La recente corsa alle armi di Pechino e Taipei è un forte segnale che gli equilibri della regione stanno cambiando. Quanto è realistico che un’escalation nei rapporti tra i due paesi, e nei rapporti tra RPC e USA, possa degenerare in un conflitto armato?

I fatti

Nel mese di agosto una serie di esercitazioni militari eseguite dall’Esercito Popolare di Liberazione cinese ha allarmato la comunità internazionale che guarda con preoccupazione al deteriorarsi delle relazioni tra Cina e USA temendo che sarà Taiwan a pagarne il prezzo. In particolare, una serie di esercizi militari è stata condotta nell’ultimo mese da Pechino con l’obiettivo di dimostrare la propria forza militare e scoraggiare una qualsiasi azione di Taipei verso una maggior indipendenza de jure. Recentemente, la RPC ha aumentato le esercitazioni navali nello Stretto di Taiwan, a nord e sud dell’isola e a inizio agosto due jet dell’aeronautica militare cinese hanno oltrepassato il confine aereo in risposta alla visita ufficiale a Taipei di Alex Azar, Segretario della Salute USA. Dall’altra parte dello Stretto, la postura più attiva della Cina sta spingendo Taiwan a rivalutare le sue priorità e investire maggiormente nel settore militare in vista di un eventuale conflitto armato. In questo senso, il governo taiwanese ha recentemente annunciato un aumento del 10% nel budget dedicato alla difesa, portando le spese militari al 2% del PIL. Oltre a questo, Taiwan ha finalizzato un accordo con gli USA per l’acquisto di 66 jet americani F-16 per un totale di 8 miliardi di dollari. A fronte di una Cina sempre più esplicita, la sicurezza nazionale diventa una priorità assoluta per Taiwan; tuttavia, nell’eventualità di un conflitto militare tra RPC e Taiwan, un terzo attore si configura come una grande incertezza, gli Stati Uniti.

 

Gli snodi

Nelle Relazioni Internazionali, i Complessi di Sicurezza Regionali (CSR) possono essere definiti come schemi stabili di interazione che si creano in zone geograficamente coerenti con una elevata interdipendenza in ambito di sicurezza[1]. Nel CSR asiatico, niente rappresenta un punto critico quanto il nodo di sicurezza dato dalla relazione tra Repubblica Popolare Cinese e Taiwan. Si tratta di una relazione complessa che coinvolge attori esterni alla regione e dinamiche geopolitiche profondamente delicate che, se dovessero degenerare, potrebbero avere conseguenze deflagranti a livello globale.

 

[1]  Buzan, Barry; Wæver, Ole (2003). Regions and Powers: The Structure of International Society. Cambridge, United Kingdom: The Press Syndicate of the University of Cambridge.

 

Dal 1949, quando il governo nazionalista guidato dal Kuomintang è fuggito sull’isola di Taiwan, a seguito della sconfitta subita nella guerra civile contro il Partito Comunista Cinese (PCC), la situazione di ambiguità politica in cui versa l’isola si è fatta sempre più esplicita: da una parte Taiwan ha visto la propria economia crescere, assumendo una postura sempre più indipendentista, dall’altra è considerata da Pechino come una provincia ribelle parte del territorio cinese e ha gradualmente perso il riconoscimento come paese autonomo presso le istituzioni internazionali. Mentre ovviamente per Taiwan un ritorno sotto la sovranità cinese significherebbe una regressione inaccettabile verso forme di governo non democratiche, per il PCC la riunificazione dell’isola con la mainland cinese rappresenta un obiettivo irrinunciabile per molteplici ragioni. Dal punto di vista geopolitico, avere il controllo sullo Stretto di Taiwan e sullo Stretto di Luzon significherebbe avere un dominio praticamente incontrastato dell’Asia sud-orientale, dato che i due Stretti sono le principali vie di comunicazione per raggiungere il Giappone del Sud e le Filippine. Vi è poi una motivazione fondamentale legata alla legittimazione interna del PCC, il quale non può rinunciare alla sua pretesa sull’isola. Per soddisfare i sentimenti nazionalisti Pechino architetta rivendicazioni apparentemente credibili basate sulla forza del proprio apparato militare, rafforzato dagli anni ’90 in poi.

In tutto ciò, il conflitto armato negli ultimi 40 anni è stato scongiurato grazie al ruolo degli USA negli equilibri regionali, volto al mantenimento dello status quo. Fino alla fine degli anni ’70, la comunità internazionale ha riconosciuto la Repubblica di Cina, e cioè Taiwan, come la legittima rappresentante del popolo cinese, mentre la Repubblica Popolare Cinese guidata dal PCC era considerata come una usurpatrice della volontà popolare e illegittima rappresentante del popolo. Con la distensione delle relazioni tra RPC e USA a fine anni ’70 e con il sempre maggiore coinvolgimento della RPC nella comunità internazionale, Pechino ha lentamente sostituito Taipei in tutte le organizzazioni internazionali. Nel 1979, con il Taiwan Relations Act, gli USA hanno ufficializzato il proprio ruolo di garante dello status quo: non avrebbero appoggiato alcuna azione unilaterale di Taipei verso un’indipendenza de jure, ma allo stesso tempo ne avrebbero preservato l’indipendenza de facto, scoraggiando qualsiasi intervento armato da parte di Pechino volto a turbare il precario equilibrio regionale.

Prospettive

Se è vero che gli Stati Uniti si sono dimostrati negli ultimi quattro decenni un fondamentale stakeholder per gli equilibri sullo Stretto e in generale nella regione, è anche vero che il recente deterioramento delle relazioni con la Cina potrebbe avere importanti conseguenze sullo status quo che hanno finora tentato di preservare. Le dimostrazioni di forza da parte di Pechino, attuate nell’ultimo mese attraverso le numerose esercitazioni militari, non sono altro che la punta dell’iceberg di un conflitto non armato le cui potenzialità sembrano allarmanti. Il già precario equilibrio regionale, con una Cina sempre meno accondiscendente e sempre più determinata verso una totale riunificazione dei propri territori, come dimostrato dalla legge sulla sicurezza recentemente ratificata a Hong Kong, è reso ulteriormente incerto dalla posizione più assertiva di Washington che sembra voler provocare la Cina a tutti i costi.

Il 10 agosto scorso, Alex Azar, Segretario della Salute USA, è stato in visita ufficiale a Taipei: si è trattato della visita di più alto livello di un funzionario statunitense dal 1979. Oltre a questo evento, il 31 agosto, David Stilwell, Sottosegretario di Stato per l’Asia Orientale e il Pacifico, ha annunciato una maggior cooperazione economica tra Taipei e Washington nell’ottica di una relazione bilaterale sempre più profonda tra i due Paesi. Sembrerebbe che nella competizione tra Pechino e Washington, accesa dalla trade war, dalla gestione della pandemia e da questioni relative ai diritti umani, l’avvicinamento degli USA a Taiwan non sia altro che una mossa attuata al puro scopo di frustrare Pechino, la quale non ha esitato a esternare il suo disappunto.

L’amministrazione Trump ha assunto una posizione apertamente provocatoria sulla questione Taiwan, sottolineando la necessità di una maggior cooperazione tra i due paesi e di una maggior integrazione e riconoscimento dell’isola a livello internazionale. Questa posizione è in chiaro contrasto con le esigenze di Pechino che non ha alcuna intenzione di indietreggiare su questioni relative alla propria sovranità nazionale. Ma quanto è probabile l’escalation in un conflitto armato? Sicuramente visto l’alto costo internazionale, il conflitto aperto non è l’opzione più conveniente per Pechino, che ha ancora molti altri strumenti a sua disposizione per aumentare la pressione sull’isola. Ma una mossa troppo drastica da parte di Washington nel supportare l’indipendenza di Taiwan o nello stringere un’alleanza militare potrebbe facilmente degenerare nel conflitto a cui la Cina si sta apertamente preparando da anni. Dall’altra parte, anche Taiwan non mostra alcuna intenzione di volersi piegare alle minacce cinesi, forte di un sentimento nazionalista taiwanese sempre più profondo che rifugge l’unificazione con la mainland cinese.

L’incognita in questa situazione restano gli Stati Uniti: un eventuale coinvolgimento degli States nel conflitto sullo Stretto potrebbe fare da deterrente per Pechino? Per il momento Washington continua a perseguire quella che appare come una politica di ambiguità: Taipei rimane per gli USA un baluardo fondamentale per gli equilibri della regione, nonché per la propria credibilità in quanto suo alleato. Allo stesso tempo, un coinvolgimento diretto di Washington nel conflitto militare sarebbe molto difficile da gestire sul piano logistico e su quello temporale così come a livello di politica interna visto che significherebbe impiegare, e perdere, manpower e fondi statunitensi nella difesa di una lontana isola del mar Cinese Orientale in un momento in cui il paese è consumato dalla pandemia, dalla recessione economica e da un’aggressiva campagna elettorale.

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