• Conta davvero sapere chi è l’autore?
  • Quali sono le carte di Teheran?
  • Quali sono le opzioni di Stati Uniti e alleati del Golfo?
  • Perché colpire l’Arabia Saudita?

Le incertezze riguardanti l’attacco agli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq e Khurais non riguardano solo il reale autore dell’attacco, ma anche le implicazioni che esso avrà nelle relazioni internazionali della regione. Gli Houthi yemeniti hanno rivendicato l’operazione; tuttavia l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno incolpato l’Iran, il quale nega. Se la Repubblica Islamica dovesse essere l’autrice ciò non sarebbe sorprendente dato che Rouhani ha più volte sottolineato che se non sarà permesso all’Iran di esportare il proprio petrolio, neanche gli altri produttori del Golfo dovranno essere più in grado di farlo. Gli Stati Uniti hanno avviato una guerra economica per schiacciare la volontà iraniana e ridurla al tavolo da una posizione di debolezza. L’Iran risponde colpo su colpo e asseconda l’escalation voluto dagli americani. Nella prospettiva iraniana, l’aumento dell’instabilità nello stretto di Hormuz ed ora l’attacco agli impianti sauditi fanno sì che gli americani perdano l’incentivo a montare il caso iraniano dato che l’obiettivo di ridurre l’Iran in una posizione di debolezza non si avvera, ed in più l’unico effetto è il ripercuotersi negativo sugli stessi alleati degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita.

Come più volte è stato ripetuto, l’Iran e gli Stati Uniti non hanno interesse alla guerra. Il lancio dei droni verso il territorio saudita potrebbe essere inteso come un tentativo di portare gli americani a più miti consigli. Le opzioni americane potrebbero riguardare target mirati su postazioni iraniane. A tal proposito l’Iran avverte che una rappresaglia contro target iraniani porterebbe a un “all-out war”. Quest’ultimo avvertimento è chiaramente data dalla necessità di scoraggiare un’operazione militare che potrebbe non essere confinata a un’azione limitata.

Un altro fattore da interpretare è la tempistica. Teheran è cosciente che l’elettorato americano non vuole una nuova guerra nella regione. Dopo aver promesso di rendere ancora più remoto il controllo da parte della potenza egemone, Trump non può presentarsi alle elezioni presidenziali 2020 con una guerra insensata in Medio Oriente. Teheran potrebbe aver alzato il tiro proprio per fare leva sulla vulnerabilità americana e sulla difficoltà che avrebbe nel promuovere una rappresaglia che potrebbe portare a una guerra non voluta. L’Arabia Saudita è il target perfetto per mettere alle strette la potenza americana in quanto anello più debole dell’alleanza anti-persiana. La più grande monarchia del Golfo è pressata a livello economico, sociale e internazionale per due grandi motivi: la guerra in Yemen e la difficoltà sperimentata nel diversificare l’economia del regno e fronteggiare l’assistenzialismo tipico delle petro-monarchie. Avendo dimezzato la produzione petrolifera i sauditi sono stati avvertiti con un solo mirato attacco di quanto sarebbe distruttiva una guerra se le tensioni venissero lasciate crescere. L’Iran ha semplicemente presentato il prezzo delle posizioni anti-iraniane ai sauditi.

Gravi sarebbero le implicazioni anche se fossero stati realmente gli Houthi gli autori dell’attacco. Il gruppo armato sciita zaydita ha acquisito importanti capacità militari anche per quanto riguarda i droni. Gli houthi potrebbero essere capaci di effettuare attacchi a 1500 chilometri di distanza. Inoltre i Guardiani della Rivoluzione hanno fatto presente che sarebbero in grado di colpire target americani nel raggio di 2000 chilometri. Ben oltre i circa 1000 km che separano Abqaiq dal confine con lo Yemen. Tuttavia è plausibile che abbiano beneficiato del supporto iraniano. Ciò non cambia le minacce all’instabilità, la vulnerabilità saudita e l’avvertimento agli americani. Inoltre facendo sì che gli Houthi si assumano la colpa dell’attacco gli iraniani, pur fornendogli di armi, annebbiano quella linea di responsabilità che altrimenti arriverebbe direttamente a loro. Con conseguenti risultati sulla reputazione del paese e il successivo isolamento.

Infine, in caso d’instabilità nel mercato energetico gli Stati Uniti non sarebbero totalmente immuni. Pur in procinto di tramutarsi in paese esportatore la salita dei prezzi porterebbe le raffinerie americane a pagare di più per il crudo e i cittadini americani vedrebbero schizzare il prezzo della benzina. L’Iran gioca le sue carte, e le sue opzioni non coincidono con la sua forza, ma con la vulnerabilità dei suo avversari.

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