In una settimana il Perù ha visto succedersi tre presidenti, marce nazionali e scontri tra manifestanti e polizia. Da cosa deriva questa instabilità? 

Da giorni il Perù imperversa sulle testate di politica internazionale a seguito di una serie di dimissioni presidenziali e manifestazioni popolari. Cerchiamo di capire cosa succede nel Paese andino.

 Le dimissioni di PKK

La grave crisi politica che vive oggigiorno il Perù ha inizio nel marzo 2018 con le dimissioni del presidente Pedro Pablo Kuczynsky (detto PPK). Quest’ultimo aveva assunto la carica di Presidente della Repubblica Peruviana nel 2016, vincendo – con il 50,12% dei voti – contro Keiko Fujimori (figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori – detenutoper reati di corruzione e violazione dei diritti umani – nonché ex primera dama del Paese dopo il divorzio dei suoi genitori). Sebbene Kuczynsky avesse vinto concentrando nella sua persona tutti i voti antifujimori, il Congresso continuava ad essere di maggioranza fujimorista, situazione che ha condizionato l’amministrazione di PPK.

Dopo poco meno di due anni di governo, infatti, il Congresso decise di investigare su presunte implicazioni del presidente in relazione allo scandalo di corruzione che aveva investito la Odebrecht – importantissimo gruppo industriale brasiliano – riguardante il più grande sistema di tangenti di questo secolo che ha travolto 12 Paesi latinoamericani. Seppur con non poche difficoltà PPK riuscì ad uscire indenne da questa prima chance del Congresso di destituirlo, grazie soprattutto all’astensione di Kenji Fujimori (figlio dell’ex presidente e fratello di Keiko) e dell’ala “albertista”. Alcuni sociologi peruviani sostengono che l’astensione di Kenji sia stata ripagata con la decisione del presidente di concedere all’ex dittatore Alberto Fujimori l’indulto presidenziale per ragioni umanitarie e di salute.

A differenza del fratello, che pare aver agito per avallare la scarcerazione del padre (attualmente di nuovo in prigione), Keiko Fujimori – secondo uno studioso peruviano – sperava, con l’uscita di scena di Kuczynski, di ottenere un riposizionamento politico. La Fujimori, per raggiungere tale obiettivo pare abbia favorito la diffusione di alcuni video (per questo soprannominati “keikovideos”) rivelatori di una compra vendita di voti tra congressmen, finalizzati adevitare la caduta di PPK; questo, aggiunto alle accuse contro la liberazione di Fujimori fece si che nel Congresso si raggiungessero i voti necessari a sottoporre ad impeachment Kuczynski che decise di presentare le dimissioni, pur dichiarandosi innocente.

Le dimissioni di Vizcarra

Nel marzo 2018, successivamente alla rinuncia di Kuczynski il vicepresidente in carica, Martin Vizcarra, assunse la Presidenza della Repubblica. L’arrivo di Vizcarra non ha attenuato lo scontro tra potere esecutivo e legislativo. Il neo eletto, infatti, come il predecessore PPK, non poteva contare sull’appoggio del Congresso. Stante questa situazione d’impasse Vizcarra decise di sciogliere le Camere e convocare, nel gennaio 2020, elezioni straordinarie. Quest’ultime, però, non furono sufficienti a risolvere la questione poiché dalle urne uscì un congresso inclinato verso destra e molto frammentato, che non risolse le difficoltà incontrate dal presidente. Nonostante i vari tentativi del Congresso di sfiduciare il Presidente, Vizcarra ha continuato con la sua agenda legislativa tentando di far approvare una legge anticorruzione che avrebbe interessato le relazioni tra il mondo politico e quello imprenditoriale.

Secondo alcuni analisti, questa iniziativa avrebbe colpito numerosi parlamentari i quali, alla fine, hanno votato a favore della destituzione del presidente. Questa volta, la mozione per “incapacidad moral è partita dalle dichiarazioni di alcuni testimoni che hanno assicurato che Vizcarra, durante il suo incarico come governatore della regione Moquegua (2011–2014) avrebbe ricevuto delle tangenti. Sebbene l’ormai ex presidente si sia dichiarato innocente e la giustizia peruviana non l’abbia (ancora) imputato per questo caso, il 9 novembre 2020 Martin Vizcarra ha preferito dimettersilasciando il potere, a pochi mesi dalle elezioni nazionali (previste per aprile 2021), nelle mani del Presidente del Congresso Manuel Merino.

Le dimissioni di Merino

 La notizia del passaggio di presidenza a Merino ha dato avvio ad una serie di proteste e manifestazioni pacifiche (i tipici cacerolazos latinoamericani) che si sono protratte per giorni; gli slogan recitati nelle piazze erano tutti contro il nuovo presidente ad interim:“¡Merino, escucha, el pueblo te repudia!” (Merino, ascolta, il popolo ti disconosce!). Sebbene i cortei presenti in varie parti del Paese si stessero svolgendo in maniera pacifica, a Lima – la capitale – la Polizia ha risposto con il lancio di gas lacrimogeni sui partecipanti. Sabato 14 novembre, durante la sesta giornata consecutiva di proteste nazionali sono avvenuti degli scontri tra i manifestanti e la polizia e da questi si sono registrati molti feriti – anche appartenenti alle forze dell’ordine – e due vittime (manifestanti di 22 e 24 anni).

Molti dei partecipanti alle proteste sebbene non appoggino Vizcarra, si oppongono alla decisione presa dal Congresso contro la sua persona, vista come un provvedimento utile solo ad aggravare la crisi politico-economica-sanitaria vissuta attualmente dal Paese. Anche la Comunità Internazionale si dimostra preoccupata sia per l’uso della forza da parte delle autorità peruviane sia per la poca legittimità della decisione presa dal Congresso – tanto che alcuni studiosi sono arrivati a definirlo un golpe. A meno di sei giorni dall’arrivo alla presidenza Merino è stato costretto – dalle rivolte popolari ed internazionali – a rassegnare le dimissioni.

Tre presidenti in una settimana 

Il 16 novembre il Congresso peruviano ha consegnato il Paese nelle mani di Francisco Sagasti, ingegnere ed accademico alla sua prima legislatura, affinché questi possa condurre il Perù alle elezioni del 2021. Il designato è stato tra i pochi deputati a votare contro la destituzione di Vizcarra e questo potrebbe avvantaggiarlo nell’aggiudicarsi il favore del popolo peruviano. Le chiavi di lettura per comprendere la crisi politico istituzionale vissuta dal Perù sono la corruzione e la facilità con la quale il Congresso può destituire il presidente”. Grazie all’articolo 113 della Costituzione peruviana del 1993, il Congresso ha la facoltà di dichiarare vuoto costituzionale – e quindi destituire il Presidente – per incapacità morale: malattia, morte e mancanza di autorità morale per continuare con l’incarico: non è chiaro, però, cosa si intenda precisamente con questa espressione. Sicuramente ciò rende facile al Congresso approvare mozioni per spodestare il Presidente.

Non meno importante si rivela la questione della corruzione: attualmente, 68 di 113 deputati sono indagati per frode. Con gli anni si è costruito un sistema di partiti debole, senza controllo sui finanziamenti pubblici e sulla candidabilità dei membri. Inoltre, con l’intento di porre un freno agli episodi di corruzione, nel 2018 un referendum ha decretato ad uno il limite di mandati per i deputati al servizio del Congresso. Questa disposizione ha avuto, però, l’effetto contrario, inducendo gli onorevoli ad agire molto di più in modo illegale e più rapidamente rispetto a prima. La speranza è riposta ora in questo nuovo governo di transizione, che possa essere alla guida di un processo pacifico che fortifichi la democrazia e la stabilità del Perù.

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Giorgia D'Alba

Giorgia D'Alba

Sono Giorgia D’Alba e per IARI mi occupo di America Latina.Nata a Lecce nel 1995, ho conseguito con il massimo dei voti prima la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali e successivamente la laurea magistrale in Scienze Internazionali presso l’Università di Torino. Ho studiato a Lisbona e a Buenos Aires edho partecipato ad un progetto di ricerca presso l’Istituto Sociale del Mercosur in Paraguay. Appassionata di America Latina, convinta europeista, viaggiatrice.
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