Nel 2016 il patto tra Bruxelles ed Ankara, che ha previsto l’allocazione di 6 miliardi di fondi europei alla Turchia per il trattenimento delle ondate migratorie provenienti principalmente dalla Siria nel paese, avrebbe dovuto risolvere, secondo i policy-makers europei, la cosiddetta crisi migratoria scoppiata nel 2015 attraverso la chiusura ufficiale della Rotta Balcanica. A tre anni dal patto tra UE e Turchia la situazione emergenziale sembra invece essersi semplicemente spostata alle porte orientali dell’Unione Europea: in Bosnia-Erzegovina dove, attraverso i continui respingimenti illegali da parte della Croazia, ormai riversano in condizioni disumane 11.000 rifugiati, ammassati nei campi dei villaggi Bihać and Velika Kladuša, e in Turchia, dove numeri maggiori di rifugiati riversano in condizioni al limite della decenza umana.

L’emergenza umanitaria in Bosnia-Erzegovina aveva già avuto una risonanza mediatica nel 2018, quando la situazione era cominciata a peggiorare ed i numeri di respingimenti dalla Croazia aveva cominciato ad aumentare, per poi avere un impatto più potente a marzo di quest’anno, quando Amnesty International ha pubblicato un report intitolato “Pushed to the edge: Violence and abuse against refugees and migrants along Balkan Route”  in cui ha accusato l’Unione Europea di essere complice della Croazia nei suoi respingimenti illegali verso la Bosnia e di volere creare un limbo legale nel paese in cui trattenere i richiedenti asilo, onde evitare che nuovi flussi migratori possano attraversare i confini esterni dell’UE.

Stesso discorso può essere ricondotto alla Turchia, se pensiamo che proprio il patto tra Ankara e Bruxelles nel 2016 (che avrebbe sancito la chiusura della Rotta Balcanica) faceva parte di un pacchetto di misure emergenziali adottate dall’UE per fare fronte all’isteria collettiva che pervaso il continente nel 2015. Misure sicuramente approssimative e dettate da un’evidente incapacità delle istituzioni europee nell’implementare politiche che seguano un metodo comunitario e non, al contrario, intergovernativo. Politiche comuni che richiedano, appunto, collaborazione e solidarietà tra gli stati membri europei.

In questo pacchetto di soluzioni sciatte e superficiali che è stata l’Agenda Europea sull’immigrazione, è evidente che dominasse il discorso securitario, in cui misure di securitizzazione sono state le uniche ad essere considerate adeguate ad eliminare il “problema” nel modo più veloce possibile. Inserito in questa cornice, infatti, il patto tra UE e Turchia ed il progressivo stanziamento di 6 miliardi di euro, altro non risulta che una soluzione goffa e disattenta portata avanti da crescenti politiche di securitizzazione europee. In questo contesto infatti, proprio come il caso della Bosnia, la Turchia ha avuto il compito, in quanto confine esterno, di proteggere invece la libertà di circolazione tra i confini interni dell’Unione Europea. Il compito, in cambio di soldi e false promesse di allargamento, di proteggere la “Fortezza Europa”, un’Europa i cui confini esterni sono protetti da “minacce” esterne per garantire il corretto funzionamento del progetto di abbattimento di tutti i confini interni.

Tre anni dopo, l’accordo con la Turchia ha mostrato il suo impatto, dimostrando la totale incapacità europea di produrre politiche di asilo e immigrazione efficaci e giuste, portando a sua volta ad altre due situazioni emergenziali umanitarie. Peccato che la Turchia e la Bosnia siano esattamente al di fuori dei confini dell’Unione, quindi poco importa cosa stia succedendo fuori dalla porta di casa. Quello che però sta succedendo in Turchia sembra essere causa anche di una politica estera ed interna del Presidente Erdogan sempre più confusionaria, prodotta dal mix di onnipotenza e paura di perdere il potere del reis.

In questi tre anni, infatti, la Turchia sembra avere sempre svolto i compiti a casa: i flussi sono stati contenuti e gli arrivi in Europea sono diminuiti, peccato però che la Rotta Balcanica non sia mai stata chiusa davvero, ma abbia preso soltanto una nuova strada. Quello che però sta accadendo negli ultimi giorni sta prendendo invece una piega diversa da quella che l’Europa si sarebbe immaginata, perché la Turchia è tornata a fare capricci e minacce.

Già a fine agosto, infatti, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, aveva avvertito l’UE che la ripresa del conflitto a Idlib, nel nord nella Siria, avrebbe portato ad una nuova ondata migratoria verso la Russia. A tale dichiarazione ha fatto eco il presidente Erdogan, il quale ha a sua volta annunciato che la Turchia non è più in grado di poter gestire nuovi arrivi ed a ha minacciato di aprire i suoi confini per dar via di nuovo al flusso migratorio lungo il corridoio orientale europeo se non riceverà ulteriori aiuti e supporti dall’UE nella gestione dei migranti, i quali al momento in Turchia riversano in condizioni umanitarie disastrose. Erdogan ha infatti dichiarato che la copertura finanziaria europea non è sufficiente e che i 6 miliardi promessi nel 2016 ancora non sono stati tutti stanziati e che la Turchia non potrà provvedere ai nuovi arrivi previsti dal Nord della Siria, in cui la Turchia sta cercando di giungere ad un accordo con gli Stati Uniti per la creazione di una zona franca.

Erdogan in fondo sa che i migranti sono una carta da giocare bene per ottenere quello che vuole dall’Unione Europea, dato che ormai i rapporti si sono ormai congelati e l’unico modo per dialogare ormai è attraverso intimidazioni e avvertimenti, sfruttando i punti deboli degli uni e degli altri e cercando di colpirli. Quale minaccia peggiore nei confronti dell’UE se non quella di voler intaccare la sua attuale priorità: la sicurezza.

Forse sarebbe il caso, per l’Unione Europea, di smetterla di fare affidamento su paesi terzi per la gestione dei flussi migratori, smettendo anche di scaricare responsabilità in cambio di soldi sui paesi ai suoi confini esterni. Sono proprio le nuove minacce di Erdogan, infatti, che dimostrano la debolezza di queste misure emergenziali fast-food dell’Unione Europea, come quelle che prevedono il coinvolgimento di paesi terzi per il contenimento degli arrivi. Soluzioni approssimative e inadeguate, che oltre a dimostrare la propria inefficienza nel lungo termine, dimostrano la volontà implicita dell’Unione di volersi togliere il carico di essere la paladina dei diritti fondamentali.

Le politiche securitarie attuate dall’Unione Europea per far fronte alla cosiddetta “crisi” migratoria del 2015, infatti, consistono maggiormente nella collaborazione con paesi terzi piuttosto che nel rafforzamento della collaborazione interna, della solidarietà e del metodo comunitario tra gli stati membri. Questa collaborazione con i paesi terzi (dunque con i paesi che non fanno parte dell’Unione Europea ma che ne costituiscono i confini esterni) non porta ad altro che ad una delegazione di responsabilità nei confronti di questi ultimi, oltre che il completo disinteresse per le condizioni umanitarie degradanti in cui i migranti riverseranno una volta che questo limbo legale al di fuori dei confini dell’UE verrà ultimato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: