punti caldi di politica estera, i nodi politici da sciogliere sul futuro del Regno Unito, il decisionismo e l’assertività di Trump stanno indebolendo quella relazione speciale, presente nella genetica, nella storia, nei valori, nelle battaglie dei due Paesi.

[1] Uscita unilaterale dall’UE senza accordo

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