Il lockdown che stiamo vivendo è destinato a ridurre drasticamente la crescita globale. Secondo Kristalina Georgieva, Managing Director del FMI, oltre 170 Paesi registreranno una crescita negativa del reddito pro capite nel 2020. Il recupero sarà lento e doloroso e le restrizioni governative atte a prevenire la ricomparsa del virus avranno gravi conseguenze sulla domanda e l’offerta aggregata, ma anche sulla sostenibilità del debito estero di molti Stati. La Cina, da oltre dieci anni è il primo investitore del continente africano. Le scarse condizioni legate ai prestiti hanno favorito l’accesso alle risorse rese disponibili da Pechino a diversi PVS, ma, continuando a richiedere il pagamento degli interessi, la Cina costringerà le nazioni in difficoltà a scegliere tra onorare i debiti contratti o importare beni di prima necessità, come cibo e forniture mediche. L’alternativa è l’acquisizione da parte di Pechino di infrastrutture strategiche.

Come conseguenza della crisi, molti investitori stranieri stanno ritirando capitali dai mercati emergenti, preferendo porti più sicuri. Ad aprile, la fuga di capitali è costata oltre 96 miliardi ai Paesi ospiti degli investimenti. In diversi Paesi africani, come il Sud Africa, il Kenya, l’Angola e la Nigeria, il valore delle valute nazionali sta crollando, complice anche la discesa vertiginosa del prezzo del petrolio, rendendo sempre più difficile il pagamento del debito estero e gli interessi ad esso collegati. Di fronte ad una tale minaccia, diversi Paesi si sono rivolti alle istituzioni finanziarie multilaterali.

Il FMI ha già concesso la sua assistenza ad oltre 30 Paesi in grave difficoltà e sono oltre 100 gli Stati che hanno richiesto un suo intervento. La Banca Mondiale, dal canto suo, ha accelerato i pagamenti per gli aiuti emergenziali. Eppure, nonostante l’importanza degli interventi delle due istituzioni finanziarie, non è abbastanza. Per questo motivo FMI e Banca Mondiale hanno invitato le potenze parte del G-20 a congelarela riscossione degli interessi sui prestiti concessi ai Paesi a basso reddito. Il 15 aprile tutti i membri del Gruppo hanno accettato di sospendere gli obblighi di rimborso in capo ai Paesi debitori fino alla fine dell’anno.

 

La Cina ha firmato l’impegno preso al G-20, ma ha aggiunto eccezioni all’accordo, che, in sostanza, ne inficiano i contenuti. In particolare, ha escluso centinaia di grandi prestiti concessi attraverso la Belt and Road Initiative (BRI). La Export-Import Bank of China (EximBank) ha finanziato oltre 1800 progetti legati alla Belt and Road Initiative in diversi Paesi, per un investimento totale che si aggira attorno ai 150 miliardi di dollari.

Secondo uno studio del Council on foreign relations, tra il 2013 e il 2017, la Cina ha prestato più di 120 miliardi di dollari a oltre 60 nazioni in via di sviluppo attraverso la BRI. Nonostante non sia possibile ottenere cifre esatte a causa dell’opacità delle operazioni finanziarie cinesi, la crescita dei prestiti avvenuta nel 2018 e nel 2019 suggerisce che i debiti dei Paesi coinvolti nella BRI ammontino oggi ad almeno 135 miliardi di dollari. Stati come Pakistan, Etiopia, Sud Africa, Bosnia e Serbia, tutti Paesi strategici per la BRI, hanno contratto prestiti consistenti con la Cina, per cifre che variano dal 4% a oltre il 17% del proprio PIL. Lo stato di Gibuti, snodo strategico tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, ha ricevuto prestiti da Pechino per un ammontare superiore al 75% del suo PIL. Inoltre, data anche la prossimità geografica con il Medio Oriente, non è un caso che ospiti la prima base militare cinese all’estero.

 

Per quando riguarda i tassi di interesse legati ai prestiti, essi si avvicinano molto al livello di mercato, nonostante la Cina parli di “tassi preferenziali”. Per i progetti più grandi, come la costruzione di una rete ferroviaria in Kenya, il tasso di interesse corrisponde a quello di mercato. Per contro, i prestiti elargiti dalla Banca Mondiale ai Paesi a basso reddito prevedono interessi minimi e un rimborso in valuta locale. E dato che la Cina stessa è uno dei maggiori mutuatari della Banca Mondiale, Pechino sta effettivamente beneficiando di risorse a buon mercato mentre al contempo cede, attraverso la BRI, prestiti con un cospicuo margine di profitto.

In aggiunta a ciò, i prestiti cinesi collegati alla BRI si affidano a valute forti, come il dollaro o l’euro. Ma molti degli Stati in debito con Pechino non detengono abbastanza riserve di valuta estera per far fronte ai propri impegni. Lo Zambia, che ha preso in prestito oltre 6 miliardi di dollari dalla Cina, ha riserve adeguate a coprire solo due terzi dei pagamenti previsti per il prossimo anno. Le riserve del Sud Africa, invece, saranno appena sufficienti a pagare i servizi sul debito previsti per il 2020.

Se i Paesi in via di sviluppo non saranno in grado di far fronte ai propri debiti, la crisi economica e sanitaria non farà che peggiorare. La Cina, che sicuramente ha subito un duro colpo dall’epidemia, possiede circa 3 trilioni di dollari in riserve di valuta estera e la sua moneta nazionale non ha subito duri contraccolpi con la crisi. I Paesi mutuatari dei prestiti collegati alla BRI, invece, assistono al crollo delle loro valute, all’aumento generale dei prezzi e alla fuga di capitali dai loro mercati.

 

In una tale situazione, quale può essere lo scenario futuro?

Secondo chi scrive, gli scenari ipotizzabili sono due: il primo, prevede uno sforzo di solidarietà da parte della Cina che, congelando il pagamento dei prestiti da parte dei Paesi in difficoltà, darebbe loro la possibilità di far fronte alle spese richieste dalla pandemia. Il secondo, invece, vedrebbe Pechino fare razzia di infrastrutture strategiche nei Paesi incapaci di far fronte ai prestiti.

Seppur il primo scenario sia quello più razionale, e, in un certo senso, umano, è molto più alta la probabilità che a Pechino prevalga la linea dura. Non sarebbe la prima volta che un Paese rinunci ad una risorsa nazionale per onorare i debiti con la Cina. Lo Sri Lanka, ad esempio, ha ceduto il porto di Hambantota come conseguenza dell’impossibilità di far fronte ai debiti relativi alla sua costruzione. Il Kenya, invece, ha utilizzato il porto di Mombasa, uno dei più grandi e frequentati dell’Africa orientale, come garanzia per un prestito. Nella Repubblica Democratica del Congo, infine, quasi tutte le miniere di rame sono in mani cinesi.

In definitiva, possiamo tranquillamente affermare che quelli cinesi non sono aiuti allo sviluppo, ma vero e proprio neocolonialismo. Questa tesi è facilmente confermabile dai numeri: solo l’1,6% dei prestiti sono destinati a istruzione, sanità e settore agro-alimentare. Seppur i Paesi mutuatari non siano esenti da colpe, l’insostenibilità del loro debito estero, accelerata dalla pandemia, coinvolge il sistema internazionale nel suo complesso. Un default a cascata dei Paesi africani più esposti rischierebbe di compromettere gli ultimi trent’anni di sviluppo del continente, incrementando in modo esponenziale la povertà e, inevitabilmente, i flussi migratori. Chi subirà indirettamente questi fenomeni non sarà Pechino, ma l’Unione Europea. Col senno di poi, l’impegno e le risorse destinate allo sviluppo dei PVS da parte dell’Occidente non sono state adeguate e lungimiranti. Le cancellazioni dei debiti di alcuni Stati in difficoltà, avvenute vent’anni fa in occasione del Giubileo, non hanno risolto il problema perché non sono state seguite da un programma di sviluppo socio-economico sostenibile nel lungo periodo.  Ma ora è troppo tardi. Dove non arrivano Stati Uniti ed Europa arriva la Cina

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