Parlare di “Gioco a Due Livelli” all’interno della disciplina dell’Analisi della Politica Estera significa portare l’attenzione a metà tra le dinamiche delle relazioni internazionali tra stati e le relazioni tra sfera domestica e il governo del paese, responsabile delle decisioni a carattere internazionale.

In pratica, si va ad osservare quale sia il rapporto tra i decisori e i gruppi di pressione, il tessuto economico-industriale e tutti quei soggetti in grado di influenzare la politica estera di un paese con lo scopo di comprendere la ragione di determinate operazioni.

Ovviamente, questo approccio risulta parziale nel comprendere l’intera linea di politica estera di un paese ma ci permette di trovare una delle tante bussole in grado di farci capire le direttrici fondamentali per alcune amministrazioni. Molto è stato scritto in merito al Covid-19 e all’impatto che ha avuto sulla Cina e sulla sua politica estera. La BBC, ad esempio, a febbraio riportava le parole di Bonnie Glaser direttore del China Power Project al Center for Strategic and International Studies (CSIS) il quale sosteneva che la percezione che il popolo cinese e la comunità internazionale avranno di Xi Jinping dipenderà dalla durata dell’emergenza stessa e sull’impatto che essa avrà sull’economia del paese. Glaser sostiene anche che la popolazione non cesserà di criticare il PCC per aver coperto le iniziali avvisaglie di un’emergenza globale.

Questo primo commento durante il periodo nel quale il mondo si rendeva conto della situazione e della sua gravità (risale a più di un mese fa) testimonia i due teatri ai quali la Cina pone la sua attenzione in questo momento: l’opinione pubblica dei cinesi (in patria e non) e quella della comunità internazionale. È interessante, però, notare come sia in realtà l’attenzione alla stabilità sociale domestica il più grande dilemma che il paese sta affrontando ad oggi; infatti, benchè le azioni di aiuto (la nuova “via della salute” o “health silk road” come è stata chiamata) abbiano certamente valore umanitario, sembrano essere funzionali soprattutto a convogliare un certo tipo di messaggio ai propri cittadini (e, conseguentemente, al mondo).

Ci sarebbe molto da sottolineare in questo cambio di passo (recente) del governo cinese, cambiamento che, però, non ha avuto origine durante lo scoppio della nuova pandemia. Nel 2017, Wang Chao, rappresentante di Save the Children China, durante un workshop sulla nuova normativa del registro nazionale per le ONG internazionali, disse: “China has begun to shift from being a receiver of aid to being a provider”. Una frase che chiarisce come il paese, ancora una volta, abbia iniziato a muoversi su un teatro ad esso precedentemente precluso: l’aiuto umanitario, come paese in grado di dare assistenza e non soltanto di riceverla. Un processo definito come 走出去 (zou chu qu), letteralmente “Going Out”. Un’ attività certamente inquadrabile in un discorso di “soft power” umanitario in grado di contribuire alla creazione di maggior status nazionale, in una fattispecie che era considerata fino a poco fa di “western dominance”.

Il 28 febbraio l’agenzia di stampa Xinhua ha riportato la prossima uscita di un libro chiamato “La grande Guerra all’epidemia” 大国战“疫”(da guo zhang yi) che, si legge, spiegherà e racconterà dell’ineccepibile leadership di Xi Jinping come conduttore di una Grande Potenza nella battaglia contro il virus. Tutto questo con l’obiettivo di comunicare i “vantaggi significativi del sistema cinese di leadership e del socialismo con caratteristiche cinesi” illustrando come la “leadership centralizzata e unificata del Comitato Centrale del PCC, con il compagno Xi Jinping”, abbia vinto la “grande guerra” contro il virus.

 Un report investigativo di La Croix International ha raccontato inoltre che alcune informazioni confidenziali provenienti dal governo di Pechino siano state inviate alle ambasciate cinesi nel mondo con lo scopo di comunicare l’intenzione di “riscrivere” l’origine del virus e di convincere gli individui favorevoli alla posizione cinese di non identificare mai lo stesso come tale. In questo frangente si possono collocare le parole di Zhao Lijian (13 marzo), portavoce del Ministero degli Esteri cinese nel convogliare l’idea che siano stati gli Stati Uniti a portare il virus in Cina. Allo stesso modo, la rivalutazione in positivo da parte del Partito della figura del dottor Li Wenliang, accostandola allo stesso e descrivendola come un suo buon membro, sembrerebbe mirata a creare un sostrato narrativo che possa riqualificare il nome del PCC nei confronti della comunità internazionale ma soprattutto della stessa popolazione. 

Parlando di simboli, in quello che oggi viene visto come il “momento Suez” per gli USA (ricordando nel 1956 un punto saliente della decadenza del ruolo inglese a livello globale), al contempo il Dr. Li viene affiancato alla figura del “Tank Man” di Tienanmen (1989), segnando nuovamente un momento di rottura tra la società e la leadership del partito. Punto che, ad oggi, esso vuole ricucire più che mai. Questo avviene oggi tramite un indebolimento della figura del principale rivale sistemico, gli USA, attraverso una vasta campagna di sensibilizzazione alla situazione cinese corredata da forti attacchi verso l’esterno e da una forte retorica interna, di cui la visita di Xi Jinping a Wuhan il 10 marzo è stato un forte simbolo comunicativo condiviso e già ampiamente utilizzato dalle precedenti leadership partito.

 

Il tutto, quindi, sembra indirizzato a riacquisire il controllo di un paese ad oggi gravemente ferito con un’economia rallentata, che causa ulteriore preoccupazione ai ranghi del PCC in quanto il patto tra popolazione e governo si basa, anche e proprio, sulla stabilità del sistema e sul miglioramento delle condizioni di vita di ogni cinese. Come ha suggerito Taisu Zhang, professore di Legge all’università di Yale “The best and perhaps only way for the Party-state to make an even semi-plausible case of this sort is to draw attention to even worse conditions abroad. Not only does this make the domestic response better by comparison, but it also activates Chinese nationalism as a potential source of social support.”

 

La trasformazione che la narrativa della situazione ha successivamente sperimentato, essendo stata definita come la “guerra del popolo” contro il virus, sembra confermare l’intenzione di compattare l’opinione pubblica verso una visione positiva delle azioni del proprio governo, solleticando i sentimenti patriottici dei cinesi. Ovviamente si tratta anche e soprattutto di una “information war” per il controllo dell’opinione, allontanando le voci dissonanti dai media cinesi e rinforzando la retorica a protezione della stabilità del sostegno diffuso. “I messaggi di stato ottimistici, seppure emotivi, lasciano l’impressione che i cittadini altruisti, l’unità nazionale e la leadership illuminata trionferanno inevitabilmente in Cina, poiché la lotta contro il virus si muove oltre i confini del paese”, ha affermato Ashley Esarey, specialista in Media cinesi all’Università di Alberta. Il cuore dell’approccio, come suggerito da Elizabeth Economy, direttrice dell’Area di Studi Asiatici del Council on Foreign Relations a NY, è soffocare ogni critica fornendo al contempo modelli positivi e mostrando il partito come l’unica vera speranza della Cina.

 

Lunedi 23 marzo Joseph Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha espresso la sua preoccupazione in merito alla “Battaglia di narrative” nella lotta al Covid-19, definendo il virus e la conseguente generosità cinese come elementi geopolitici rilevanti. Tuttavia, in questo momento potrebbe non essere chiaro l’alto valore che la Cina dà alla sua stabilità domestica e alla solidità delle relazioni Stato-Partito, valutandole come interesse nazionale ben al di sopra di ogni altra cosa. Dunque, forse, più che di espansionismo si potrebbe parlare di autoconservazione.

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