L’ennesima visita di Xi Jinping in Russia viene magnificata come indice di un (supposto) sodalizio ormai consolidato tra Cina e Russia, con ripercussioni sul piano diplomatico e su quello economico-energetico. In realtà, quello tra Pechino e Mosca, più che un’affinità elettiva, sembra un matrimonio di convenienza – con un occhio ad Est ed un altro ad Ovest.”

Qualcuno è solito collocare l’inizio della fine dell’Unione Sovietica in quella scenograficamente drammatica sera di giovedì, 9 novembre 1989: decine di migliaia di berlinesi dell’Est si riversarono ad Ovest per abbracciare i concittadini occidentali. Nel 1990, la Germania sarebbe stata riunificata; nel 1991, l’URSS della uskoreniye (“apertura”) gorbacheviana sarebbe divenuta il passato. Tuttavia, il crollo della doppia fortificazione in cemento armato fu solamente in parte cagionato dalla “demolizione popolare” (anche in cerca di memorabilia). Condizione imprescindibile affinché si arrivasse alla svolta di fine ‘900 era infatti l’intrinseca fragilità di un altro “blocco” – che tale, in realtà, lo era stato solo per la prima metà del XX secolo: quello comunista tra sovietici e cinesi.

La spada di Damocle sulla testa della leadership moscovita pendeva già dal 1972, quando il presidente statunitense Richard Nixon si recò in visita a Pechino per incontrare il premier cinese Zhou Enlai ed il “Grande Timoniere” Mao Zedong. In ossequio alla più schietta realpolitik, Stati Uniti e Cina mettevano da parte le (marcate) idiosincrasie reciproche per far fronte al nemico comune russo, segnando forse inequivocabilmente il destino di quest’ultimo. Un accordo – quel Comunicato di Shanghai – che fu un autentico capolavoro di diplomazia dell’équipe guidata da Henry Kissinger. Decisamente curioso se si considera che lo scisma sino-sovietico era stato occasionato due decenni prima – oltre che da pragmaticissimi screzi strategici – anche da supposte tendenze sin troppo filo-occidentali da parte di Mosca, bollate da un’integralista Pechino come “revisionismo marxista”. Per l’URSS, dunque, si aprì un secondo fronte: dopo quello con gli USA per il dominio ideologico globale, quello con la Repubblica Popolare per l’influenza nel mondo comunista.

Quello appena menzionato è uno scenario storico da tenere in dovuta considerazione quando si parla di convergenze – o presunte tali – tra la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping. Differentemente da allora, a fare la parte del leone non è più lo Stato più esteso al mondo, bensì quella che con il “socialismo di mercato” inaugurato da Deng Xiaoping è stabilmente la seconda economia globale. Dalla crisi di Crimea in poi, paiono essersi elevati a potenza i fronti di cooperazione tra Mosca e Pechino: da quello energetico a quelli politico e militare. I gasdotti “Power of Siberia” – dalla Siberia orientale alla Cina – e “Altai” – in costruzione nella Siberia occidentale – sembrano però frutto di un’elementare equazione mercantilista, anziché di una concertata strategia anti-atlantica: la Cina ha urgente bisogno di energia da dare in pasto alla sua economia, e la Russia ha impellenza di esportarla per rimpinguare le sue finanze pubbliche.

Sul piano diplomatico, sovente le posizioni cinesi e russe collimano – ma tale convergenza, più che una vera e propria partnership, assume i caratteri sfumati di una joint-venture o di una società di mutuo soccorso. Beninteso, la circostanza che pone Mosca e Pechino come principali antagonisti di Washington nell’attuale scenario globale ha ovviamente spinto le rispettive amministrazioni a far fronte comune – per quanto possibile. Tuttavia, è appunto principalmente la presenza del nemico comune statunitense a rendere attualmente conveniente la parziale coesione. Propaganda impacchettata per Bruxelles e Washington a parte, a Mosca sanno che ogni possibile partnership stabile con Pechino vedrebbe come condizione fisiologica la subalternità dell’economia medio-grande russa a quella gigantesca del vicino cinese. Lo sanno anche a Pechino, dove hanno scelto un approccio fondamentalmente diverso – e verosimilmente più efficace nel lungo periodo – da quello russo per sfidare il dominio statunitense. Per parafrasare la cruda analisi della RAND Corporation in merito: “la Russia è una potenza ribelle, ma non di pari livello; la Cina è una potenza pari, ma non ribelle”. Se la Russia può intimidire gli Stati Uniti in quanto (ancora) minaccia più immediata alla sicurezza nazionale di questi ultimi, è altrettanto vero che non ha mezzi efficaci per scalfire la primazia economico-militare globale a stelle e strisce. La Cina, invece, sì – rappresentando al contempo una minaccia militare (ancora) regionale ed un serio competitor economico globale.

Le “nuove vie della seta” cinesi in Eurasia e altrove. Fonte: Southfront 2017

Non sconvolge la decisione del Cremlino di affidare alla cinese Huawei lo sviluppo della rete 5 – G in Russia (con la partecipazione della russa MTS), in un accordo suggellato a margine dell’incontro tra Xi ed il suo “migliore amico” Putin ad inizio giugno. Il presidente cinese ha partecipato come ospite speciale al Forum Economico di San Pietroburgo – che, assieme al forum del Club Valdai, costituisce il principale ritrovo di esperti e governanti nella Federazione. la Cina è oggi il primo mercato per l’export russo mentre quello cinese è incanalato piuttosto verso Stati Uniti, Asia orientale e Europa(dazi permettendo). È proprio nel cosiddetto “Occidente” che si sta consumando lo scontro tra statunitensi e cinesi – con i primi impegnati a chiudere ermeticamente le possibilità di penetrazione del Dragone nel Vecchio Continente ed oltre, facendo leva su una rete di alleati euro-americani più o meno fedeli (“One Belt One Road” e telecomunicazioni docent).

Quello sino-russa, più che un’affinità elettiva goethiana, sembra un matrimonio di convenienza – celebrato con un occhio ad Est ed un altro ad Ovest. Se per entrambe una joint-venture diplomatico-economica è un’opzione win-win a breve termine, a lungo andare gli interessi strategici delle due potenze presentano elementi di scontro: entrambe ritengono fondamentale proiettarsi in Asia Centrale ed Europa, nonché in Africa. Il progetto cinese delle “nuove Via della Seta” va esattamente in quella direzione, e Mosca non pare possedere i mezzi finanziari per compiere qualcosa di analogo.

È d’altronde difficile che un popolo letterariamente conosciuto per la sua fierezza – quello russo – si rassegni ad un ruolo da subalterno. Il Cremlino non vuole aiutare un altro “nemico” alle porte di casa – considerando che la sindrome dell’accerchiamento (e dell’attacco preventivo) da Est ed Ovest è da sempre una costante della storia russa.

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