Questa settimana in Medio Oriente:

  • Proposta francese all’Iran e reazione USA
  • L’accordo sul nucleare sempre più a pezzi
  • In Yemen c’è un nuovo fronte
  • L’ONU e i crimini occidentali in Yemen
  • Tensioni tra Israele e Libano. Che succederà?

Il (fallito) attivismo francese nel Golfo Persico.

La minaccia iraniana di procedere al 3° step a discredito dell’accordo sul nucleare del 2015 è arrivata poco dopo l’intervento del funzionario del Dipartimento di Stato Brian Hook, il quale ha ridimensionato e di fatto liquidato la proposta francese su una linea di credito di 15 miliardi, finanziata dai paesi europei, in cambio del ritorno agli impegni presi nel 2015 e dello stop al finanziamento di “attività terroristiche”. Il ministero degli esteri francese ha chiarito che la proposta avrebbe dovuto avere l’approvazione da parte americana. Tuttavia l’amministrazione Trump conferma di voler far da sola. Gli Stati Uniti mantengono una parziale apertura verso vaghi “talks” con l’Iran (compreso l’interessamento di Trump verso la proposta di Macron), elogiano la preoccupazione dei potenziali mediatori per ridurre le tensioni, ma l’unica tattica che viene effettivamente messa in atto è quella della “massima pressione”, scartando di conseguenza le varie “intromissioni” (prima Giappone, ora Francia). Gli altri stati sono utili a Washington solo nel momento in cui seguono la linea americana e aderiscono alla coalizione intenta a preservare il libero passaggio nello stretto di Hormuz, come hanno fatto Bahrain, Australia e Regno Unito.

Il terzo stepback dell’Iran

Delusi dal mancato progresso della proposta francese l’Iran ha annunciato che se i paesi europei non proteggeranno l’esportazione di petrolio darà avvio al 3° step per ridurre la conformità ai termini dell’accordo sul nucleare. Il nuovo passo riguarderà la ripartenza delle centrifughe, utili per accelerare l’arricchimento dell’uranio. Il limite sotto l’accordo era del 3,67%, già superato. La mossa mira a mettere ulteriore pressione verso i paesi europei. Secondo Teheran, come firmatari dell’accordo, Francia, Germania e Regno Unito non stanno facendo abbastanza per attivare il meccanismo INSTEX per aggirare le sanzioni USA sull’export di petrolio. La parziale risposta europea è che i maggiori consumatori di petrolio iraniano sono paesi orientali, quali Cina, India e Giappone. Il meccanismo europeo, anche se dovesse funzionare, non può sostenere l’economia iraniana. L’altra motivazione dello “stepback” è rivolta al futuro negoziato con gli Stati Uniti. Rispettando i termini dell’accordo l’Iran non avrà nessuna carta negoziale per strappare concessioni dagli Stati Uniti. Dunque la pressione iraniana asseconda coerentemente il grado di tensione innescato da Washington.

La frattura tra EAU e Sauditi in Yemen

La bussola degli Emirati Arabi Uniti ha mirato costantemente verso l’indipendenza della strategia e dell’interesse nazionale. La visione realista di Abu Dhabi è stata particolarmente acuta in Yemen, in cui gli EAU sono intervenuti nella coalizione a guida saudita per combattere gli Houthi sciiti e la presunta influenza iraniana. Lo scopo strategico dell’intervento è stato sostanzialmente quello di assicurarsi il controllo sul fondamentale stretto di Bab Al-Mandeb tramite il sostegno ai separatisti yemeniti raccolti nel Consiglio Meridionale di Transizione. Un importante snodo che ha visto il combattimento tra le truppe separatiste e tra quelle governative fiancheggiate dai sauditi è stato il porto di Aden, punto di sorveglianza del citato stretto e attualmente nelle mani dei separatisti. Mentre l’Arabia Saudita ha aumentato le truppe destinate a combattere i separatisti nel sud, gli Emirati Arabi Uniti hanno cominciato a ridurre il loro apporto in vista della crescente pressione internazionale nei confronti dei crimini di guerra commessi in Yemen. Al contrario l’Arabia Saudita si ritrova impantanata in una guerra che non riesce a vincere e con il terrore, nel caso di un disastroso ritiro, del consolidamento di uno Stato filo-iraniano alla frontiera meridionale.

Stati Uniti, Francia, Regno Unito in Yemen: complici di crimini di guerra?

Un report ONU pubblicato il 3 settembre riporta la grave crisi in cui si è abissato lo Yemen. Circa l’80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari, le violenze, gli stupri, i bombardamenti sui civili hanno distrutto il paese. Secondo l’Armed Conflict Location and Events Dataset dall’inizio della guerra nel 2015 ci sono state 91.100 vittime, di cui 11.700 civili. Il report indica che la maggiore responsabilità è sulle spalle della coalizione a guida saudita, additando come complici anche i paesi esportatori di armi. Da un lato l’Iran che sostiene e finanzia gli Houthi sciiti, dall’altro in particolare Francia, Regno Unito e Stati Uniti, i quali sostengono la coalizione saudita-emiratina. Nel 2018 le vendite francesi totali di armi ammontavano a 9.1 miliardi di euro, di cui 1 miliardo all’Arabia Saudita, mentre i più grande fornitori di armi rimangono gli Stati Uniti, nei quali i maggiori beneficiari sono stati General Dynamics, Ratheon e Boeing.

Tensioni al confine Israele – Libano. Conflitto in arrivo? (Da Marco Limburgo, 1 settembre)

… la tanto attesa risposta di Hezbollah ai raid israeliani di questa settimana è arrivata. Dalle posizioni libanesi del “Partito di Dio” sono partiti, questo pomeriggio, colpi di artiglieria diretti contro la base militare di Avivim e un ambulanza militare. e reazioni all’interno di Israele e Libano sono diverse: il primo ministro Netanyahu… ha evocato una pronta risposta nel mentre della visita di stato del presidente honduregno impegnato a inaugurare un ufficio diplomatico a Gerusalemme. Il maggiore avversario di Netanyahu, il generale Benny Gantz ha sospeso la campagna elettorale a due settimane dalle elezioni a causa della precaria situazione securitaria… Dall’altra parte del confine, il primo ministro libanese Saad Hariri ha avuto un colloquio telefonico con il segretario di stato americano Mike Pompeo e con la cancelleria francese del presidente Macron alla ricerca estrema di tentativi di mediazione tra le parti. La nuova situazione di incertezza al confine settentrionale potrebbe avere risvolti e trascinare lo stato ebraico e i proxies iraniani in una nuova e devastante guerra. Al momento, stante la mancanza di vittime civili e militari israeliane, la reazione dell’esercito della Stella di David è stata decisa ma non cosi ampia come si auspicava. Se Hezbollah procederà con ulteriori provocazioni non si potrà escludere che l’amministrazione ebraica si imbarchi in un nuovo conflitto con l’obiettivo di eliminare per sempre la minaccia del gruppo paramilitare sciita. Un conflitto incerto stante la provata abilità sul campo di Hezbollah e l’esperienza fallimentare del breve conflitto del 2006.


* Shamal è un caldo vento estivo che investe il golfo persico, la penisola araba e parte del levante

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